Fmi teme la recessione, produzione tedesca a picco

Il Fondo monetario rivede al ribasso le stime per l’Eurozona e l’Italia si conferma maglia nera nel G7. Apprezzata la nostra riforma del lavoro

ELENA POLIDORI, la Repubblica redazione • 8/10/2014 • Copertina, Lavoro, economia & finanza nel mondo, Studi, Rapporti & Statistiche • 726 Viste

WASHINGTON . Ora che anche la locomotiva tedesca rallenta c’è il serio rischio che l’Europa ripiombi nella trappola della recessione. In questo contesto, assai poco rassicurante, il Pil italiano si colloca sotto zero per il terzo anno consecutivo: a fine 2014 è previsto a quota meno 0,2%, in linea con il Def (meno 0,3%) e circa mezzo punto al di sotto delle stime di luglio. Visto dagli esperti del Fmi, il Vecchio Continente è un peso per la ripresa globale, ancora “debole, mediocre e disuguale”, in netto contrasto con la relativa forza degli Usa, ormai fuori dalla crisi (Pil a più 2,2%). Le Borse tremano. Secondo una simulazione contenuta nel World economic outlook, il librone del Fondo che fotografa la salute dell’economia globale, oggi la probabilità di una ricaduta in recessione di Eurolandia è vicina al 40%. Per avere un’idea della velocità del peggioramento, basti pensare che ad aprile questa percentuale era la metà, circa il 20%. «Bisogna andare oltre il mantra delle riforme strutturali, identificando quali sono più urgenti e più fattibili», incita Olivier Blanchard, capo economista del Fmi. Al premier Renzi, alle prese con l’articolo 18, manda un messaggio di appoggio: «Mi piace lo spirito della riforma. La dualità del mercato del lavoro italiano è un grave problema perché crea due classi di cittadini, il che è altamente indesiderabile. Il contratto unico è la strada da seguire».
Rischio recessione ma anche pericolo deflazione, oggi probabile al 30%, secondo i conteggi del Fondo che plaude alle ultime mosse della Bce («possono fare la differenza », precisa Blanchard) non senza aggiungere che l’Eurotower dovrebbe «fare di più», incluso «l’acquisto di asset sovrani», cioè di titoli di Stato. Ma come lo stesso presidente Draghi non si stanca di ripetere, la Bce non può essere lasciata sola: servono «azioni che vadano oltre la politica monetaria ». Ovvero, ancora una volta, occorre che i governi facciano le necessarie riforme. Nell’attesa, Eurolandia marcia a ritmi ridotti: la Germania è in rallenti ( Pil a 1,4% da 1,9 di luglio) e l’ultimo dato sulla produzione industriale di agosto segnala un crollo del 4%, il peggiore dal 2009. La Francia vivacchia con uno sviluppo dello 0,4%, la metà rispetto a tre mesi fa. L’Italia è appunto sotto zero. Unico punto roseo: la Spagna che, dopo i patimenti dell’ultimo biennio, rimbalzerà quest’anno ad un più 1,3%. La disoccupazione spagnola però, come quella greca, rimane quasi al 25%. Bene anche il Regno Unito (più 3,2%). Nel complesso, il Pil dell’area euro si espanderà dello 0,8% a fine 2013 (-0,3% su luglio) e dell’1,3% nel 2015 (-0,2 punti). Blanchard auspica il via agli investimenti in infrastrutture da 300 miliardi ventilati dal nuovo presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker.
La performance italiana appare fragile. L’economia ristagna non solo rispetto ai big, ma pure verso i cosiddetti Pigs: la Spagna, appunto, ma anche il Portogallo (più 1%), l’Irlanda (più 3,6), la Grecia (più 0,6%). Il debito è sempre un Moloch: 136,7% quest’anno e 136,4 il prossimo. La disoccupazione è al 12,6%, superiore alla media Ue e a quella di tutti i paesi del g7. L’anno prossimo però, specie se davvero il governo Renzi facesse le agognate riforme, potrebbe scendere al 12%.

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