Acciaio. Genova, Piombino, Napoli, Terni Il destino delle città della ruggine

Acciaio. Genova, Piombino, Napoli, Terni Il destino delle città della ruggine

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« Ruggine americana» è un grande romanzo dello scrittore Philippe Meyer ed è soprattutto una grande metafora della seconda modernità. E’ un’immagine che descrive insieme un processo di deindustrializzazione e le ricadute (di degrado) che genera sul territorio circostante. Meyer vede venir meno il baricentro stesso della vita associata, quasi la fine di un codice etico: vale lo stesso per l’Italia del 2014? Finora non abbiamo usato la stessa metafora, e non è un caso, ma le cronache che via via ci vengono da Genova, Livorno e Piombino, Napoli-Bagnoli, Taranto e Terni mettono in circolo le stesse preoccupazioni. Testimoniano uno sgomento più che una querelle di politica industriale. Il grande protagonista negativo è l’acciaio o meglio la siderurgia di Stato che ha tenuto in piedi per lustri il Pil di intere regioni e poi è uscita malconcia dalla stagione delle privatizzazioni. Se per gli storici l’Italia aveva già vissuto negli anni 80 un’altra grave perdita ovvero la fine dell’illusione della grande chimica di base, non c’è dubbio che oggi nell’occhio del ciclone ci sia l’industria del ferro più di altri settori, pure labour intensive, come auto ed elettrodomestici. In fondo un romanzo della ruggine italiana è stato Acciaio di Silvia Avallone che parlava nel 2010 di Piombino e della difficoltà di trasmettere valori dalla generazione dei padri sindacalizzati ai figli post-moderni. Altri stanno uscendo proprio in questa stagione tanto che la manifestazione milanese di BookCity in programma nel prossimo fine settimana ha organizzato un’intera giornata a Sesto S.Giovanni, dedicata alla letteratura del declino industriale.
La siderurgia italiana ha dato vita a grandi cattedrali, con 15-20 mila operai come a Cornigliano, Bagnoli e Taranto. Oggi quando si dice che si vuole salvare l’occupazione di questo o quell’impianto si parla al massimo di un paio di migliaia di posti. In mezzo c’è stato non solo un ridimensionamento delle ambizioni del ferro italiano ma processi tecnologici di grandissima portata.
Gli altoforni sono stati spenti e sono stati tagliati i cicli produttivi, l’automazione ha fatto il resto. Una volta il rapporto tra occupazione diretta e indiretta era di uno a quattro, oggi tutto il sistema della fornitura si è rattrappito. Il contratto di lavoro dei siderurgici d’antan prevedeva addirittura che gli operai dovessero bere un litro di latte al giorno e anche questa norma aveva una ricaduta economica sulla filiera agro-alimentare. Su Taranto, Trieste, Piombino e Genova si sono scaricate non solo le ragioni di una crisi di mercato e dell’avvento di nuovi produttori asiatici ma si è riproposto lo stesso tema della mancata salvaguardia dell’ambiente, che pure aveva caratterizzato il finale della grande chimica. E’ chiaro che tutti questi stabilimenti, per lo più sulle coste, hanno rappresentato quasi per intero la ricchezza delle zone d’insediamento e il loro progressivo ridimensionamento non ha lasciato in eredità quasi niente. Come se la siderurgia fosse un’ultima stazione, una Finisterre. E’ andata molto meglio nel Lombardo-Veneto dove una struttura di medie imprese familiari legate da sempre alla tecnologia dei forni elettrici ha retto meglio alla crisi, ha mostrato maggiore flessibilità nel rispondere ai mutamenti del mercato.
Parliamo del ferro ma in Italia in fondo un ridimensionamento analogo, se non superiore, ha attraversato anche Torino e in particolare Mirafiori. Il più grande stabilimento dell’auto ha avuto un’estensione massima di 3 milioni di mq e oggi ne usa 750 mila, dava lavoro a 60 mila addetti e oggi siamo più meno a un decimo. Eppure l’effetto ruggine si sente meno, vuoi perché la città ha saputo reagire meglio di Detroit, vuoi perché visibilmente il Lingotto da fabbrica è diventato un centro di terziario misto, vuoi perché il territorio ha puntato su altre eccellenze che con il fordismo imperante erano state sacrificate o sottovalutate. Anche l’industria dell’elettrodomestico, con i poli produttivi di Pordenone, Fabriano e Varese ha subito ridimensionamenti e tentazioni di chiusure, anche in questo caso però non c’è ancora la sensazione di ruggine vuoi per il risiko ancora in corso tra i maggiori gruppi del settore ma soprattutto perché si tratta di territori a struttura economica mista, meno sbilanciata. Persino dal ridimensionamento della grande chimica, era scaturita ex malo bonum una capacità dell’industria italiana di specializzarsi a valle e per questa strada di far crescere delle multinazionali tascabili. Dall’acciaio no o almeno nei territori di maggior crisi non potevano maturare alternative e così aspettiamo pazienti la trasfusione di nuovo sangue algerino o indiano .


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