Due cortei attraversano Genova. Landini: «Come negli anni 60»

Genova. Operai e studenti sfilano fino a Piazza Ferrari. Il leader della Fiom: «Questo sciopero generale dimostra una cosa precisa, questo governo non ha il consenso del paese sulle politiche del lavoro. Bisogna creare posti di lavoro non togliere diritti»

Katia Bonchi, il manifesto redazione • 13/12/2014 • Copertina, Sindacato • 607 Viste

Coper­toni di auto in fiamme e tran­senne a bloc­care lun­go­mare Canepa nei pressi del varco por­tuale di ponte Etio­pia a Sam­pier­da­rena. E’ comin­ciata così all’alba, con un’azione sim­bo­lica dei lavo­ra­tori del porto, la gior­nata dello scio­pero gene­rale a Genova. Ad attra­ver­sare la città due grandi cor­tei misti di Cgil e Uil, uno par­tito dal cen­tro e un secondo, il più impo­nente, dal ponente cit­ta­dino. Da lì, insieme ai metal­mec­ca­nici e ai lavo­ra­tori di ciò che rimane dell’industria geno­vese, è par­tito il lea­der della Fiom Mau­ri­zio Lan­dini, che ha scelto per sfi­lare una città anche quest’anno attra­ver­sata da ver­tenze impor­tanti, dal futuro dell’Ilva a quelle delle aziende del gruppo Fin­mec­ca­nica. Lan­dini è accolto dall’applauso calo­roso dei suoi ’ragazzi’, tutti rigo­ro­sa­mente con la felpa nera della Fiom, che per lui rad­dop­piano, se ce ne fosse biso­gno i cori con­tro Renzi e il suo governo e ricor­dano «C’è un solo sin­da­cato, la Fiom». «Que­sto scio­pero gene­rale dimo­stra una cosa pre­cisa. Que­sto governo non ha il con­senso del paese sulle poli­ti­che del lavoro. Biso­gna creare posti di lavoro non togliere diritti» ha detto Lan­dini poco prima di pren­dere la testa del cor­teo. E sul futuro del’Ilva che a Genova dà lavoro a oltre 1400 per­sone ha riba­dito la neces­sità di un inter­vento sta­tale pre­ci­sando però che «l’Ilva non deve essere una nuova Ali­ta­lia, non dob­biamo essere noi ad accol­larci i debiti . La side­rur­gia e Ilva sono stra­te­gici per il Paese. Un inter­vento diretto dello Stato è neces­sa­rio ma con la sicu­rezza di inve­sti­menti e un piano serio di rilan­cio. Non deve essere un regalo. Se non arri­vano rispo­ste da lunedì pen­se­remo alle ini­zia­tive da met­tere in campo».

A metà strada il cor­teo è stato rag­giunto da quello degli stu­denti che Lan­dini ha salu­tato con pac­che sulle spalle. Poi la mar­cia è pro­se­guita fino in piazza De Fer­rari, tra i canti della Fiom, i fumo­geni e qual­che razzo di segna­la­zione. A De Fer­rari la piazza è piena come non la si vedeva da tempo notano in molti e lo stesso Lan­dini ha voluto pre­miarla ricor­dando le lotte del giu­gno 1960. Ma lungo inter­vento dal palco è però tutto incen­trato sulla lotta pre­sente e futura, una lotta che è insieme per il lavoro e per la lega­lità. Lan­dini com­menta dura­mente i recenti scan­dali a par­tire dall’inchiesta «Mafia capi­tale»: «Quando è la magi­stra­tura a dover inter­ve­nire per denun­ciare il livello di cor­ru­zione che si sta esten­dendo nel Paese que­sto chiama in causa tutti noi per­ché che il rischio con­creto che nelle orga­niz­za­zioni poli­ti­che in quelle sociali e nelle isti­tu­zioni non ci siano più gli anti­corpi per pre­ve­nire e impe­dire i feno­meni cor­ret­tivi» ha detto. «Oggi c’è un pro­blema di rico­stru­zione di un’etica e di una mora­lità pub­blica, Biso­gna rimet­tere al cen­tro l’onestà e ognuno deve com­bat­tere i diso­ne­sti ovun­que si trovino».

Ha chia­mato in causa diret­ta­mente Lega­coop e Con­fin­du­stria («devono cac­ciare quelli che pren­dono tan­genti»), ha messo più volte l’accento nel suo discorso sulla neces­sità di rico­struire «la rete di una cul­tura nel Paese che ripri­stini la lega­lità e com­batta gli affa­ri­smi». E poi ha avver­tito Renzi: «Il governo lo deve sapere, noi non ci fer­miamo. Renzi può met­tere tutte le fidu­cie che vuole anche una al giorno ma la lotta con­ti­nuerà». «Quando la logica è che il lavoro lo puoi scam­biare con i soldi — ha aggiunto rife­ren­dosi alla modi­fica dell’articolo 18 — allora il lavoro diventa pura­mente una merce. Ma se a uno che è abi­tuato a pen­sare che tutto si può com­prare e ven­dere, qual­cuno dice ’a me non mi com­pri per­ché non sono in ven­dita’ allora il gioco cam­bia. Se Renzi vuole unire il Paese tolga subito dal tavolo l’articolo 18».

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