Giovani, il popolo delle partite Iva tradito da Matteo Renzi

Giovani, il popolo delle partite Iva tradito da Matteo Renzi

Fregati da una “esse”. Il pacchetto lavoro di Renzi si chiama Jobs (al plurale) Act. Una lettera che aveva fatto bene sperare ilpopolo delle partite Iva, fiducioso che, con il giovane premier, anche i nuovi lavoratori (al plurale) potessero avere maggiori tutele. Mal’unica cosa ad aumentare sono state le tasse.

Dimenticati dal Jobs Act ma non da Fisco e Inps, dal 2015 i freelance andranno incontro a un salasso. La legge di Stabilità rivoluziona il regime dei minimi, uno status agevolato destinato agli under 35. Con le vecchie regole, le giovani partite Iva pagavano il 5% di Irpef, a patto di guadagnare meno di 30 mila euro l’anno. Dal primo gennaio l’aliquota triplica: passa al 15%. Ma è solo l’inizio, perché 30 mila euro, a quanto pare, sono troppi. Il governo ha introdotto delle soglie differenti a seconda dell’attività svolta. Per pagare il 15%, i commercianti devono incassare meno di 40 mila euro. I giovani professionisti meno di 15 mila. Una cifra, secondo l’osservatorio Adepp, al di sotto del compenso medio (18.640 euro lordi, pari a 723 euro al mese) delle partite Iva iscritte all’Inps.

In altre parole: chi ha introiti mensili anche meno che decorosi, sforerà. E rientrerà nei regimi tradizionali. In questi casi, Confprofessioni Lazio ha calcolato un incremento della tassazione dei giovani professionisti stimata intorno al 500%. L’aliquota passerà dal 5% al 22,48% per l’area tecnica, del 23,77% per l’area economico-sociale, del 24,58% per l’area sanitaria e del 25,11% per l’area giuridica.

Ma non è finita. Il governo ha dato il via libera agli aumenti contributivi Inps per gli iscritti alla gestione separata. Una misura, prevista dalla Riforma Fornero e bloccata dai precedenti governi, che poterà l’aliquota dal 27 al 33% entro il 2018. Con un primo scatto oltre il 29% già dal primo gennaio del 2015. Il governo non ne ha voluto sapere, nonostante i tentativi bipartisan. La commissione Bilancio della Camera aveva anche approvato un ordine del giorno che chiedeva di rinnovare il blocco. E invece nulla.

I freelance iscritti ad alcune casse professionali, con aliquote che vanno dal 12 al 22%, sono un po’ più fortunati. Gli iscritti all’Insp che rientreranno nel regime dei minimi, vedranno evaporare in tasse il 44% dei loro (bene che vada) 15 mila euro. Chi invece ha la colpa di avere una partita Iva e uno stipendio decente dovrà sopportare una pressione fiscale del 52% nel 2015 e del 56% nel 2018.

“Chi potrà, migrerà dall’Inps alle casse professionali. Per gli altri, sarà dura resistere alla tentazione di chiudere la partita Iva”, dice Samanta Boni, consigliere di Acta, l’associazione dei freelance.

NUOVI CONTRIBUTI E VECCHIE TUTELE

L’aumentare dei doveri contributivi non corrisponde a un allargamento delle tutele. Le partite Iva sono le grandi assenti nel Jobs Act. I co.co.co avranno un salario minimo. I dipendenti hanno 80 euro in busta paga. Gli stessi 80 euro che Renzi aveva promesso sarebbero arrivati anche nelle tasche degli autonomi. E invece, nulla.

Anche il vocabolario dell’esecutivo dimentica le partite Iva. Poletti e Renzi parlano di “sussidio di disoccupazione universale”. Anche se l’universalità non include i freelance.
L’indennità di disoccupazione esiste. Ma a cifre minime. Ne ha diritto chiunque abbia versato all’Insp almeno tre mesi di contributi. Va da poco meno di 11 a 22 euro al giorno, ma solo per un massimo di 61 giorni. Chi incappa in malattie gravi non ha una rete di salvataggio.

Daniela Fregosi è una partita Iva. Si occupa di formazione. Nel 2013 le è stato diagnosticato un tumore. Su Change.org ha lanciato una petizione che ha raccolto oltre 75 mila firme. La foto che accompagna la lettera recita: “I lavoratori autonomi non hanno il diritto di ammalarsi. Vallo a dire al mio cancro al seno”.

La petizione è una delle attività messe in campo da Acta. Le altre stanno passando in queste ore dai social network. L’associazione ha lanciato #siamorotti, contro il salasso delle partite Iva, e #DicaNo33, contro l’aumento dell’aliquota Insp. I due hashtag sono stati citati in 12 mila tweet, diventando trending topic. Per molti si tratta del “pacco di Natale”. C’è chi chiede solo di “trovare sotto l’albero la mia partita Iva”. Chi accusa: “Si fanno pagare alle partite Iva i tagli che il governo non sa fare”. E chi ricorda: “Meno male che Renzi doveva aiutare i freelance”.

Ci aveva sperato, il popolo delle partite Iva. Renzi è un under 40, come molti di loro. Ha fatto del nuovo e dell’innovazione una bandiera. E per dimostrarlo aveva scelto l’incubatore di startup H-Farm per la sua prima visita ufficiale da premier.

“Non si comprende – ha scritto in una nota il presidente di ConfProfessioni Lazio, Andrea Dili –  perché mentre a parole il governo dichiara di voler puntare su giovani, competenze e qualificazione professionale, nei fatti si finisce per affossare proprio uno dei comparti più giovani, innovativi e dinamici del mercato del lavoro italiano”.

“Ci aspettavamo un cambio di passo che non è arrivato”, conferma Samanta Boni. Neppure la campagna Twitter ha sortito alcuna reazione. E gli autonomi si ritrovano stretti tra un governo sordo e i sindacati che vanno avanti a tentoni. “Acta ha firmato con il Nidil (il sindacato degli atipici della Cgil) una lettera inviata al presidente del Consiglio. Ma la collaborazione si è fermata qui. I freelance sono una realtà che i sindacati faticano a rappresentare”.



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