Se la jihad emula le tecniche dei videogiochi

Se la jihad emula le tecniche dei videogiochi

Nella strage di Parigi c’è un elemento, perdonateci la parola, «spettacolare». I due killer si muovono come in un film, ma terribilmente reale. Per qualche secondo sembra di vivere una scena del videogioco GTA (Grand Theft Auto) dove il protagonista spara, ammazza, distrugge ed ha una grande mobilità. Se osservate il breve video noterete come i due non si allontanino mai dalla loro auto. Certo, è il mezzo della fuga, ma anche lo strumento con il quale hanno lanciato il loro raid a sorpresa contro il giornale satirico. E non è per caso che dei simpatizzanti jihadisti abbiano creato proprio una versione di GTA per attirare aspiranti reclute. In un frammento uccidono un agente che è riverso a terra, inerme e senza possibilità di reagire. Come è avvenuto per il poliziotto francese freddato nonostante avesse le mani alzate in segno di resa. Ancora. L’equipaggiamento che indossano risponde alle esigenze operative: i portacaricatori per avere un grande volume di fuoco, il passamontagna, i fucili d’assalto, i vestiti scuri. Al tempo stesso l’armamentario serve ad accrescere la loro immagine. Da ieri tutti parlano di operazione perfetta o quasi, di stile militare, di freddezza nel compiere gli omicidi, di azione terroristica efficace. Tutto vero. Ma c’è anche il desiderio di emulare in modo teatrale altri modelli. I mujaheddin che vanno all’attacco in Siria agli ordini del Califfo e quelli di Al Qaeda nella penisola arabica. Ma non è azzardato scorgere similitudini con certe forme di grande banditismo, ben raccontato da Hollywood — pensate alla battaglia di «Heat» — e dallo stesso cinema francese. I gangster che usano arsenali da guerra per svaligiare banche o assaltare furgoni blindati. C’è una foto che mostra i due ai lati della loro auto, con le portiere aperte, mentre prendono di mira la pattuglia della polizia: sintesi perfetta della loro azione. Non si accontentano di essere gli autori di un massacro, vogliono forse specchiarsi in quello che hanno visto in tv, sul web e nei video di propaganda. Quasi che il sangue versato non fosse sufficiente a trasformarli in personaggi dell’eversione. È un aspetto che sta emergendo in questo terrorismo «diffuso», fatto di piccoli e grandi attacchi, dove il militante colpisce in base alle proprie possibilità, variando bersagli ma facendo di tutto per essere al centro della scena.
Guido Olimpio


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