Sostiene l’Istat: il reddito minimo è possibile

Il presidente dell’istituto di statistica Alleva: la proposta M5S costa 14,9 miliardi, quella di Sel otto e mezzo in più perché rivolta anche a “monogenitori” con figli minori, giovani e single, e coppie con figli minori

Roberto Ciccarelli, il manifesto redazione • 12/6/2015 • Copertina, Lavoro, economia & finanza, Welfare & Politiche sociali • 688 Viste

Il pre­si­dente dell’Istat Gior­gio Alleva ha pre­sen­tato ieri in un’audizione alla com­mis­sione lavoro al Senato le stime di una micro­si­mu­la­zione sulle fami­glie che per­met­tono di valu­tare l’impatto eco­no­mico delle pro­po­ste di legge sul red­dito minimo pre­sen­tate dal Movi­mento Cin­que Stelle e Sini­stra Eco­lo­gia e Libertà.

Le simu­la­zioni hanno con­fer­mato i costi dei prov­ve­di­menti, rispet­ti­va­mente 14,9 e 23,5 miliardi di euro annui, e la neces­sità di una riforma radi­cale dello stato sociale ita­liano. M5S ha salu­tato con un certo entu­sia­smo que­sto inter­vento: «Vole­vano scre­di­tarci dicendo che la nostra misura aveva un costo di oltre 30 miliardi. Oggi è stato diret­ta­mente l’Istat a darci ragione», ha detto Nun­zia Catalfo prima fir­ma­ta­ria della pro­po­sta M5S. «Altro che inco­sti­tu­zio­nale come sostiene Renzi. Il red­dito di cit­ta­di­nanza va fatto e con la mas­sima urgenza», ha riba­dito Roberto Fico. E Beppe Grillo: «Il Red­dito di Cit­ta­di­nanza è la prio­rità dell’Italia, Grasso calen­da­rizzi la pro­po­sta». «Il red­dito minimo biso­gna finan­ziarlo con la fisca­lità gene­rale e non è alter­na­tivo all’occupazione», ha detto il segre­ta­rio della Fiom Mau­ri­zio Lan­dini, «soprat­tutto per­ché siamo di fronte ad una dise­gua­glianza incredibile».

L’analisi dell’Istat va letta anche per chia­rire la dif­fe­renza tra red­dito minimo e red­dito di cit­ta­di­nanza. Il primo è un inter­vento che garan­ti­sce «un livello minimo di risorse» ai cit­ta­dini e nel caso della pro­po­sta M5s alle fami­glie. Il secondo è un’erogazione uni­ver­sale (e dun­que ai sin­goli indi­vi­dui) a tutti. In gene­rale, biso­gna rime­diare alle ini­quità del Wel­fare ita­liano «attual­mente sbi­lan­ciato verso pre­sta­zioni assi­cu­ra­tive come la Cassa inte­gra­zione gua­da­gni e le pen­sioni», sostiene l’Istat. Il red­dito minimo è mirato «a for­nire una rete di pro­te­zione per gli indi­vi­dui nelle diverse fasi della loro vita». Tutto ciò che manca in Ita­lia, il paese più arre­trato d’Europa, insieme alla Gre­cia, per quanto riguarda la tutela uni­ver­sale della vita attiva.

Alleva ha pre­ci­sato che «una misura di red­dito minimo dovrebbe essere asso­ciata a poli­ti­che di accom­pa­gna­mento e inse­ri­mento nel mer­cato del lavoro, al fine di bilan­ciare gli effetti di disin­cen­tivo alla par­te­ci­pa­zione all’offerta di lavoro». In que­sto modo si evi­te­rebbe la «trap­pola della povertà», gene­rata dalla scelta dell’individuo di per­ce­pire un «sus­si­dio sicuro», anzi­ché usare que­ste risorse per cer­care lavoro.
È l’ottica pre­sta­zio­nale del red­dito minimo, oggetto delle poli­ti­che work­fa­ri­ste che in Europa hanno modi­fi­cato l’aspirazione uni­ver­sa­li­stica del red­dito di base in una poli­tica del con­trollo e del disci­pli­na­mento delle per­sone. Ciò non toglie che esi­sta uno spa­zio per modi­fi­care que­ste poli­ti­che in dire­zione di un wel­fare rispet­toso della loro autonomia.

Ciò che il Movi­mento 5 Stelle defi­ni­sce, impro­pria­mente, «red­dito di cit­ta­di­nanza» nel dise­gno di legge n° 1148. Si tratta, con le parole del pre­si­dente dell’Istat, di un «red­dito minimo uni­ver­sale», cioè «una misura selet­tiva, limi­tata all’erogazione dei bene­fici alle fami­glie il cui red­dito è infe­riore a una deter­mi­nata soglia (di povertà)». Parole che dovreb­bero essere, una volta tanto, tenute in con­si­de­ra­zione anche dai diretti inte­res­sati che par­lano di «red­dito di cit­ta­di­nanza» (cioè un’erogazione uni­ver­sale del red­dito e dun­que all’individuo e non alla fami­glia) e creano con­fu­sioni colos­sali nel dibat­tito pubblico.

Per l’Istat la pro­po­sta dei Cin­que Stelle è rica­vata dalla simu­la­zione di un’imposta nega­tiva sul red­dito pre­sen­tata dall’Istat nel rap­porto annuale 2014. Si parla di una soglia minima pari a 9.360 euro annui e il 90 per cento del red­dito fami­liare. Il bene­fi­cio men­sile mas­simo è di 780 euro per sin­golo e cre­sce con il numero dei com­po­nenti del nucleo fami­liare. Il bene­fi­cio dimi­nui­sce gra­dual­mente al cre­scere del red­dito per impe­dire che l’incremento del red­dito cor­ri­sponda a una ridu­zione del sussidio.

L’anno scorso l’Istat aveva cal­co­lato l’importo com­ples­sivo annuale del red­dito minimo in 15,5 miliardi di euro. Oggi è sti­mato in circa 14,9 miliardi, con­si­de­rando il bonus degli 80 euro men­sili riser­vato ai soli lavo­ra­tori dipen­denti che riduce la quota da ero­gare. Il sus­si­dio andrebbe a una pla­tea di 2 milioni e 640 mila per­sone con red­dito infe­riore all’80 per cento della linea di povertà rela­tiva ed è quan­ti­fi­cato in 12 mila euro annui.

La pro­po­sta di legge n°1670, depo­si­tata da Sini­stra Eco­lo­gia e Libertà, frutto della pro­po­sta di legge di ini­zia­tiva popo­lare pro­mossa — tra gli altri — dal Bin Ita­lia, allarga signi­fi­ca­ti­va­mente la pla­tea dei desti­na­tari e per que­sta ragione costa molto di più: 23,5 miliardi di euro all’anno. Il sus­si­dio è cal­co­lato in somma fissa a 7200 euro annui per i sin­goli. Que­sto è un ele­mento di avan­za­mento note­vole per­ché garan­ti­sce l’autonomia degli indi­vi­dui e sale per le fami­glie con più com­po­nenti. Per que­ste la soglia è quella fis­sata anche dai Cin­que stelle: 9360 euro. La misura rag­giun­ge­rebbe le fami­glie sotto il 60% della linea di povertà e soprat­tutto i “mono­ge­ni­tori” con figli minori, gio­vani e sin­gle, e cop­pie con figli minori, quella vasta popo­la­zione attiva di pre­cari, poveri e quinto stato esclusa dal wel­fare. Per loro il red­dito è «più che rad­dop­piato». Con l’introduzione di que­sto red­dito l’incidenza della «povertà grave ver­rebbe quasi annul­lata» e dimez­zato il diva­rio tra il red­dito delle fami­glie povere e la linea di povertà.

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