Comunque vada, sarà un fallimento. Ma non della Gre­cia

Comunque vada, sarà un fallimento. Ma non della Gre­cia

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323 miliardi di euro, circa il 175% del PIL. Il debito pub­blico greco è il vero con­vi­tato di pie­tra dei nego­ziati con le isti­tu­zioni euro­pee e inter­na­zio­nali. Da un lato ogni richie­sta al Paese elle­nico, dal sur­plus ai tagli alle pen­sioni, fino all’aumento dell’IVA, è mirato a repe­rire le risorse per ripa­garlo. Dall’altro, una sua ristrut­tu­ra­zione non è in agenda, l’unica discus­sione pos­si­bile è su come fare sì che venga resti­tuito, non se sia pos­si­bile farlo e con quali modalità.

L’impossibilità di pagarlo emerge dal rap­porto pre­li­mi­nare del Comi­tato per la verità sul Debito Pub­blico, costi­tuito su deci­sione del Pre­si­dente del Par­la­mento greco. Un punto di vista di parte, quindi, ma inte­res­sante se non altro per­ché rico­strui­sce la sto­ria e le carat­te­ri­sti­che di tale debito. Una sto­ria che per­mette di sfa­tare alcuni dei prin­ci­pali luo­ghi comuni che carat­te­riz­zano il dibat­tito attuale, dal pre­sunto eccesso di spesa pub­blica al fatto che la Gre­cia con­ti­nua a pesare sulle tasche degli euro­pei, dopo i diversi piani di sal­va­tag­gio degli scorsi anni.

Dalla metà degli anni ’90 fino al 2009 la spesa pub­blica in Gre­cia è per­fet­ta­mente in linea, anzi appena infe­riore alla media dell’area euro (48% con­tro il 48,4%). Se il debito pub­blico greco si è impen­nato dall’inizio degli anni ’80 a oggi, i motivi vanno ricer­cati altrove: i due terzi dell’aumento sono dovuti agli alti tassi pagati dai bond greci, ovvero all’accumularsi di inte­ressi su inte­ressi, in un effetto valanga. Circa 40 miliardi di euro sono impu­ta­bili all’unico set­tore dove la spesa pub­blica è stata ben al di sopra della media euro­pea; non par­liamo di sanità, istru­zione o di pro­te­zione sociale, ma del set­tore militare.

Un’altra parte è da ascri­vere all’evasione e all’elusione fiscale e alla fuga di capi­tali. Un feno­meno legato anche agli “accordi fiscali” sot­to­scritti con il Lus­sem­burgo da diverse mul­ti­na­zio­nali, per pagare meno impo­ste in Gre­cia o non pagarne affatto. Infor­ma­zioni emerse con lo scan­dalo Lux­Leaks, al cen­tro del quale spicca il nome di Jean-Claude Junc­ker, già mini­stro delle finanze e primo mini­stro del Gran­du­cato, oggi a capo della Com­mis­sione UE che chiede al governo greco di rinun­ciare alla con­trat­ta­zione collettiva.

Motivi a cui si somma, con l’arrivo della moneta unica, il con­ti­nuo peg­gio­ra­mento della bilan­cia com­mer­ciale e dei paga­menti. In ultimo, l’aumento del debito ha seguito quello che si è veri­fi­cato in tutto il mondo dopo lo scop­pio della bolla dei sub­prime, men­tre il crollo del PIL pro­vo­cava un ulte­riore peg­gio­ra­mento del rap­porto debito/PIL.

Se que­sta è la situa­zione riguardo il debito, ancora più inte­res­sante guar­dare cosa è avve­nuto con i piani di sal­va­tag­gio degli ultimi anni. Piani che si sareb­bero dovuti con­trap­porre alla dina­mica del debito, ma che para­dos­sal­mente hanno con­tri­buito sostan­zial­mente a peggiorarla.

Nelle parole di Sti­glitz al Guar­dian, «pra­ti­ca­mente nulla dell’enorme quan­tità di denaro pre­stata alla Gre­cia vi è di fatto andata. È invece andata a pagare i cre­di­tori del set­tore pri­vato, incluse le ban­che tede­sche e fran­cesi». In altre parole i piani di sal­va­tag­gio altro non sono stati se non una gigan­te­sca par­tita di giro per met­tere al sicuro le grandi ban­che europee.

Prima del 2009, le ban­che tede­sche hanno pre­stato qual­cosa come 704 miliardi di dol­lari ai Paesi «PIIGS»; seguite da quelle fran­cesi con 477 miliardi. Nello stesso periodo, l’esposizione dei governi ita­liano, fran­cese o tede­sco verso la Gre­cia era pari a zero. Sem­pli­fi­cando, le ban­che pri­vate pre­sta­vano alle­gra­mente alle con­tro­parti elle­ni­che, alla ricerca di pro­fitti più alti, il che per­met­teva alla Gre­cia di acqui­stare auto­mo­bili, beni di con­sumo – e armi – tede­sche e francesi.

Una stra­te­gia soste­nuta sia dai governi sia dall’UE, per almeno tre motivi. Il soste­gno all’export e alla cre­scita dei Paesi forti; la volontà di ren­dere le ban­che euro­pee dei «com­pe­ti­tor glo­bali»; e in ultimo, ma è il fat­tore forse più impor­tante, per­ché in assenza di tra­sfe­ri­menti fiscali nell’UE, il com­pito di ridurre gli squi­li­bri e rea­liz­zare l’integrazione euro­pea è stato affi­dato alla sola finanza privata.

Il bilan­cio di una tale visione è diven­tato evi­dente dopo lo scop­pio della bolla dei sub­prime. In un mer­cato finan­zia­rio al col­lasso, Atene non è più riu­scita a rifi­nan­ziare il debito con le ban­che pri­vate, men­tre que­ste ultime, tra­volte dalla man­canza di liqui­dità, hanno chiuso i rubinetti.

È qui che inter­ven­gono i pre­sunti piani di sal­va­tag­gio. Pec­cato che almeno il 77% di tutti gli aiuti for­niti alla Gre­cia tra mag­gio 2010 e giu­gno 2013 siano finiti al set­tore finan­zia­rio. A fine 2009 le ban­che fran­cesi erano espo­ste per oltre 78 miliardi, che si ridu­cono a meno di due a fine 2014. Quelle tede­sche pas­sano da 45 a 13,5 quelle olan­desi da 12 a 1,2. Il debito è tra­va­sato dal pri­vato al pub­blico, e non ultimi ai fondi pen­sione e pic­coli rispar­mia­tori greci, secondo il noto prin­ci­pio di pri­va­tiz­zare i pro­fitti e socia­liz­zare le perdite.

Nelle con­clu­sioni del rap­porto com­mis­sio­nato dal Par­la­mento greco, «la gestione della crisi è stata un fal­li­mento come con­se­guenza del fatto che è stata affron­tata come una crisi del debito sovrano, men­tre in realtà era una crisi bancaria».

È in que­sti ter­mini che si spiega l’apparente para­dosso di un debito che regi­stra il mas­simo aumento – pas­sando dal 129,7% del 2010 al 177,1% del 2014 – pro­prio nel periodo sia di «sal­va­tag­gio» sia di appli­ca­zione delle ricette della Troika fon­date sull’austerità.

Poli­ti­che che pre­ve­dono una moneta e una banca cen­trale uni­che, ma che in assenza di unione fiscale e poli­tica lasciano i Paesi in dif­fi­coltà a gestirsi il pro­prio debito pub­blico. Un’Europa che inonda di liqui­dità senza porre con­di­zioni i respon­sa­bili della crisi e impone sacri­fici e auste­rità ai cit­ta­dini che l’hanno subita. Un sistema in cui le ban­che sono too big to fail ma gli Stati sono abban­do­nati a loro stessi. Una visione in cui regole di bilan­cio scritte a tavo­lino ven­gono prima del benes­sere e della stessa soprav­vi­venza dei popoli. Una dot­trina che con­si­dera uni­ca­mente le respon­sa­bi­lità dei debi­tori e mai quelle dei cre­di­tori. Il dogma fasullo secondo il quale la finanza pub­blica è il pro­blema, quella pri­vata la solu­zione. E l’elenco potrebbe continuare.

Quello del debito greco rap­pre­senta non uno, ma una plu­ra­lità di fal­li­menti. Il vero pro­blema è che non par­liamo né di un fal­li­mento della Gre­cia, né di un fal­li­mento eco­no­mico. La que­stione è di dimen­sioni ben più grandi e deci­sa­mente più preoccupante.

Quello che sta avve­nendo in Gre­cia rischia di essere l’emblema del com­pleto fal­li­mento poli­tico e sociale dell’intero pro­getto di Unione Europea.



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