Il Fmi rifà i conti dopo la chiusura delle banche: “Debito di Atene fuori controllo”

Lunedì scorso il Fondo di Washington ha comunicato a Bruxelles l’aggiornamento del rapporto pubblicato il 2 luglio, alla vigilia del referendum

Matteo Bartocci, il manifesto redazione • 15/7/2015 • Copertina, Globalizzazione,sviluppo, multinazionali, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 764 Viste

Rapporto sul debito. Lunedì scorso il Fondo di Washington ha comunicato a Bruxelles l’aggiornamento del rapporto pubblicato il 2 luglio, alla vigilia del referendum. La chiusura delle banche ha portato a un aggravamento della situazione finanziaria, ai limiti dell’ingestibilità

Il Fondo mone­ta­rio torna sul luogo del delitto e in un aggior­na­mento al rap­porto sul debito greco fil­trato ieri sull’agenzia Reu­ters lan­cia un qua­dro ancora più deva­stante della situa­zione reale delle casse elle­ni­che. «Il dete­rio­ra­mento dram­ma­tico alla soste­ni­bi­lità del debito greco com­porta un impe­gno finan­zia­rio in una scala molto supe­riore a quella presa in con­si­de­ra­zione finora (era lunedì scorso, ndr) dal Mes». Il Fondo di Washing­ton non lascia scampo ai paesi euro­pei. Le strade pos­si­bili sono solo tre: 1) un rad­dop­pio di altri 30 anni del periodo di «gra­zia», di mora­to­ria sul debito, che includa vec­chi e nuovi pre­stiti; 2) un taglio sostan­ziale (hair-cut) al valore del debito (che si pale­se­rebbe sul bilan­cio dei cre­di­tori); 3) finan­zia­menti diretti e annuali alle casse gre­che per man­te­nerle in equi­li­brio. In sostanza, le stime fatte dome­nica notte a Bru­xel­les sono già supe­rate dagli eventi.

Per i detrat­tori di Tsi­pras, l’aggravarsi del debito nelle ultime due set­ti­mane è il frutto avve­le­nato del «suo» refe­ren­dum. In realtà, però, il Fondo punta il dito soprat­tutto sul con­trollo dei capi­tali e la chiu­sura delle ban­che decise il 29 giu­gno scorso. E sarebbe quindi il conto, sala­tis­simo, delle scelte di Dra­ghi e della Bce.

Comun­que la si guardi la situa­zione è cri­tica, e con­trad­dice aper­ta­mente il senso quasi di sol­lievo espresso dai cre­di­tori dopo il ver­tice tesis­simo di dome­nica notte a Bru­xel­les. Secondo il Fmi «entro i pros­simi due anni il debito greco sul Pil schiz­zerà al 200%, oltre il 177% pre­ven­ti­vato finora». E anche nel 2022 que­sto valore «si aggi­rerà intorno al 177%, sopra il 142% ipo­tiz­zato due set­ti­mane fa. Il fab­bi­so­gno finan­zia­rio lordo supe­rerà il 15% e cre­scerà nel medio ter­mine». Inol­tre, anche que­ste ultime stime pos­sono essere «sot­to­sti­mate», un modo ano­dino per dire agli euro­pei che dovranno met­tere mano al por­ta­fo­glio anche in futuro.

Nel lin­guag­gio laco­nico tipico di que­sti rap­porti, i tec­no­crati di Washing­ton sot­to­li­neano che solo un paio di paesi nella sto­ria dell’umanità sono riu­sciti a soste­nere un avanzo pri­ma­rio del 3,5% per diversi decenni come i cre­di­tori si osti­nano a chie­dere dalla Gre­cia. In genere non appena com­pare un avanzo pri­ma­rio signi­fi­ca­tivo (che è ciò che resta in cassa al netto del ser­vi­zio del debito) un governo dif­fi­cil­mente resi­ste — giu­sta­mente — a spen­derlo per miglio­rare le con­di­zioni del paese o effet­tuare investimenti.

In con­clu­sione, il Fmi giu­dica anche «irrea­li­stico» — come pre­teso dai cre­di­tori — che la Gre­cia possa tor­nare sui mer­cati dal 2018: «Finan­ziarsi con qual­siasi stru­mento che non sia una tri­pla A com­por­terà un peg­gio­ra­mento della dina­mica dell’indebitamento per i pros­simi decenni».

Ieri è sca­duta, tra l’altro, un’altra rata da 456 milioni del debito greco con il Fmi por­tando il totale arre­trato a 2 miliardi. Tsi­pras, invece, è riu­scito a ripa­gare in tempo i 160 milioni di «bond samu­rai» emessi in yen nel ’95 evi­tando il default verso inve­sti­tori privati.

In que­sto qua­dro cri­tico, l’Ecofin di ieri non ha rag­giunto nes­sun accordo for­male sui 12 miliardi di prestito-ponte alla Gre­cia tra­mite l’Efsm. Fuori dall’eurozona hanno votato con­tro pub­bli­ca­mente il Regno Unito e la Croa­zia, den­tro l’eurozona la Slo­vac­chia. «Non un penny per la Gre­cia», ha detto il mini­stro dello Scac­chiere inglese Osborne.

La Ger­ma­nia nic­chia. E solu­zioni vere a por­tata di mano non sono alle viste. Lasciando Bru­xel­les, Schau­ble ha detto che «diversi mini­stri del governo tede­sco erano d’accordo con il piano di Gre­xit tem­po­ra­neo, ma è una scelta che spetta alla Grecia».

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