Tor­tura, dal Senato la legge del partito della polizia

Nel 2004 il caso arrivò sulle prime pagine dei quo­ti­diani e suscitò lo sde­gno di pro­fes­sori, asso­cia­zioni, gior­na­li­sti e com­men­ta­tori, sta­volta la norma pro tor­tura è stata a mala pena notata dai cro­ni­sti par­la­men­tari degli altri quo­ti­diani

Lorenzo Guadagnucci *, il manifesto redazione • 10/7/2015 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni • 891 Viste

Un chiaro segno di declino della cul­tura demo­cra­tica è ben visi­bile nella diversa rea­zione susci­tata a distanza di poco tempo (11 anni) da una pro­po­sta più che inde­cente, ossia la defi­ni­zione nor­ma­tiva della tor­tura come esito di «vio­lenze o minacce rei­te­rate». Nel 2004 la locu­zione — pro­po­sta dalla Lega Nord come emen­da­mento — suscitò tanto scan­dalo da affos­sare l’approvazione della legge: i leghi­sti non solo rom­pe­vano l’asse bipar­ti­san che aveva con­dotto alla ste­sura di un testo comune, ma in pra­tica pro­po­ne­vano di legit­ti­mare la tor­tura, pur­ché com­piuta con azione unica, non ripetuta.

Sta­volta sono stati i sena­tori di mag­gio­ranza Buemi e D’Ascola a pro­porre un emen­da­mento per sta­bi­lire che il cri­mine di tor­tura si con­fi­gura solo in caso di «rei­te­rate vio­lenze o minacce gravi» e la com­mis­sione Giu­sti­zia del Senato ha incre­di­bil­mente detto sì.

Se nel 2004 il caso arrivò sulle prime pagine dei quo­ti­diani e suscitò lo sde­gno di pro­fes­sori, asso­cia­zioni, gior­na­li­sti e com­men­ta­tori, sta­volta la norma pro tor­tura è stata a mala pena notata dai cro­ni­sti par­la­men­tari degli altri quo­ti­diani. Assue­fa­zione? Ras­se­gna­zione? Il testo uscito dal Senato può essere defi­nito cer­ta­mente una legge sulla tor­tura, ma non una legge con­tro la tor­tura, e ha l’unica fun­zione di inviare un mes­sag­gio di vici­nanza e com­pli­cità al “par­tito della poli­zia”, che si è bat­tuto con­tro la legge e per il suo svuo­ta­mento dall’interno, con argo­menti pre­te­stuosi e in qual­che caso anche peri­co­losi (come l’assurda tesi che il divieto di tor­tura “leghe­rebbe le mani” agli agenti).

Il testo appro­vato il 9 aprile alla Camera era già pes­simo e andava rifiu­tato; è stato invece con­si­de­rato una base di discus­sione per ulte­riori cor­re­zioni, ine­vi­ta­bil­mente al ribasso, visto lo stra­po­tere del “par­tito della poli­zia”, temuto dalla poli­tica e vez­zeg­giato dai mag­giori media.

Si con­ferma anche sta­volta il disa­gio delle nostre forze dell’ordine rispetto agli stan­dard nor­ma­tivi inter­na­zio­nali, ma il par­la­mento, asse­con­dando posi­zioni così arre­trate, tra­di­sce il suo com­pito di indi­rizzo e con­trollo e acui­sce il discre­dito che grava sulle nostre isti­tu­zioni, col­pite appena tre mesi fa dal duris­simo giu­di­zio della Corte euro­pea per i diritti umani sul caso Diaz. Que­sto testo di legge dev’essere rifiu­tato con forza, per­ché è un’offesa ai cit­ta­dini che hanno subito gli abusi e vor­reb­bero sen­tirsi tute­lati invece d’essere prima igno­rati e poi sbef­feg­giati; per­ché è una norma para­dos­sale e anti­de­mo­cra­tica, che fini­sce per legit­ti­mare certe forme di tor­tura; per­ché allon­tana le forze dell’ordine dalla cul­tura demo­cra­tica; per­ché com­porta — di fatto — una seces­sione dell’Italia dalla Con­ven­zione euro­pea sui diritti fon­da­men­tali e dalla Corte di Stra­sburgo, che ne tutela l’applicazione.

Meglio nes­suna legge che una legge così: il par­la­mento si assuma la respon­sa­bi­lità di rico­no­scere di non essere in grado di appro­vare una seria nor­ma­tiva sulla tor­tura. I sin­goli par­la­men­tari coscienti di que­sta situa­zione — e non sono pochi — escano dal silen­zio e rom­pano que­sto scel­le­rato patto con “il par­tito della poli­zia”; un patto che nuoce alle stesse forze dell’ordine, alla loro cre­di­bi­lità agli occhi dei cit­ta­dini e delle isti­tu­zioni internazionali.

Ci sarà da lot­tare, da rico­struire una cul­tura dei diritti, ma non esi­stono scor­cia­toie, a meno di ras­se­gnarsi all’idea che l’Italia dev’essere un Paese a sta­tuto spe­ciale, sot­to­messo a un’imponderabile e poco demo­cra­tica “ragion di Stato”.
*Comi­tato Verità e Giu­sti­zia per Genova

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