Cata­lo­gna, elezioni il 27 settembre. Prove di alleanza per Podemos

Per le elezioni catalane Podemos e i rosso-verdi di Icv hanno deciso, in controtendenza rispetto al panorama politico nazionale, di ripetere l’esperimento di fusione

Luca Tancredi Barone, il manifesto redazione • 5/8/2015 • Copertina, Europa, Internazionale • 776 Viste

Spagna. Per le elezioni catalane Podemos (anzi, Podem, in catalano) e i rosso-verdi di Icv (associati da sempre in questa comunità autonoma a Izquierda Unida) hanno deciso, in controtendenza rispetto al panorama politico nazionale, di ripetere l’esperimento di fusione: in questo caso il mix si chiama “Catalunya, sí que es pot” (Catalogna, sì che si può, che riprende il motto del 15-M “sí se puede”)

Il tanto atteso decreto di scio­gli­mento anti­ci­pato del Par­la­ment cata­lano è stato fir­mato lunedì sera dal pre­si­dente Artur Mas. Le ele­zioni, come deciso già molti mesi fa, si ter­ranno il 27 set­tem­bre. Il che farà oppor­tu­na­mente coin­ci­dere il primo giorno for­male di cam­pa­gna elet­to­rale con il giorno della festa nazio­nale cata­lana, la Diada dell’11 settembre.

Ma la realtà è che la cam­pa­gna elet­to­rale è ini­ziata molti mesi fa, anzi il giorno dopo le ultime ele­zioni (anche quelle anti­ci­pate), il 25 novem­bre del 2012. In que­sta legi­sla­tura, Mas espo­nente di una coa­li­zione di due par­titi cata­la­ni­sti di destra, Con­vèr­gen­cia i Unió (CiU), è riu­scito a bar­ca­me­narsi con una esi­gua mag­gio­ranza rela­tiva di seggi (50 su 135) con l’appoggio esterno di Esquerra Repu­bli­cana de Cata­lu­nya (Erc), un par­tito for­mal­mente social­de­mo­cra­tico ma fon­da­men­tal­mente con­cen­trato sul tema dell’indipendenza cata­lana, secondo par­tito nel 2012 (21 seggi).

Con una poli­tica sostan­zial­mente di destra di tagli allo stato sociale, con qual­che pic­colo ritocco, come la deci­sione di non lasciare fuori gli immi­grati dal ser­vi­zio sani­ta­rio come chie­deva Madrid, e forti dosi di nazio­na­li­smo a buon mer­cato, Mas è riu­scito in que­sti anni in un risul­tato al quale non era mai arri­vato nes­sun pre­si­dente cata­lano dai tempi della Repub­blica: ripor­tare al cen­tro del dibat­tito poli­tico il tema dell’indipendenza cata­lana, e con­tem­po­ra­nea­mente can­cel­lare total­mente dall’agenda poli­tica i temi sociali su cui invece l’accordo con il governo cen­trale è pieno. Per fare que­sto Mas ha tra­sci­nato il suo par­tito, Con­vèr­gen­cia Demo­crà­tica de Cata­lu­nya, e la stessa CiU in un ter­reno molto sci­vo­loso: tra­di­zio­nal­mente nes­suno dei due par­titi, uniti in fede­ra­zione dalle prime ele­zioni demo­cra­ti­che del 1978, è mai stato indi­pen­den­ti­sta. E infatti pro­prio poche set­ti­mane fa il socio più pic­colo e più a destra della coa­li­zione, la demo­cri­stiana Unió, ha deciso di rom­pere e si pre­sen­terà per la prima volta sola.

D’altra parte Erc ha abban­do­nato da tempo ogni ambi­zione sociale ipo­te­cando la soprav­vi­venza del fra­gile ese­cu­tivo Mas a ini­zia­tive di governo volte a pre­pa­rare una futura dichia­ra­zione uni­la­te­rale di indi­pen­denza. Di fatto, dopo il refe­ren­dum di auto­de­ter­mi­na­zione cata­lano reso ille­gale dal Tri­bu­nale Costi­tu­zio­nale e cele­brato “infor­mal­mente” il 9 novem­bre scorso, il governo di Mas aveva i giorni con­tati. Gra­zie a Erc è rima­sto in sella fino a que­ste ele­zioni per sei lun­ghi mesi di ini­zia­tive pre-elettorali di stampo (pseudo)indipendentista e scon­tri ver­bali con il governo di Mariano Rajoy, che non vedeva l’ora di par­lare di “minacce seces­sio­ni­ste” invece di occu­parsi dei pro­blemi sociali sem­pre più pro­fondi del paese.

Tutto il pro­cesso è cul­mi­nato in un’operazione poli­tica di Grosse Koa­li­tion in salsa cata­lana: CiU, Erc e una serie di entità cata­la­ni­ste dopo mesi di dibat­titi sull’opportunità che fos­sero pre­senti nomi poli­tici in una lista uni­ta­ria hanno creato “Junts per il Sí” (Assieme per il Sì), il cui numero uno è un ex euro­de­pu­tato ros­so­verde che da tempo ha spo­sato la causa indi­pen­den­ti­sta (che dà la coper­tura a sini­stra, così la lista può essere defi­nita tra­sver­sale), il numero 2 e 3 sono due donne che pre­sie­dono le due prin­ci­pali asso­cia­zioni indi­pen­den­ti­ste, Asam­blea Nacio­nal Cata­lana e Òmnium Cul­tu­ral (così la lista sarà anche spec­chio della “società civile” e egua­li­ta­ria), e final­mente Mas sarà numero 4 (così può nascon­dersi senza dover ven­dere la marca del suo par­tito, che oltre ai tagli è asso­ciato a vari casi di cor­ru­zione, con quasi tutte le sedi sotto embargo giu­di­zia­rio) e Oriol Jun­que­ras, lea­der di Erc, numero 5.

L’accordo è che in caso di vit­to­ria Mas sarà comun­que pre­si­dente e Jun­que­ras il vice. Un capo­la­voro poli­tico che potrebbe riu­scire a man­te­nere al potere i due par­titi sto­rici cata­lani minac­ciati da ope­ra­zioni di suc­cesso come quella che ha por­tato Ada Colau a diven­tare sin­daco di Barcellona.

In effetti, anche per le ele­zioni cata­lane Pode­mos (anzi, Podem, in cata­lano) e i rosso-verdi di Icv (asso­ciati da sem­pre in que­sta comu­nità auto­noma a Izquierda Unida) hanno deciso, in con­tro­ten­denza rispetto al pano­rama poli­tico nazio­nale, di ripe­tere l’esperimento di fusione: in que­sto caso il mix si chiama “Cata­lu­nya, sí que es pot” ( Cata­lo­gna, sì che si può, che riprende il motto del 15-M “sí se puede”).

Gli orga­niz­za­tori ambi­scono almeno al secondo posto, ma senza una Ada Colau sarà loro dif­fi­cile. Il capo­li­sta sarà un espo­nente di bat­ta­glie cit­ta­dine molto poco noto ai più: Lluís Rabell. Pur difen­dendo il “diritto a sce­gliere” (cioè il diritto all’autodeterminazione dei cata­lani sul pro­prio futuro) ha scelto di non farne l’asse prin­ci­pale della sua bat­ta­glia poli­tica per con­cen­trarsi sulle emer­genze sociali.

Due i par­titi già pre­senti nel 2012 ma desti­nati a cre­scere. Una è la Cup, gli indi­pen­den­ti­sti di estrema sini­stra che pur appog­giando le mosse di Mas in favore dell’indipendenza cata­lana si sono rifiu­tati di entrare nella can­di­da­tura “ple­bi­sci­ta­ria” di Junts per il Sí e che sono gli unici che chie­dono che ci sia almeno il 55% dei voti a favore dell’indipendenza per poterla dichia­rare (la posi­zione di Junts per il Sí è invece che basterà la mag­gio­ranza dei seggi). La seconda, sull’asse oppo­sto sia per quanto riguarda l’indipendenza, sia le poli­ti­che sociali, è il par­tito di Ciu­ta­dans, astro nascente della destra spa­gnola che com­pete con il Pp sul cen­tra­li­smo e sulle poli­ti­che di una destra “moderna” e “pre­sen­ta­bile”. Anche se il suo lea­der lascerà il Par­la­ment per can­di­darsi alle Cor­tes di Madrid, la meno cono­sciuta Inés Arri­ma­das godrà comun­que della ren­dita di posi­zione gua­da­gnata nelle ele­zioni del 24 maggio.

Gli ultimi tre posti se li con­ten­dono tre par­titi con­trari a ogni pos­si­bile sce­na­rio di sepa­ra­zione. Un con­su­ma­tis­simo par­tito socia­li­sta che dopo aver perso la bus­sola sociale (era stato ege­mo­nico per anni in Cata­lo­gna) ha anche perso l’anima cata­la­ni­sta e rischia di rima­nere al mar­gine; un par­tito popo­lare ormai ridotto al lumi­cino in una comu­nità dove ha con­tato sem­pre poco e che si è affi­dato al raz­zi­sta ex sin­daco di Bada­lona (per­dente il 24 mag­gio) Xavier Gar­cía Albiol per raci­mo­lare qual­che voto residuale.

E infine i cata­la­ni­sti demo­cri­stiani di Unió che si misu­re­ranno per la prima volta con le urne da soli. Insomma, sette par­titi, uno sce­na­rio poli­tico com­ple­ta­mente diverso e nes­suno dei capi­li­sta del 2012. Il nuovo par­la­mento cata­lano riser­verà sor­prese. E dovrà con­fron­tarsi pre­sto con un nuovo par­la­mento anche a Madrid.

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