Mohamed, Zakaria, Paola: così si muore nei campi pugliesi

I tre precedenti. Prima di Arcangelo, finito ieri in coma, hanno perso la vita nel giro di poche settimane ben tre braccianti. Il corpo della donna verrà riesumato per una autopsia

Gianmario Leone, il manifesto redazione • 19/8/2015 • Copertina, Immigrati & Rifugiati, Lavoro, economia & finanza • 1494 Viste

Arcan­gelo è l’ultimo caso di un’estate tra le più dram­ma­ti­che degli ultimi anni per i brac­cianti pugliesi. La prima vit­tima è stata Paola Cle­mente, la rac­co­gli­trice di 43 anni, madre di tre figli, morta ad Andria il 13 luglio scorso men­tre lavo­rava all’acinellatura dell’uva: nelle stesse cam­pa­gne dove lavo­rava Arcangelo.

Una morte miste­riosa quella della brac­ciante taran­tina, che venne por­tata diret­ta­mente nella camera mor­tua­ria del cimi­tero di Andria, dove fu sep­pel­lita senza autop­sia. Né è chiaro se sul posto arrivò o meno il 118: la noti­zia infatti tra­pelò sol­tanto due set­ti­mane dopo gra­zie alla denun­cia della Flai Cgil. Ma è pro­prio di ieri la noti­zia che il pm della Pro­cura di Trani ha dispo­sto la rie­su­ma­zione del corpo e ha fis­sato per il 21 ago­sto l’autopsia.

La donna, che viveva con la fami­glia a San Gior­gio Jonico in pro­vin­cia di Taranto, si recava ogni giorno a circa 150 chi­lo­me­tri da casa per 27 euro al giorno. L’esposto-denuncia alla pro­cura di Trani, com­pe­tente per ter­ri­to­rio, è stato depo­si­tato il 14 ago­sto scorso ai cara­bi­nieri di San Gior­gio Jonico dal marito della donna, Ste­fano Arcuri, che è assi­stito da tre avvo­cati: il pro­fes­sor Pasquale Chieco, Vito Mic­co­lis e Gio­vanni Vinci. L’autopsia sarà com­piuta dal medico legale dell’Università di Bari Ales­san­dro Dell’Erba.

Dopo Paola era poi stato il turno di Moha­med. Tre le per­sone iscritte nel regi­stro degli inda­gati dalla Pro­cura di Lecce per la sua morte. Il 47enne di ori­gini suda­nesi fu stron­cato da un malore men­tre lavo­rava come brac­ciante irre­go­lare, sotto il caldo tor­rido di luglio — con tem­pe­ra­ture che sfio­ra­vano i 40 gradi — in un campo di pomo­dori fra Nardò e Ave­trana. Gli inda­gati sono i tito­lari dell’azienda agri­cola Mariano, marito e moglie, e il capo­rale suda­nese che avrebbe svolto il clas­sico ruolo di inter­me­dia­rio fra gli impren­di­tori e i lavoratori.

Il sosti­tuto pro­cu­ra­tore Paola Guglielmi ha ipo­tiz­zato al momento il solo reato di omi­ci­dio col­poso, ma sono ancora in corso le inda­gini dei Cara­bi­nieri, visto che l’azienda in cui è avve­nuto l’incidente, già nel 2012 era finita nel mirino della Pro­cura con l’arresto del tito­lare Giu­seppe Mariano, coin­volto nell’operazione «Sabr» sullo sfrut­ta­mento dei brac­cianti nei campi di raccolta.

Da allora però, nulla sem­bra essere cam­biato nelle cam­pa­gne di Nardò e dell’hinterland nono­stante la sto­rica rivolta dell’agosto del 2011 nella mas­se­ria Ban­curi gui­data dal came­ru­nense Yvan Sagnet.

L’ultimo a per­dere la vita in ordine di tempo è stato Zaka­ria Ben Has­sine, il 52enne tuni­sino morto il 4 ago­sto nell’azienda Gal­luzzi srl di Poli­gnano a Mare. Nell’Istituto di Medi­cina legale del Poli­cli­nico di Bari, è stata ese­guita l’autopsia richie­sta dal pub­blico mini­stero, Gra­zia Errede, che dovrà sta­bi­lire le cause del decesso e se siano la con­se­guenza di un infor­tu­nio sul lavoro. I risul­tati dovreb­bero arri­vare entro pochi giorni e dovranno con­fer­mare o smen­tire le prime ipo­tesi che par­lano di «morte naturale».

Secondo le testi­mo­nianze di alcuni com­pa­gni di lavoro, Zaka­ria si sarebbe acca­sciato davanti alle mac­chi­nette auto­ma­ti­che intorno alle 13, men­tre era intento a pren­dere il caffè dopo aver lavo­rato per 8 ore. Sin da subito si è pro­vato a ria­ni­marlo, ma nono­stante sul posto sia inter­ve­nuto il per­so­nale del 118, per l’uomo non c’è stato nulla da fare. Era in Ita­lia da diversi anni Zaka­ria, ed era molto cono­sciuto nella cit­ta­dina di Fasano in pro­vin­cia di Brin­disi, dove viveva in una casa nella zona indu­striale nord con la moglie ita­liana e i quat­tro figli.
Dare giu­sti­zia a que­sti lavo­ra­tori agri­coli e ai loro parenti è il minimo che si possa fare.

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