E sul Cam­pi­do­glio si allunga l’ombra di Grillo

Le passate resistenze del premier a licenziare i sindaco legate all’avanzata del

Andrea Colombo, il manifesto redazione • 9/10/2015 • Copertina, Politica & Istituzioni • 818 Viste

È stata, e forse sarà ancora, una resi­stenza estrema ma priva di spe­ranze. Nelle ultime ore Igna­zio Marino ha com­bat­tuto quasi solo per fare il mag­gior danno pos­si­bile al suo nemico, Mat­teo Renzi, ma senza più sognare di far­cela. Quella spe­ranza, sino a ieri, por­tava le fat­tezze dell’incubo a cin­que stelle. Senza quel punto di forza nep­pure lo scudo di Orfini avrebbe sal­vato Marino così a lungo. Fosse stato per lui, il pre­mier lo avrebbe messo volen­tieri alla porta già da mesi. Non lo ha fatto per sal­vare l’alleanza con il com­pa­gno di play sta­tion che pre­siede il par­tito. Ma non lo ha fatto, soprat­tutto, per­ché sapeva per­fet­ta­mente quanto alto sia il rischio di con­se­gnare Roma all’M5S quando si voterà, in pri­ma­vera.
A palazzo Chigi nes­suno si fa illu­sioni; per il par­tito fon­dato da Grillo con­qui­stare il Cam­pi­do­glio sarebbe il pas­sa­porto per ambire al governo del Paese. L’eventuale primo cit­ta­dino a cin­que stelle, inol­tre, potrebbe disporre di un pal­co­sce­nico da lec­carsi i baffi: il Giu­bi­leo. Per evi­tare quel rischio, Renzi aveva rinun­ciato al ben­ser­vito, ma senza mai cre­derci troppo e covando un’insofferenza che è tra­pe­lata ieri, quando l’assediato ha posto come con­du­zione per sgom­brare senza ulte­riori resi­stenza «un’uscita ono­re­vole». Vagheg­giava un atte­stato di stima, un rico­no­sci­mento estremo, qual­cosa sul tipo «mancò la for­tuna non l’onore».
Da palazzo Chigi nep­pure è par­tita una rispo­sta, fosse pure di diniego. La linea del pre­mier si può sin­te­tiz­zare con un secco: non se ne parla nem­meno. Doveva essere chiaro che il Pd met­teva alla porta il sin­daco, men­tre una dichia­ra­zione come quella invo­cata dall’ex sin­daco avrebbe dif­fuso una sen­sa­zione dia­me­tral­mente oppo­sta: quella di una deci­sione impo­sta non solo a Marino ma anche al Naza­reno dalla spinta dell’opinione pub­blica.
Del resto, pur se non pro­gram­mato, l’ultimo atto di Marino non è poi molto distante da come lo aveva imma­gi­nato il pre­mier mesi fa.
Renzi aveva sem­pre escluso quelle ele­zioni in novem­bre che sareb­bero state ine­vi­ta­bili se avesse mostrato il pol­lice verso nella pri­ma­vera scorsa. Nep­pure è mai stato dav­vero certo che man­te­nere in vita un sin­daco diven­tato, poco importa se a torto o a ragione, un sim­bolo nega­tivo fosse il male minore di fronte al rischio di con­se­gnare Roma a Beppe Grillo. Quando aveva riem­pito la giunta di asses­sori a oro­lo­ge­ria, pronti a rove­sciare il banco nel primo momento utile, imma­gi­nava che non ci sarebbe stato troppo da aspet­tare.
Ma se l’addio di Igna­zio è accolto dal gran capo con sen­ti­menti con­tra­stanti, tra i quali pre­vale però il sol­lievo, quanto al futuro regna il buio. Ha cir­co­lato e ancora cir­cola l’ipotesi di un com­mis­sa­ria­mento in extre­mis, non solo per fare la guar­dia al barile sino alle pros­sime ele­zioni, come d’obbligo, ma con qual­che più lon­gevo obiet­tivo: parare il dis­se­sto eco­no­mico, oppure evi­tare che la guida della Capi­tale cambi pro­prio a metà Giu­bi­leo, come se l’appuntamento non fosse già anche troppo rischioso. Così si evi­te­rebbe, anche in caso di vit­to­ria gril­lina, di fare dell’anno santo una ribalta per il sin­daco pen­ta­stel­lato. L’idea c’è, ma lo stesso Pd ci crede poco: il popolo votante potrebbe pren­derla malis­simo, forse anche peg­gio di quanto avrebbe preso la per­ma­nenza del sin­daco dimis­sio­na­rio.
Ma un can­di­dato da met­tere in campo Renzi non ce l’ha. Nel cen­tro­si­ni­stra cir­co­lano vari nomi, anche se non man­cano quelli che riter­reb­bero oppor­tuno addi­rit­tura sal­tare un giro. Renzi pro­pende invece per un can­di­dato che non pro­venga dal suo par­tito e che no sia nep­pure un poli­tico di pro­fes­sione. Molto meglio un espo­nente della società civile: uno che se vince ha vinto il Pd e se perde ha perso solo lui. Nono­stante tutto il più papa­bile resta il pre­fetto Gabrielli: sem­pre che lo si con­vinca a rinun­ciare al sogno, meno rischioso e per il diretto inte­res­sato più appe­ti­bile, di con­qui­stare il comando della poli­zia.
Nono­stante le ten­ta­zioni rinun­cia­ta­rie di que­ste ore, si può star certi che Mat­teo Renzi farà il pos­si­bile per man­te­nere la guida della Capi­tale. Dovrà veder­sela con un’immensa inco­gnita: l’eventualità che Igna­zio Marino decida di cor­rere da solo con­tro il Pd è del tuto rea­li­stica. Di certo le sue parole di ieri sera su Face­book non erano quelle di chi intende dare a Renzi par­tita vinta senza ingag­giare una nuova battaglia.

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