Francesco registrato di nascosto «I costi sono fuori controllo»

In una riunione a porte chiuse il Papa avverte: «Troppi dipendenti, serve più trasparenza» Le indicazioni «Prima di ogni acquisto si devono chiedere almeno tre preventivi Chi sfora non si paga!»

Gian Antonio Stella, Corriere della Sera redazione • 3/11/2015 • Copertina, Politica & Istituzioni • 955 Viste

C’ è qualcuno sopra il Papa? Il buon Dio, ovvio. Difficile, però, che sia stato lui a raccomandare a certi uffici vaticani di non fornire documenti ai commissari voluti da Francesco per fare luce sulla situazione finanziaria della Chiesa. Eppure, rivela Gianluigi Nuzzi nel libro «Via crucis», che esce dopodomani in 23 Paesi preceduto dai clamorosi arresti annunciati ieri, c’è chi si è spinto a invocare ordini superiori…
Lo dice un documento intestato alla Segreteria di Stato che cortesemente rigetta la richiesta della «Cosea» d’avere notizie sull’uso dell’Obolo di San Pietro, che per il 79,4% se ne andrebbe per l’apparato: «Se, da un lato, viene pubblicato un analitico rendiconto annuale delle entrate (…) dall’altro si è mantenuto finora un assoluto riserbo, nel rispetto delle superiori indicazioni circa il suo utilizzo, in quanto escluso dal bilancio consolidato della Santa Sede».
Una risposta, accusa Nuzzi, incredibile: al punto 3 dell’atto con cui istituiva la commissione, «il pontefice è chiaro: le amministrazioni investigate “sono tenute a una sollecita collaborazione con la commissione stessa. Il segreto d’ufficio e altre eventuali restrizioni stabilite dall’ordinamento giuridico non inibiscono o limitano l’accesso della commissione a documenti, dati e informazioni necessari allo svolgimento dei compiti affidati”». E se lo dice il Papa…
Questo è il nodo: o i documenti pubblicati in «Via crucis» (a volte anche in fotocopia) sono falsi, e allora non si capirebbero le manette e le gravissime accuse a monsignor Lucio Angel Vallejo Balda e Francesca Immacolata Chaouqui che potrebbero essere liquidate con una risata, o sono autentici. E allora il quadro è fosco. Perché da quei documenti emerge un ostracismo calloso di una parte delle burocrazie vaticane alla scelta di Francesco di trasparenza, chiarezza, pulizia.
C’è di tutto, nelle carte passate al cronista che già aveva scritto «Vaticano SpA» mostrando di avere nella città-Stato preziosi informatori come l’allora maggiordomo di Benedetto XVI, Paolo Gabriele, che gli consentì di pubblicare «Sua Santità». Alcune cose più o meno note, come lo sbigottimento dell’ex segretario del Governatorato Carlo Maria Viganò (poi inviato a Washington) per l’albero di Natale da mezzo milione di euro o gli strascichi della pesante eredità dei rapporti con Sindona, altre inedite. E sconcertanti.
Su tutte, una registrazione clandestina di Francesco. È il 3 luglio 2013 e il Santo Padre è stato messo in allarme da una lettera ricevuta dai revisori contabili della Prefettura. Lettera che segnalava la «quasi totale assenza di trasparenza nei bilanci sia della Santa Sede sia del Governatorato». Conseguenza: «È impossibile fornire una stima eloquente della reale posizione finanziaria». Di più: «I costi sono fuori controllo». Di più ancora: viene lasciato «troppo spazio alla discrezione degli amministratori».
Per 16 minuti, in quella riunione a porte chiuse convocata per discutere il bilancio, Francesco dice la sua: «Bisogna chiarire meglio le finanze della Santa Sede e renderle più trasparenti». Ricorda che «si è allargato troppo il numero dei dipendenti» con un aumento in 5 anni «del 30%», contesta la disinvoltura con cui si paga pronta cassa: «Uno dei responsabili mi diceva: “Ma vengono con la fattura e allora dobbiamo pagare…”. No, non si paga. Se una cosa è stata fatta senza un preventivo, senza autorizzazione, non si paga. (…) C-h-i-a-r-e-z-z-a. Questo si fa nella ditta più umile e dobbiamo farlo anche noi». Insomma, «prima di ogni acquisto o di lavori strutturali si devono chiedere almeno tre preventivi che siano diversi per poter scegliere il più conveniente. Farò un esempio, quello della biblioteca. Il preventivo diceva 100 e poi sono stati pagati 200. Cosa è successo? Un po’ di più? Va bene, ma era nel preventivo o no? Ma dobbiamo pagarlo… Invece non si paga!».
La situazione, sospira Francesco, è pesante: «Senza esagerare possiamo dire che buona parte dei costi sono fuori controllo». I contratti vanno studiati perché si sa, «hanno tante trappole, no?». E vanno scelti bene i fornitori: «I nostri devono essere sempre aziende che garantiscono onestà e che propongono il giusto prezzo di mercato, sia per i prodotti sia per i servizi. E alcuni non garantiscono questo».
Di fondo, per il Papa, c’è la coerenza. Ricorda lo sconcerto provato a Buenos Aires quando (era prelato provinciale) l’economo generale gli raccontò dei soldi investiti «in una banca seria e onesta. Poi, col cambiamento dell’economo, quello nuovo è andato alla banca per fare un controllo. Aveva chiesto come erano stati scelti gli investimenti: venne a sapere che più del 60 per cento erano andati per la fabbricazione di armi!». Inaccettabile. Perché, gli spiegò «un parroco anziano di Buenos Aires, saggio, che aveva molta cura nell’economia, “Se non sappiamo custodire i soldi, che si vedono, come custodiamo le anime dei fedeli, che non si vedono?”».
Da lì viene lo sforzo di papa Francesco di capire. Da lì la scelta di affidare un monitoraggio di tutti i conti alla «Cosea», composta da persone di assoluta fiducia («fiducia gravemente tradita», dice ora la Santa Sede) e presieduta dall’economista maltese Joseph Zahra. E da lì inizia, dicono le carte e i verbali passati a Nuzzi da chi «patisce la radicale ipocrisia di coloro che sanno tutto ma non vogliono ammettere ciò che sta accadendo», il quotidiano ostruzionismo.
Lo dice uno sfogo amarissimo del canadese John F. Kyle, che evidentemente si sente impotente davanti alla trincea burocratica: «Sono stati effettuati sforzi per 25 anni per arrivare a risultati praticamente nulli». Lo conferma il revisore catalano Josep Cullell parlando di un caos «insostenibile» e tracciando un paragone tra il Vaticano e i «regni di Taifa », cioè gli staterelli spuntati fuori in Spagna dopo la dissoluzione del califfato degli Omayyadi. Lo ribadisce una lettera di Joseph Zahra indirizzata direttamente a Sua Santità: «È con rammarico che vi comunico che la commissione non è in grado di completare la posizione finanziaria consolidata della Santa Sede a causa della mancanza di dati fondamentali».
Su cosa? Ad esempio sugli immobili dell’Apsa (Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica) se come scrive Nuzzi valgono 2,7 miliardi ma sono a bilancio per una somma sette volte più bassa e se su «5.050 unità tra appartamenti, uffici, negozi e terreni» solo a Roma, per oltre la metà non c’è la metratura quindi non si può «valutare la congruità della pigione». O sui soldi raccolti dai postulatori delle cause di beatificazione e canonizzazione, che possono costare fino a 750 mila euro. O sulle «perdite dovute a differenze d’inventario» con «un buco da 700 mila euro al supermercato, mezzo milione nei depositi di abbigliamento, 300 mila euro in farmacia…». O sui conti correnti allo Ior, disinvoltamente utilizzati secondo lo stesso Ernst von Freyberg, presidente fino al 9 luglio 2014, anche «per operazioni illegittime, riciclaggio in tutti i sensi»… A farla corta, un caos. Tanto che tra i correntisti figurano ancora papa Luciani (saldo 110.864 euro) e addirittura Paolo VI (125.310 euro su un conto, 296.151 dollari su un altro) che è morto da 37 anni.
E in mezzo a tutto questo, lui, papa Francesco. Che vorrebbe parlare di misericordia e del «Dio che accarezza» e della Chiesa «casa della gioia» ed è costretto a fare i conti con i conti. E con chi proprio non vuole cambiare.
Gian Antonio Stella

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