Marc Augé: “Denunciamo chi interpreta l’islam come violenza”

Marc Augé: “Denunciamo chi interpreta l’islam come violenza”

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PARIGI. «Se ancora una volta la Francia è attaccata dal terrorismo islamico, significa che i nostri valori di libertà, uguaglianza e fratellanza esistono davvero e hanno un senso. Sono valori insopportabili per i terroristi, i quali vorrebbero annientare la democrazia e la laicità». Marc Augé è in collera. Il celebre antropologo, di solito molto misurato, non nasconde l’emozione di fronte ai massacri parigini. «Gli attacchi dell’altra sera esprimono una violenza indiscrimanata», spiega, «ricordano la violenza dei bombardamenti che colpiscono alla cieca, cercando di uccidere il maggior numero di persone. Sono atti di guerra che mirano a scatenare un terrore indiscriminato e generalizzato».
I luoghi scelti per i massacri hanno un significato?
«C’è effettivamente una simbologia negli obiettivi scelti dai terroristi. Attaccando lo stadio, una sala da concerto e i ristoranti volevano colpire il nostro modo di vivere, la nostra civiltà e la nostra libertà. Volevano distruggere la società dello spettacolo, del piacere e del tempo libero. Ma volevano anche trasmettere la gratuità di una violenza irrazionale che può colpisce chiunque e ovunque senza alcuna ragione. Speravano di moltiplicare il terrore e l’effetto paralizzante della loro azione».
Negli ultimi anni, la Francia è intervenuta in paesi lontani, dal Mali alla Siria. Ora la guerra le è piombata in casa…
«La Francia è in prima linea contro la follia dell’estremismo islamico. E si trova coinvolta nella guerra mondiale scatenata dai terroristi dell’Is. I fanatici della jihad però non nascono dal nulla. Dietro di loro c’è un’organizzazione, delle reti d’influenza, del denaro. E c’è una genealogia storica, politica e ideologica che occorre denunciare. Oggi riceviamo le condoglianze dell’Iran e dell’Arabia Saudita, due paesi che hanno a lungo finanziato e alimentato direttamente o indirettamente forme di terrorismo. Dovremmo rivedere le nostre relazioni diplomatiche con questi paesi. La realpolitik ha certo le sue giustificazioni, ma deve anche porsi dei limiti. Come pure dovremmo riflettere di più sulla dimensione religiosa di questa violenza, che di solito cerchiamo di minimizzare».
Cosa intende dire?
«Quando cerchiamo le cause di questa follia terrorista, parliamo sempre d’estremismo tendendo ad escludere o a minimizzare il movente religioso. Cerchiamo di distinguere la religione “buona” dalla sua lettura “cattiva”. Tutto ciò è vero, ma sono un po’ stanco di questo discorso. Occorre avere il coraggio di dire che nella religione c’è probabilmente qualcosa che autorizza questa violenza. Chi invoca la jihad fa parte di un movimento che vuole imporre la sua fede al mondo intero. E non appena una religione monoteista pratica il proselitismo diventa pericolosa. Come è accaduto per il cristianesimo durante l’epoca coloniale».
Vuol dire che si deve essere più fermi e vigili nei confronti di una certa lettura dell’islam?
«Bisogna evitare di trasformare una comunità religiosa in un capro espiatorio e in particolare non bisogna attribuire la responsabilità di simili atti ai singoli musulmani. Ma non si può ignorare che questa violenza cerca una giustificazione in alcune interpretazioni dell’islam, che vanno denunciate come gli Stati che le difendono in maniera diretta o indiretta ».
La Francia deve cambiare la sua politica d’impegno militare all’estero?
«Assolutamente no. La Francia ha fatto bene a intervenire, soprattutto in Africa, perché altrimenti un paese come il Mali sarebbe caduto nelle mani degli integralisti alleati dell’Is. Queste operazioni sono complicate e rese più ambigue dal nostro passato coloniale. Ma non sarà capitolando che vinceremo il terrorismo e l’orrore. Dobbiamo mantenere le nostre posizioni e i nostri impegni. Ad esempio, non sono d’accordo con chi ha proposto di annullare la conferenza internazionale sul clima che deve aprirsi tra poco a Parigi. Rinunciare sarebbe una sconfitta che alimenterebbe altre azioni di questo tipo».
Alcuni osservatori sostengono che questi attentati spianeranno la strada al Fronte Nazionale e alla sua politica aggressiva nei confronti dei musulmani e dell’immigrazione. Che ne pensa?
«Non ne sono sicuro. Certo c’è il pericolo di un successo del Fronte Nazionale, ma forse si può anche immaginare una reazione più democratica. Un’eventuale vittoria di Marine Le Pen sarebbe in realtà una vittoria dei terroristi, perché significherebbe che sono riusciti nell’intento di destabilizzare il paese. Spero che i francesi ne abbiano coscienza. Abbandonarsi alla politica della paura incarnata dal Fronte Nazionale sarebbe una sconfitta della democrazia. Che è esattamente ciò che auspicano gli uomini della jihad. Dalla collera che proviamo di fronte ai massacri di Parigi dobbiamo trarre la volontà di ribadire con forza i valori e i principi che difendiamo. La miglior risposta agli assassini sta nel riaffermare la democrazia che sola può difenderci dalla barbarie terrorista».


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