Quel varco tra Macedonia e Grecia dove inizia la speranza dei profughi

Quel varco tra Macedonia e Grecia dove inizia la speranza dei profughi

Loading

IDOMENI (CONFINE TRA GRECIA E MACEDONIA). Ancora uno sforzo e Yasser Al-Mahmoud, con il suo saccone blu caricato sulle spalle, ce l’ha fatta. «Non sa da quanto tempo sognavo di passare da quella porta» dice sorridendo nel gelo del crepuscolo. Davanti a lui e ad Aisha, la figlia di sei anni, c’è il cancello metallico di due metri per due soffocato in un groviglio di filo spinato che ha visto mille volte su Facebook, nei post di altri rifugiati siriani come loro. E’ l’unico varco nel muro di rete metallica lungo che sigilla il confine tra Grecia e Macedonia a Idomeni. Un passo verso la speranza per Yasser («Vado da mio fratello ad Hannover»). La frontiera da blindare ermeticamente per quel pezzo d’Europa che vuole cancellare Schengen fino a quando Atene «non avrà fatto i compiti a casa», parola del ministro degli interni tedesco Thomas de Maiziere.

«Un po’ ce lo aspettavamo», ammette Yannis, poliziotto di 32 anni di Salonicco, da tre mesi in servizio al controllo documenti in un container a fianco dei binari della ferrovia. Idomeni è il collo di bottiglia lungo la rotta balcanica dei rifugiati. Qui sono transitati nel 2015 quasi 800mila rifugiati in marcia verso il Nord del continente. E questo imbuto a rischio chiusura è la fotografia plastica delle incomprensioni che fanno volare gli stracci in queste ore tra il Partenone e Bruxelles. «Fino all’estate scorsa, è vero, da queste parti funzionava il liberi tutti – ammette Johanna Friedman, 34enne volontaria di Medici senza frontiere che ha montato qui un campo d’emergenza per mille persone -. Chi arrivava, procedeva per la Serbia senza filtri. Ora le cose sono cambiate». «Facciamo passare solo siriani, afgani e iraniani. E solo quelli che vanno in Austria o Germania», spiega Yannis.

All’Europa non basta. E la lista dei compiti a casa non fatti da Atene è lunga. Primo: gli hotspots, i centri di identificazione di migranti sulle isole, sono in ritardo. Il governo aveva promesso di aprirne cinque entro gennaio, invece oggi funziona solo quello di Lesbos. Leros e Chios arriveranno (se va bene) tra un mese. Samos a marzo, Kos è addirittura in stand-by. Secondo: Tsipras si era impegnato a garantire 50mila alloggi per i rifugiati. Invece niente. «Ogni giorno partono da Idomeni per Atene pullman carichi di marocchini, iracheni, palestinesi e pakistani respinti alla frontiera. I più fortunati vengono ospitati nel palazzetto olimpico di Taekwondo. Gli altri sono abbandonati al loro destino senza un tetto sulla testa». Ultimo segno blu sulla pagella ellenica: i ritardi nell’identificazione dei profughi. Sulle isole funzionano 70 macchine per rilevare impronte digitali. Ma lavorano male. Su 105mila persone sbarcate a dicembre, solo a 61mila sono state rilevate le impronte, una voragine che preoccupa le intelligence continentali visto che tre degli attentatori di Parigi sono arrivati nel continente mischiandosi ai migranti sbarcati a Leros.

«Criticare è facile da Berlino. Qui abbiamo fatto miracoli – dice il poliziotto Yannis -. Siamo in crisi da cinque anni. Non abbiamo i soldi per curarci noi. Ma guardi cosa succede a Idomeni: la notte ci sono dieci gradi sotto zero. E decine di ragazzi, magari disoccupati, sono qui per far da mangiare e assistere i profughi. Gratis». Mouzalas, ministro dell’immigrazione, la pensa come lui: «Ci accusano ingiustamente. Se c’è qualcuno che non rispetta gli impegni è l’Europa». Prendiamo il ”ricollocamento” dei migranti. La Ue si era impegnata ad accoglierne 160mila. Ad oggi dalla Grecia ne sono stati accettati 78. Atene, è vero, ha ricevuto 508 milioni di aiuti. «Ma sono briciole rispetto ai 3 miliardi girati alla Turchia che continua a mandare i barconi verso le nostre coste», protesta a Idomeni Heleni Papakonstantinou della Ong Praksis. Quando arriva qualche pretesa in più, poi, a Bruxelles fanno orecchie da mercante. Frontex non ha voluto farsi carico di spese e straordinari per i 1.535 poliziotti trasferiti sulle isole per l’accoglienza. «E ha garantito solo la metà delle persone che servono per pattugliare le coste » accusa Mouzalas.

L’Europa litiga. Qui, nell’attesa di scoprire il colpevole, si muore. Nella notte tra domenica e lunedì c’è scappata una vittima dopo una rissa tra rifugiati esasperati a Euzoni, quattro chilometri dal confine con la Macedonia. Ben 149 persone sono affogate nell’Egeo da inizio anno. Yasser e Aisha, per fortuna, alle sei di ieri (pagato un biglietto da 25 euro a testa), erano su un treno. Direzione Belgrado e un futuro lontano dalla guerra.



Related Articles

«Palestina» in homepage, Google fa irritare Israele

Loading

AMMAN — Google ha aggiunto il suo voto ai 138 che il 29 novembre del 2012 hanno permesso alla Palestina di diventare «Stato osservatore» alle Nazioni Unite. Così la pagina locale del motore di ricerca (www.google.ps) ha sostituito l’intestazione Territori palestinesi con una sola parola, in arabo e inglese: Palestina.

Cie, rimpatriato solo il 50 per cento dei trattenuti. In aumento rivolte e fughe

Loading

Le cifre 2012 diffuse da Medici per i diritti umani. Negli ultimi cinque anni i tempi di reclusione sono passati da due mesi a 18, ma c’è stato un calo del numero dei reclusi di oltre 2 mila persone fra il 2008 e il 2012

Nigeria. Terrore delle scuole, in azione l’alleanza tra banditi e jihadisti

Loading

Ennesimo sequestro di massa nel nord-ovest. Già oltre 1000 gli studenti rapiti quest’anno. Boko Haram in declino, i miliziani che non passano allo Stato islamico si riciclano così

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment