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Referendum, la Cgil invita al voto. Ma sulle trivelle rimane divisa

L’appello della segreteria nazionale. «Non possiamo disertare le urne»: il comunicato arriva poco dopo le dichiarazioni del presidente della Consulta. Vasto il fronte del Sì, da Landini (Fiom) fino a Pantaleo (Flc) e Crogi (Flai)

Antonio Sciotto, il manifesto • 12/4/2016 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina, Sindacato • 656 Viste

Poche ore dopo l’autorevole appello del presidente della Corte costituzionale, anche la Cgil si esprime con una nota che invita ad andare a votare al referendum di domenica prossima sulle trivelle. Lo aveva fatto già qualche settimana fa, con una dichiarazione della segretaria Susanna Camusso, raccolta (e rilanciata dal manifesto) nel corso di una conferenza stampa. Il comunicato è ovviamente un impegno ufficiale, e invita tutte le strutture del sindacato, gli iscritti, i simpatizzanti, a non sottrarsi al passaggio delle urne. Il tema è comunque rimasto sommerso nel dibattito dell’organizzazione, visto che al suo interno convivono posizioni a favore del Sì, e altre per il No.

«Questo referendum, proposto da alcune Regioni italiane, intreccia, al di là del quesito specifico, i temi della politica energetica del nostro Paese – scrive la segreteria nazionale – La Cgil fa appello alle lavoratrici, ai lavoratori, alle pensionate, ai pensionati e a tutti i cittadini affinché il 17 aprile esercitino il proprio diritto di voto. Il referendum è uno degli strumenti della nostra democrazia: votare non è solo il modo per sostenere i propri convincimenti, ma è anche la via per salvaguardare i cardini fondamentali del nostro sistema democratico e dare nuova forza alla partecipazione».

Lo zoccolo duro del No, anzi in realtà – stando a una nota pubblicata ieri – diremmo piuttosto dell’astensione, restano i chimici del sindacato: la Filctem, che insieme a Femca Cisl e Uiltec Uil, ieri ha dichiarato «inutile e dannosa la consultazione referendaria».

I motivi di questa bocciatura vengono elencati in 10 punti, tra cui c’è ovviamente il timore della perdita dei posti di lavoro legati alle estrazioni di gas e petrolio: «Gli addetti dedicati agli impianti interessati dal referendum e la cui occupazione verrebbe messa a serio rischio sono circa 5 mila tra i diretti (operativi sulle piattaforme, attività di ingegneria, staff, logistica e commerciale) e circa 15 mila tra gli indiretti (manutenzioni edili e meccaniche, trasporto, logistica indiretta, attività di supporto vario)». Nessun invito, però, nel comunicato, ad andare a votare No: è evidente che i tre sindacati mirano sostanzialmente alla vittoria del fronte astensionista, come d’altronde (ma esplicitamente) hanno dichiarato di fare il governo e il Pd.

«Non diamo numeri: piuttosto suggerirei di calcolare quanta occupazione verrebbe da un serio investimento sulle rinnovabili e le energie pulite», ha detto dal canto suo il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, convinto sostenitore del Sì. I metalmeccanici Cgil fanno parte del comitato promotore del referendum, e in questi giorni Landini non si è risparmiato, accompagnandosi spesso a un altro testimonial del Sì, il presidente della regione Puglia, Michele Emiliano.

Nella Cgil c’è un ampio fronte del Sì, e a quel che si può intuire dall’attività nei social ben più vasto della singola categoria dei chimici Filctem: lo ha testimoniato l’appello dei Quattrocento (segretari e strutture locali) pubblicato qualche settimana fa, e sottoscritto da leader di categorie di peso come Domenico Pantaleo (Flc, scuola, università e ricerca), e Stefania Crogi (Flai, lavoratori dell’agroindustria e della pesca).

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