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Legittima difesa, il testo torna in commissione

Camera. Rinviato lo scontro nella maggioranza. L’insicurezza percepita e il ruolo della tv in un rapporto del 2007 ai deputati, firmato Gianni De Gennaro. Gli interessi delle lobby delle armi sportive padane

Giuliano Santoro, il manifesto • 22/4/2016 • Copertina, Criminalità, controllo & sicurezza, Paure, conflitti, sofferenze urbane, Politica & Istituzioni • 1363 Viste

La legge sulla legittima difesa torna alla commissione giustizia della Camera. Il Pd punta a riconoscere attenuanti per chi non rispetta il principio sancito dall’art. 52 del codice penale, peraltro già modificato dieci anni fa dal ministro della giustizia leghista Roberto Castelli. La legge prevede che necessità che la difesa sia «proporzionata all’offesa», il dem Davide Ermini propone di riconoscere l’attenuante di turbamento psichico causato dal comportamento dell’aggressore. La Lega e i centristi di Area popolare invece mirano a rafforzare di più il principio, rivendicando la «presunzione assoluta della legittima difesa». I grillini si rifugiano in questioni procedurali e difendono il diritto della Lega, in quanto parte dell’opposizione, a presentare in aula la sua proposta. Così, in piena campagna elettorale il fantasma mediatico evocato da mesi nei talk show, dell’italiano che non sarebbe legittimato a difendersi neppure di fronte all’irruzione di un ladro nella propria dimora si materializza in Parlamento e incrina i rapporti nella maggioranza renziana.

Siccome si discute di una faccenda che ha che fare più con la percezione dell’insicurezza che con un pericolo concreto, è bene fare chiarezza. La storia non è neppure recente. Già nel 2007, l’allora capo della polizia Gianni De Gennaro – non esattamente un garantista – aveva trattato il fenomeno compilando una relazione intitolata «Lo stato della sicurezza e la comunità civile». Il faldone era finito sulla scrivania dei parlamentari che anche all’epoca si trovavano ad affrontare una virtualissima «emergenza sicurezza». A pagina 122 De Gennaro affermava che «la percezione diffusa di una maggiore insicurezza non è sempre fondata su di una reale situazione di maggiore esposizione a rischi». Poco oltre il capo della polizia parlava degli elementi che contribuivano ad accentuare l’insicurezza percepita scrivendo che «un ruolo determinante è rappresentato dall’effetto moltiplicatore dei media in ordine a singoli eventi delittuosi»: in altre parole, la tv. I numeri del rapporto curato da Demos e dall’Osservatorio di Pavia confermavano: le «persone spaventate» stavano davanti alla tv per più di quattro ore al giorno e guardavano prevalentemente le reti Mediaset.

Arriviamo ai giorni nostri attraversando un decennio durante il quale i porti d’arma sportiva sono lievitati da 177 mila a 400 mila. Tanto che Daniele Farina, deputato di Sel, nel corso del dibattito parlamentare ha ipotizzato una relazione tra allargamento dei confini della legittima difesa e gli interessi commerciale delle lobby delle armi «sportive» che operano nei distretti padani. «Forse le magliette che alcuni colleghi indossano dovrebbero cambiare scritta e dovrebbero recare il marchio, il brand di qualche azienda della Val Trompia, piuttosto che del lecchese, magari si può mettere ‘Beretta’, invece di ‘Difesa sempre legittima’, oppure ‘Fiocchi’», dice Farina. Secondo l’ultimo rapporto dell’Osservatorio europeo sulla sicurezza, diffuso nei giorni scorsi, l’84 per cento degli intervistati ritiene che i reati in Italia siano cresciuti rispetto a cinque anni fa. A percepire l’aumento della minaccia criminale sono soprattutto le donne di età compresa fra i 45 e i 54 anni e le casalinghe. Fin qui parliamo, appunto, la «percezione». Che ha una corrispondenza con la realtà materiale. Per capirlo bisogna incrociare le fredde cifre sui reati e le incandescenti paure dei cittadini indagate dal rapporto. Dal momento che si parla di influenza mediatica, gli analisti rivelano che nel corso del 2015 si sono verificate «alcune differenze nella narrazione dei fatti criminali»: è aumenta la visibilità di furti e rapine, che «raddoppiano rispetto agli anni precedenti, con il 9 per cento di spazio». Rispetto agli anni precedenti assume maggiore rilevanza «la variabile etnica in notizie di criminalità ordinaria»: nel 12 per cento dei servizi relativi a furti, rapine, «omicidi stradali» e aggressioni si fa esplicito riferimento alla «variabile etnica». Quanto ai dati reali, è vero che crescono i furti in appartamento ma la serie storica dei dati degli ultimi venti anni ci fa capire che il fenomeno tutto sommato in decrescita. Ancora, è vero che i migranti hanno un’incidenza relativa maggiore tra gli arrestati, ma non bisogna dimenticare che ciò avviene perché questi costituiscono una parte della popolazione più giovane, spesso più povera, sovente molto più controllata rispetto alla componente italiana, quando non vessata da legislazioni criminogene.

È il caso di ricordare, a proposito di allarmi percepiti e circostanze reali, che negli anni cresce in maniera considerevole la violenza sulle donne, reato che spesso si compie dentro le mura di casa (il bene-rifugio che la modifica del codice penale in discussione promette di fortificare colle armi) e che poco ha a che fare con le politiche repressive tradizionali, tantomeno con la libertà di sparare chi viola il sacro suolo della dimora.

Proprio ieri nella periferia romana di Corcolle è stato arrestato il signor Augusto Nuccetelli. Anche lui mesi fa era comparso in televisione per denunciare l’insicurezza causata dall’immigrazione e sostenere la necessità di esercitare la «legittima difesa». È accusato di aver ucciso a colpi di pistola la propria convivente.

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