Armenia

Si riaccende il conflitto nel Nagorno-Karabakh

Durante la notte fra il Primo e due di aprile 2016, le forze armate della Repubblica di Azerbaijan hanno sferrato un pesante attacco in tre direzioni

Orsola Casagrande-JM Arrugaeta, Global Rights • 13/4/2016 • Copertina, Global Rights, Guerre, Armi & Terrorismi • 1043 Viste

 

Baykar Sivazliyan è nato a Istanbul in una famiglia che come lui stesso sottolinea è “sopravvissuta al genocidio armeno del 1915”. I suoi nonni paterni venivano dalla città di Sivas (la antica Sebaste) mentre i nonni materni, i Pehlivanyan, venivano da Erzurum (Garin in armeno) . E’ docente universitario e presidente dell’Unione degli Armeni d’Italia.
Che sta succedendo in Nagorno-Karabakh?
Durante la notte fra il Primo e due di aprile 2016, le forze armate della Repubblica di Azerbaijan hanno sferrato un pesante attacco in tre direzioni verso la linea di contatto nella parte nord, centrale e sud della frontiera di Nagorno Karabakh, “Artzakh” per gli armeni. Analizzando militarmente il movimento, risulta che le forze in campo azere, volevano realizzare una guerra lampo, conquistando un bel pezzo del territorio della piccola repubblica armena, ancora non riconosciuta dalle autorità internazionali. L’accanita difesa delle forze locali, spalleggiate dai contadini dei villaggi e dai volontari accorsi immediatamente sul fronte, non ha permesso la realizzazione del progetto degli aggressori. Gli azeri avevano concentrato le loro forze in tre direzioni su un dorsale militare con un centinaio di carri armati, autoblindo e artiglieria pesante aiutati da una squadra di elicotteri d’attacco di fabbricazione russa. La guerra lampo è fallita, ma ha lasciato sul terreno centinaia di morti e feriti. La parte armena lamenta 44 caduti e 36 feriti gravi con una lista precisa di nomi, cognomi, grado e fotografie. Da parte azera non vengono forniti numeri certi, ma guardando le fotografie di un momento di raccoglimento organizzato dalla First Lady Azera, Aliyeva, si vedono centinaia di madri in lutto.
Perché è riesploso proprio adesso il conflitto? Cosa e chi c’è sotto?
Penso che la dittatura azera non stia attraversando un momento molto felice della sua storia. I progetti statali fatti sul valore di 100-120 dollari USA per ogni barile di petrolio, non possono essere realizzati con un valore attuale che difficilmente supera 40 dollari USA. Come si sa l’economia azera si basa per l’80% sulla vendita di gas e petrolio. A questa situazione, che ha già scatenato delle sommosse popolari nelle grandi città, si sono aggiunte anche le notizie delle immense ricchezze accumulate dal Presidente Ilham Aliyev e dai suoi familiari nei paradisi fiscali. Probabilmente dirottare l’attenzione della popolazione, sulla questione del Nagorno-Karabakh poteva essere un’azione diversiva. Il nulla di fatto, visto come è terminata l’operazione lampo sul terreno, ha aperto però un altro capitolo ancora più difficile e complicato per le relazioni dell’Azerbaijan in una triangolazione molto delicata fra Turchia, Russia e Iran.
Ancora una volta lo zampino della Turchia?
Sì, purtroppo la Turchia è parte in causa in questo conflitto, non solo con un chiaro schieramento verbale, non richiesto da parte azera, ma anche con molti aiuti di materiale militare e di consiglieri, addirittura in prima linea. Gli armeni hanno notato una serie impressionante di armi che non risultano essere nell’arsenale azero, di fabbricazione turca e israeliana, in modo particolare droni molto sofisticati, senza pilota, sicuramente non manovrati dagli azeri. Ne sono stati colpiti ben sette, sui cieli armeni, ognuno di un costo di milioni di dollari. Il motivo del coinvolgimento turco è da mettere in relazione con la situazione dei kurdi. Con una sconfitta a costo zero degli armeni, la Turchia, avrebbe potuto fare una pressione psicologica sui kurdi. Il governo di Erdogan infatti considera comunque, i kurdi, cugini degli armeni… La tenuta sostanziale del Nagorno-Karabakh e il colpo inflitto alle forze azere sono stati un risultato sicuramente contrario a quello auspicato dalla Turchia.
Qual è la posizione dell’Armenia in questa situazione?
Qui forse bisogna parlare della posizione “degli armeni” e non solo dell’Armenia. In poche ore si è materializzata una eccezionale macchina organizzativa pan-armena, da Los Angeles a New York, da Buenos Aires a Parigi, da Roma a Yerevan e a Stepanakert (capitale del Nagorno). L’alleanza turco-azera, senza volere, e naturalmente senza calcolarlo si è trovata davanti una serie di fronti difficili da gestire, grazie alle proteste organizzate dalla diaspora in ogni parte del mondo e presso le istituzioni internazionali. Non dobbiamo mai dimenticare che la diaspora armena è il frutto del Genocidio del 1915 e un attacco esterno, coagula anche le forze avverse ai governanti dell’Armenia, sia in patria che all’estero. Sul campo, naturalmente, l’Armenia è garante dell’integrità del territorio del Nagorno, in quanto firmataria come parte direttamente partecipante al cessate il fuoco nel 1994. Con grande responsabilità per non portare a un livello più alto la vicenda, questa volta l’Armenia non ha partecipato direttamente alle operazioni belliche. Vorrei però far presente inoltre la grande delusione della parte armena nei confronti del lavoro fatto, o non fatto, del Gruppo di Minsk. Purtroppo oltre a proclami e “consigli”, questa istituzione formata da Russia, Francia e USA, non è riuscita a imporre la propria voce sulle parti. Inoltre i continui proclami dell’Azerbaijan di tenere soltanto in considerazione il principio di integrità territoriale e ignorando assolutamente il principio di autodeterminazione dei popoli ha portato praticamente alla situazione bellicosa di oggi. Questa preparazione e la corsa dissennata all’armamento dell’Azerbaijan è stata più volte denunciata dall’Armenia all’opinione pubblica con scarso ascolto. Non è un caso che una parte sostanziosa dei morti dalla parte Azerbaija, durante questa ultimi scontri sono soldati mercenari e alcuni sbandati dell’ISIS, chissà come arrivati sulla frontiera del Nagorno Karabakh. Infine vale la pena ricordare che la Turchia confina con la provincia autonoma del Nakhitchevan, territorio azero.
E l’Azerbaijan può permettersi il lusso di uno scontro?
L’Azerbaijan è un paese di scarsa democrazia. I suoi interessi devono necessariamente collimare con gli interessi della famiglia che è al potere da due generazioni. Anche il padre di Ilham, Haydar Aliyev, che era un potente del KGB dell’Unione Sovietica, ha governato il paese con il pugno di ferro fino alla propria morte, perdendo anche la prima guerra di Karabakh nel 1994, con una umiliante richiesta per lui di cessate il fuoco, ottenuto con la mediazione russo-iraniana. La stragrande maggioranza dei pozzi petroliferi che l’Azerbaijan possiede nel Mar Caspio sono proprietà o comunque sono gestite da società straniere. Forse il governo azero sta pensando che questa situazione possa essere una garanzia anti-armena. L’oleodotto Bakù-Ceyhan, passa a meno di 20 km. dalla frontiera armena del Nagorno. Il potere dei petrodollari può avere accecato i governanti azeri, dall’altra parte però, esiste un governo armeno estremamente pragmatico e lucido.
Infine, cosa pensi dell’ultimo accordo Unione europea-Turchia sui rifugiati?
Noi armeni conosciamo molto bene le debolezze dei governanti dell’Europa nei confronti della Turchia. Questa situazione di sudditanza è nata nel periodo della Guerra Fredda. Gli europei avevano individuato la Turchia come un alleato di ferro, affidabile e sicuro. Per questo motivo hanno perdonato la situazione drammatica dei diritti umani, l’occupazione di Cipro, la situazione dei curdi che oggi ormai è diventata un vero e proprio genocidio. La Turchia si è permessa di non riconoscere il Genocidio degli Armeni perché l’Europa ha consentito questa ingiustizia. Questa è ormai una realtà incontestabile. Dopo la denuncia di Papa Francesco il 12 aprile del 2015 si è mosso, finalmente, anche il Parlamento europeo. Naturalmente mi si dirà che l’Europa non ha oggi una chiara politica estera nei confronti di nessuna delle questioni che assillano il nostro mondo. Il non decidere, è forse l’unica delle decisioni dei governanti europei.

 

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