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Spesa sociale fuori dal Patto di Stabilità

Reddito minimo, Welfare e investimenti. Sono le richieste della campagna contro il terrorismo e le diseguaglianze, promossa da un cartello di associazioni

Roberto Ciccarelli, il manifesto • 6/4/2016 • Copertina, Terzo settore & Non profit, Welfare & Politiche sociali • 641 Viste

Spesa sociale fuori dal patto di stabilità. È la richiesta della campagna «Impatto sociale» contro il terrorismo e le diseguaglianze, promossa da un cartello di associazioni che comprende Libera, Gruppo Abele, Sbilanciamoci, Arci, Rete della Conoscenza e Forum del Terzo Settore e un centinaio di realtà che fanno parte della campagna “Miseria Ladra”. L’appello ai parlamentari è stato presentato in vista dell’imminente discussione del Documento di Economia e Finanza (Def).

«Se in nome della lotta al terrorismo, l’Ue ha dato la possibilita’ ai governi di derogare al Patto di Stabilita’ escludendo dal calcolo del deficit le spese per la sicurezza – sostengono i promotori di “Impatto sociale” – è ancora più urgente derogare al Patto per le spese relative ai servizi sociali, fondamentali per il contrasto alle disuguaglianze e all’esclusione sociale di cui il terrorismo si nutre». La richiesta è contenuta in una risoluzione presentata ieri ai parlamentari e ha ricevuto al momento il sostegno del gruppo del Movimento Cinque Stelle al Senato e di alcuni parlamentari di Sinistra Italiana. La campagna si rivolge anche agli amministratori locali a cui è stato chiesto di impegnarsi ad approvare una delibera. Hanno aderito una ventina di comuni tra i quali ci sono Napoli, Palermo e Pisa.

L’obiettivo della campagna è ambizioso e, inoltre, deve zigzagare per evitare le trappole retoriche e i rimedi paradossali adottati dal governo il 24 novembre 2015, dieci giorni dopo i sanguinari attentati dell’IS a Parigi, quando Renzi comunicò di avere stanziato 2 miliardi per i «professionisti della sicurezza e dell’insegnamento». È stato il trionfo della politica dei bonus a fini elettorali, un patchwork di misure populiste che hanno aggirato il problema del taglio al Welfare e della sua arretratezza endemica. Un paio di formule possono rendere l’idea: «Per ogni euro in cybersecurity, uno in start-up; per ogni mezzo blindato in più, un campo di calcetto» disse Renzi. È stato un modo per estendere gli 80 euro alle forze dell’ordine – non avevano gradito l’esclusione – il 2×1000 per le associazioni culturali e un bonus da 500 euro per 550 mila 18enni nel 2016, ad esclusione dei 45 mila ragazzi nati da genitori stranieri. Di questo bonus se ne sono perse le tracce. Quando sarà attivato, finanzierà i consumi, non un reddito per gli studenti. «Impatto sociale» insiste invece su una decisione di sistema. E parte dal reddito minimo, considerato «una misura strutturale di entità almeno pari al 60% del reddito mediamo pro-capite come indicato dalla Carta di Nizza» precisano i promotori. «Siamo agli ultimi posti per tutti gli indicatori degli investimenti in welfare, ultimi nel contrasto alla povertà’, terzultimi secondo Eurostat sulla non-autosufficienza eppure non siamo uno Stato povero, il costo delle politiche pubbliche è di 800 miliardi all’anno», sostiene Pietro Barbieri, portavoce del Forum Nazionale del Terzo Settore.

La risoluzione chiede al governo di aumentare le risorse per i fondi sociali nazionali, riportandoli al livello del 2008 e di dismettere la politica dei tagli lineare sulla sanità che l’hanno portata dal 7,2 per cento del Pil al 6,8% del 2015. Numeri veri, non campi da calcetto. Nella piattaforma non manca la richiesta di aumentare la spesa per istruzione: l’Italia è l’unico paese Ocse ad avere tagliato questa voce nei primi sette anni della crisi più grave dell’ultimo secolo. La richiesta di «porre fine alle politiche di austerità» è, in fondo, la stessa avanzata da Renzi in Europa.

Il punto, sostengono le associazioni, è che non basta la flessibilità di bilancio permessa dal Quantitative Easing della Bce. Occorre «impegnarsi a livello europeo affinché siano abbandonate le politiche di austerità a vantaggio di interventi alla domanda interna, all’occupazione e all’inclusione sociale». Interventi – si suppone – diversi dal Jobs Act e dalla legge delega «contro la povertà»: 600 milioni di euro stanziati per il 2016, un miliardo nel 2017. Meno di 200 euro di media a testa non per tutti i poveri italiani, ma solo per quelli che vivono in 12 città sopra i 250 mila abitanti. In un convegno ieri a Roma organizzato da Save the Children il ministro del lavoro Poletti ha assicurato che l’intervento sarà «esteso sul territorio nazionale». Il sottosegretario Nannicini ha detto che è prossima la firma di un protocollo contro la povertà minorile: sarebbero pronti 100 milioni l’anno per tre anni in collaborazione con le fondazioni bancarie. Proclami epici, per riforme frammentarie e a saldo, con spazio per i privati.

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