Carlo Calenda

Un nuovo ministro per 150 tavoli di crisi

Sviluppo economico. Carlo Calenda ha giurato al Quirinale. Da Almaviva all’Alcoa, passando per l’Ilva: migliaia di lavoratori in attesa di risposte

Antonio Sciotto, il manifesto • 11/5/2016 • Copertina, Lavoro, economia & finanza, Politica & Istituzioni • 885 Viste

La Cgil: «Basta mettere solo pezze alle emergenze, il governo elabori una politica industriale»

Una diffida delle associazioni no Triv per 61 concessioni estrattive scadute ma ancora attive; norme e disegni di legge come quelli sulla concorrenza, l’Rc auto, le farmacie. Il dossier Ilva, le vertenze dei call center, e ben 150 tavoli di crisi già aperti che lo aspettano al dicastero. Il neoministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda ha giurato ieri pomeriggio al Quirinale e ha già l’agenda piena di questioni spinose e che interessano migliaia di cittadini e lavoratori. Succede, come è noto, a Federica Guidi, che si è dimessa a inizio aprile dopo la scandalo legato alle trivelle di “Tempa Rossa”.

Il nuovo ministro ha certamente una sua personalità e posizioni ben precise: sul Ttip, ad esempio, il trattato transatlantico contestato sabato scorso da associazioni, sindacati e movimenti, ha espresso fin dall’inizio un deciso apprezzamento. L’anno scorso lo ha definito «un contributo alla stabilità», «a una globalizzazione più equilibrata e più regolata».

Calenda piace molto al premier Matteo Renzi, così come negli anni passati era piaciuto prima a Luca Cordero di Montezemolo (che lo aveva assoldato come assistente nella sua esperienza da presidente di Confindustria), a Mario Monti (che lo aveva candidato con Scelta civica, senza fortuna), e poi al presidente Enrico Letta, che lo aveva nominato viceministro allo Sviluppo economico. Renzi lo conferma, ma poi nel gennaio scorso decide di inviarlo a Bruxelles come rappresentante del governo: mossa che provoca la stizzita reazione di oltre 200 diplomatici, che scrivono al premier, spiegando di preferire, come da tradizione, un loro collega a ricoprire quel ruolo.

Concentrandoci sui tavoli di crisi, e sulle attese di tante persone rispetto al ministero, c’è sicuramente da ricordare una vertenza di cui si discute molto in questi giorni: Almaviva. Imparentate a questa, almeno altre due crisi che riguardano il settore dei call center: Gepin e Uptime. Circa 3600 posti a rischio, con 2988 lettere di licenziamento di Almaviva pronte a partire già dal 4 giugno se i ministri Calenda e Poletti non individueranno delle soluzioni. Non solo è necessario vigilare sul rispetto della norma 24 bis anti-delocalizzazioni, ma al governo si chiede di fare in modo che grossi gruppi a controllo pubblico – come Enel e Poste – assegnino commesse con tariffe rispettose di tutele e contratti. Calenda, che ha mostrato di apprezzare il modello «regolatorio» del Ttip, dovrà fare uno sforzo in più?

Dalla Cgil è il responsabile Politiche industriali, Salvatore Barone, a tracciare il quadro di alcune crisi aperte al tavolo del Mise. «Innanzitutto c’è la questione Ilva – spiega – In audizione alla Camera abbiamo chiesto di avere un confronto preventivo sui criteri per la cessione. La fase delle offerte si chiude a fine maggio, ma alcune come quella di Arcelor-Mittal ci lasciano perplessi, perché si rischia di prefigurare uno “spezzatino”, di non valorizzare il gruppo e l’occupazione. Riteniamo sia necessario l’intervento della Cassa depositi e prestiti, insieme a soggetti privati, perché nei prossimi anni serviranno molti investimenti sul lavoro e sull’ambiente».

La Cgil ricorda anche la vertenza Piaggio Aerospazio, con la necessità che il piano industriale garantisca innanzitutto la sostenibilità finanziaria e la continuità degli stipendi. Ci sono poi casi “sedimentati” nel tempo, come Alcoa e Eurallumina, gruppi presenti in un territorio difficile come quello sardo. Il primo maggio una delegazione in caschetto è stata ricevuta da Renzi: non solo gli impianti sono fermi da 5 anni, ma c’è l’emergenza per gli ammortizzatori sociali, già esauriti soprattutto nell’indotto.

Di difficile soluzione anche il nodo Italcementi, azienda storica e vero fiore all’occhiello dell’edilizia italiana ma a rischio di pesanti tagli (650 esuberi già annunciati) dopo la recente acquisizione da parte della tedesca Heidelberg dal gruppo Pesenti.

Dalla galassia ex Fiat è ancora senza futuro la Irisbus di Avellino, mentre aTermini Imerese sono entrati i primi 20 dipendenti: in attesa che tutti vengano riassorbiti. Barone della Cgil segnala poi le «nove aree di crisi complessa» (Taranto, Trieste, Rieti, Val Vibrata, Venafro, Gela, Piombino, Livorno, Termini Imerese) da monitorare e seguire, ricordando infine che «più che le pezze da mettere a posteriori, servirebbe una politica industriale nazionale, con investimenti e innovazione, da anni assente nel nostro Paese»

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