Tutto il potere alle imprese nel paese più diseguale

Occupazione. Incentivi e Jobs Act non aumentano i contratti a tempo indeterminato. Inps: continua il boom dei voucher

Marta Fana, il manifesto • 17/6/2016 • Copertina, Lavoro, economia & finanza • 572 Viste

La giornata di ieri, il «Tax day» cioè il giorno delle tasse, ha rappresentato per il governo in carica l’occasione per celebrare la propria politica fiscale, mentre i dati dell’Osservatorio sul precariato continuano a registrare una caduta dei contratti a tempo indeterminato e la corsa inarrestabile dei voucher.

Nei primi quattro mesi del 2016, le cessazioni di contratti a tempo indeterminato superano le attivazioni, con un saldo negativo di 74.161 unità, un dato che per il secondo mese consecutivo risulta inferiore non soltanto ai livelli del 2015 ma anche a quelli del 2014. Aumentano le trasformazioni (106.641) ma più lentamente che nel 2015. Stesse considerazioni per i contratti a termine pari a 363.621 nei primi quattro mesi dell’anno in corso, ma di gran lunga inferiori ai livelli di un anno fa, con una riduzione i circa 230 mila unità. Sebbene gli sgravi sul costo del lavoro siano ridotti rispetto a quelli previsti nel 2015, dai dati dell’Inps emerge che un quarto delle assunzioni a tempo indeterminato ha beneficiato della decontribuzione. Di fronte a segnali non incoraggianti, quando non del tutto negativi, il governo ha scelto di tessere «un’infinita tela di Penelope che la cruda realtà gli ha quotidianamente disfatto», per citare il fondatore de l’Unità, Antonio Gramsci. Inoltre, il «No Imu-Tasi Day» festeggiato dal governo Renzi sancisce l’intenzione di rendere il fisco funzionale ai profitti e ai grandi proprietari capovolgendo il diritto all’uguaglianza sostanziale sancito dall’articolo 3 della Costituzione.

Gli incentivi alle imprese, infatti, hanno rappresentato un vero e proprio trasferimento di risorse pubbliche a favore del tessuto imprenditoriale e a discapito della spesa sociale per beni e sevizi, senza nessun rilevante impatto sui livelli occupazionali, soprattutto quelli a tempo indeterminato. Come ricorda l’Istat nell’ultima relazione trimestrale sulle Forze di Lavoro, il volume di dipendenti a tempo indeterminato tra il 2015 e il 2014 è aumentato di appena 112 mila unità, cioè lo 0.7% dello stock complessivo. Anche a guardare il numero dei contratti, fornito dall’Inps, è oramai assodato che il connubio tra incentivi e Jobs Act non abbia prodotto un aumento rilevante dei contratti permanenti.

Un’incapacità a generare nuova, ma soprattutto buona occupazione, che il consigliere economico del Pd, Filippo Taddei, dovrebbe spiegare non soltanto ai neo-assunti a tempo indeterminato che vorrebbe incontrare in piazza ma anche a quelli licenziati nello stesso anno. La responsabilità politica di un esecutivo che ha puntato tutto sulle imprese, come nel caso del superammortamento che Taddei ricorda come grande provvedimento. A conti fatti, gli investimenti fissi lordi del settore privato sono aumentati nel 2015 dello 0,2% rispetto al 2014, cioè di 146 milioni di euro, a fronte di una riduzione di 30 miliardi tra il 2008 e il 2014. Allo stesso tempo, il governo dovrebbe assumersi la responsabilità di spiegare a tutti quei lavoratori a voucher e ai disoccupati di lungo periodo, troppo poveri per accedere agli 80 euro, in che modo il taglio dei servizi pubblici e i minori trasferimenti ai comuni, possano essere considerati il risultato di politiche fiscali a vantaggio dei molti in difficoltà e non invece a favore di quei pochi che possono farne a meno e che vengono costantemente favoriti dalla politica. È il caso degli incentivi sul costo del lavoro, che rappresentano piena liquidità aggiuntiva per le imprese, ma anche per i proprietari di prime case, soprattutto quelli più ricchi.

L’abolizione dell’Imu infatti ha avvantaggiato le fasce di popolazione più agiate, ovvero coloro che hanno redditi più elevati e allo stesso tempo possiedono immobili di maggior valore. A tal proposito è bene ricordare che il 40 per cento del gettito derivante dalla tassa sulla prima casa gravava nel 2012 sul 20% più ricco della popolazione. Nonostante gli scarsi risultati, il governo intende perseverare con la riduzione delle tasse alle imprese attraverso il taglio dell’Ires, cioè la tassa sui profitti, a partire dal 2017, ribadendo l’intenzione di rovesciare meccanismi redistributivi a vantaggio degli interessi forti, come richiesto da ultimo dai giovani di Confindustria.

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