Alfano affossa la legge sulla tortura

Con la scusa del terrorismo e il tacito assenso di Renzi, la mossa del guardasigilli, assediato da Forza Italia: il testo, a un passo dall’approvazione, torna alla Camera

Andrea Colombo, il manifesto • 19/7/2016 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Politica & Istituzioni • 833 Viste

Alfano affossa la legge sulla tortura, attesa da anni e invocata dall’Europa oltre che dalla civiltà giuridica, con il tacito assenso di Renzi e del ministro Orlando. Certo, il ministro degli Interni non confessa apertamente l’obiettivo della manovra quando, nel tardo pomeriggio dirama a sorpresa il suo comunicato: «La legge sulla tortura dovrà essere rivista alla Camera per evitare ogni possibile fraintendimento circa l’uso legittimo della forza da parte delle Forze di Polizia». Al contrario, giura che «non è in ballo, per quanto ci riguarda, il tema del reato di tortura bensì il rischio di una sua dilatazione per via giurisprudenziale che possa produrre compressioni alla operatività dei servizi».

Dietro l’insopportabile fraseologia burocratico-leguleia si cela un intento chiaro: quello di cancellare la legge, che dovrebbe essere approvata dal Senato tra stasera e domattina, o almeno di ridurla a pura facciata. Dalla Camera la legge dovrebbe tornare al Senato. Il rinvio, con le incombenze dell’autunno, diventerebbe sine die. Il testo, in ogni caso, uscirebbe depotenziato al massimo livello. Già così, trattandosi di reato comune e non proprio, la fattispecie di reato risulta dimezzata. Una volta aggiunte le specifiche che ha in mente il ministro, a partire dalla reintroduzione del termine «reiterate» eliminato da un emendamento già approvato al Senato, la legge diventerebbe una freccia senza più punta.

Forza Italia finge di non accontentarsi. Palma insiste perché la legge torni in commissione già al Senato, come da richiesta del senatore Ncd Sacconi. Ma anche gli azzurri sanno perfettamente che la manovra di Alfano raggiunge il medesimo obiettivo, con appena quel velo di ipocrisia in più che permette ai senatori del Pd di lavarsene le mani: «Noi approviamo la legge, poi la palla passa alla Camera». Se i forzisti strepitano è solo per non lasciare all’ex delfino di re Silvio il dubbio merito di aver affondato la legge.

Loredana De Petris, presidente del Gruppo Misto, dopo aver denunciato la manovra chiede al governo, in particolare a Renzi e al guardasigilli Alfano, di non piegarsi al ricatto. Ma né da palazzo Chigi né da via Arenula arrivano segnali di vita, il che suona come un semaforo verde al dikat di Alfano. Difficile pensare che don Angelino avrebbe azzardato un affondo simile senza prima aver ottenuto l’ok di Renzi.

L’assedio era iniziato in mattinata,nel corso del summit tra Renzi e tutti i capigruppo di Camera e Senato sui fatti di Nizza e Turchia. Aveva aperto il fuoco il capo dei deputati Fi Brunetta, insistendo sull’impossibilità di varare una legge contro la tortura in un momento simile, sotto lo scacco del terrorismo. I capigruppo di centrodestra gli erano andati dietro, chiedendo il ritorno del testo in commissione Giustizia. Zanda, capo dei senatori Pd, si era detto contrario. Tutto prevedibile sin qui. Non era invece previsto che Alfano, dietro una cortina di «bisogna stare attenti a non dare impressioni negative» si schierasse di fatto con gli ex compagni di partito e coalizione. Da quel momento è partito un martellamento che ha visto l’Ncd in prima fila. «Inutili gli sproloqui sul terrorismo se poi si indeboliscono le forze dell’ordine. Il sacrosanto ddl in questa formulazione non va bene», tuonava Cicchitto, già garantista. Per il Pd, però, tornare indietro e riportare il testo in commissione non era possibile. L’ipocrisia di Alfano, benedetta da Renzi e Orlando, dovrebbe permettere di salvare la situazione, eliminando il ddl senza far fare brutte figure al Pd.

Oltre all’affondo contro la legge sulla tortura, la riunione di ieri mattina non era andata oltre la retorica. La linea sulla Turchia è quella indicata da Berlino: muro contro il ripristino della pena di morte. Unico intervento interessante quello di Minniti, sottosegretario con delega ai servizi. La Brexit, ha detto, potrebbe rivelarsi un vantaggio, dal momento che gli inglesi sono sempre stati un ostacolo per un vero lavoro comune delle intelligences. Poi ha segnalato come il massimo rischio arrivi dalla propaganda. Ma per fronteggiarlo bisognerebbe intervenire su Internet, perché è di lì che passa la propaganda jihadista.

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