Criminalizzare la povertà. Ungheria, un “caso” tutto europeo

Le interviste di Diritti Globali: Bálint Misetics

Susanna Ronconi, Rapporto sui Diritti Globali 2015 • 17/7/2016 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali • 635 Viste

Per Bálint Misetics, tra i fondatori dell’associazione ungherese per i diritti degli homeless “La città è di tutti”, il fenomeno dei senza dimora, essendo dentro le città e fortemente visibile rende evidente una crisi di legittimazione del governo. Da qui la scelta di criminalizzarlo, inserendo addirittura dentro la Costituzione uno specifico reato. Dall’autunno del 2013 a oggi sono stati avviati 453 procedimenti penali contro persone senza dimora.

 

Rapporto Diritti Globali: Nel Rapporto 2013 sulla criminalizzazione delle povertà in Europa, FEANTSA, la rete per i diritti dei senza dimora a cui collabori, afferma che non è possibile comprendere questo processo di cambiamento se non lo si pone in relazione con quanto sta accadendo nelle politiche europee di welfare. Sotto questo profilo, quali sono gli aspetti più significativi e i processi che stanno attraversando il welfare in Ungheria che maggiormente influiscono sui processi di criminalizzazione dei più poveri?

Bálint Misetics: L’emergenza punitiva in corso contro i senza dimora ha le sue radici sia nel passato regime “socialista” sia nei due decenni che sono seguiti alla transizione al libero mercato nel 1989-1990. Prima della transizione, diffuse politiche sociali e pieno impiego (per gli uomini) avevano la loro contropartita nella criminalizzazione della disoccupazione e dell’essere senza dimora. La disintegrazione del sistema socialista ha portato a un declino economico e a livelli di disoccupazione simili a quelli della Grande depressione. Deindustrializzazione, impoverimento, un’impennata nei prezzi delle abitazioni e la chiusura praticamente di tutti gli alloggi collettivi destinati ai lavoratori in Ungheria hanno portato a fare della condizione di senza dimora un fenomeno di massa. Al tempo stesso, le misure precedenti di penalizzazione sono state abrogate, i diritti civili formalmente garantiti ed è stato messo a punto un articolato sistema di assistenza sociale agli homeless. Tuttavia, in realtà il problema dei senza dimora nei suoi aspetti strutturali – bassi salari, inadeguate reti di sicurezza sociale, una spesa sociale minima per il sostegno all’abitazione e la carenza di edilizia pubblica – non è mai stato preso in seria considerazione da nessuno dei governi post-transizione. Al contrario, i dormitori sono stati considerati come la soluzione ai problemi dei senza dimora. Ma i dormitori, ovviamente, non possono risolvere il problema. Oggi il fenomeno dei senza dimora non è simile ad altri fenomeni di povertà, perché è dentro le città, e fortemente visibile da tutti i cittadini. La vista di questa immensa povertà e sofferenza crea e rende evidente una crisi di legittimazione del governo. È impossibile –politicamente parlando – non fare nulla: tanto il business che le tipiche risposte sociali, come dormitori e assistenza, non possono fare sparire il problema, e le risposte realistiche richiederebbero serie riforme delle politiche sociali (con relativi investimenti) di una grandezza tale da essere impensabili senza un diverso bilanciamento del potere (per esempio, senza una adeguata rappresentanza delle classi sociali più basse). Vista in quest’ottica, la criminalizzazione della povertà è una soluzione, dal punto di vista dello Stato, al problema: al centro non tanto l’essere senza dimora in sé, quanto la crisi di legittimazione che questo crea. È un modo per riaffermare la potenza di uno Stato che, invece, dimostra la propria impotenza e inefficacia, e per stornare la responsabilità della povertà dallo Stato verso i poveri stessi.

 

RDG: La criminalizzazione delle povertà agisce a diversi livelli: della legge penale, delle regole amministrative locali, dei diversi modi di esclusione da diritti e servizi. L’Ungheria ha recentemente inserito, nel 2012, nelle sue leggi nazionali qualcosa che possiamo chiamare “reato della condizione di senza dimora”. Quali sono, a oggi, le conseguenze reali di questa norma? Si tratta di una legge simbolica, finalizzata al consenso politico e alla percezione sociale di sicurezza, oppure ha un concreto impatto sulle persone? Ci sono dei dati sulla sua implementazione in questi due anni?

BM: È importante ricordare che le sezioni corrispondenti della Legge sui reati minori erano state abrogate dalla Corte costituzionale nel novembre 2012. Nonostante questo, il governo non ha rinunciato ai suoi obiettivi, ma ha risposto scrivendo il reato di condizione di senza dimora direttamente dentro la Costituzione, nel 2013. Sotto la normativa vigente, dall’ottobre 2013 a oggi, 453 procedimenti sono stati avviati contro persone senza dimora, per «infrazione delle norme relative all’utilizzo di spazi pubblici come abitazione». Ho ragione di credere che la repressione sarebbe stata molto più estesa e aggressiva se non vi fosse stata una forte opposizione a livello locale e internazionale a questa criminalizzazione. Comunque, la gran parte dei provvedimenti non risultano segnalati, dato che l’iter scatta formalmente quando un homeless si rifiuta di adempiere all’ordine delle autorità. La polizia o altre autorità impongono alle persone di abbandonare i luoghi occupati, e la gran parte di loro semplicemente lo fa (e va a stare in luoghi meno controllati o più nascosti). Un recente Rapporto dell’Ufficio del Commissario per i diritti fondamentali rileva come queste norme non abbiamo portato a un decremento del numero di persone che dormono in strada, ma come gli operatori di strada abbiano maggior difficoltà a entrare in contatto con loro, e questo provoca un peggioramento delle loro condizioni di vita.

 

RDG: Nel contesto ungherese, qual è oggi – considerando il quadro normativo nazionale – il ruolo delle municipalità nella criminalizzazione degli homeless? E ci sono città che possono essere considerate esempio positivo di un approccio alternativo, opposto al trend della penalizzazione?

BM: La legge nazionale criminalizza i senza dimora che stazionano nelle aree del “patrimonio artistico culturale” come definite dall’UNESCO (l’associazione “La città è di tutti” ha cercato di contattare l’UNESCO per renderlo consapevole di come viene utilizzato dal governo ungherese l’obiettivo della tutela dei beni culturali, in violazione dei diritti umani dei senza dimora e dei concetti fondamentali di legge e giustizia, ma non ha sinora ricevuto alcuna risposta). Questo significa l’intero centro città di Budapest, così come un’area di Pecs, la più grande città dell’Ungheria meridionale. Le autorità municipali possono comunque decidere anche altre aree e strade in cui proibire lo stazionamento dei senza dimora. A Budapest, la Giunta comunale e le diverse circoscrizioni cittadine (ce ne sono 23) possono proibire nuove aree, e molte lo hanno fatto. Un modello alternativo promettente è quello della 14° circoscrizione. La Giunta precedente aveva proibito l’accesso agli homeless sull’intero territorio. Questo è stato giudicato illegale da parte della Corte suprema, nel 2014, anche ai sensi della normativa nazionale. Dopo le elezioni amministrative del 2014, il nuovo presidente della circoscrizione – che appartiene a una piccola formazione di sinistra chiamata Dialogo per l’Ungheria – ha decretato che nessuna area è pregiudizialmente proibita agli homeless. Ha anche varato un’ordinanza sul sostegno all’abitazione e per la facilitazione del pagamento dei debiti. Sfortunatamente, queste norme positive sono costrette a convivere con le decisioni della Giunta municipale di Budapest, che vietano aree circostanti sottopassi, scuole, istituzioni sociali, fermate d’autobus, stazioni, parchi.

 

RDG: Ci puoi raccontare qualcosa del movimento che in Ungheria si è creato contro la criminalizzazione dei più poveri? Ci sono state lotte di successo e alleanze positive con gruppi o movimenti sociali diversi?

BM: Molti attori sociali si sono fatti sentire contro la criminalizzazione dei senza dimora, per esempio la Lega ungherese per le libertà civili, il Dipartimento di Politica sociale di una importante università pubblica, o la Comunità cattolica di sant’Egidio. Ma è l’associazione “La città è di tutti” (A Város Mindenkié), un gruppo di attivisti volontari, che ha rappresentato la prima linea dell’opposizione. Questo è importante, perché la gran parte degli attivisti sono senza dimora, o lo sono stati, e questo garantisce loro di avere voce. La campagna contro la criminalizzazione è andata avanti per anni e ha incluso molte forme diverse, dalla lobby parlamentare alle proteste di massa alla disobbedienza civile fino ad azioni dirette non violente. Se questa mobilitazione non è riuscita a far abrogare la criminalizzazione dei senza dimora, tuttavia è riuscita a farle diventare il primo simbolo delle politiche spietate e autoritarie del governo. Ha fatto della condizione di senza dimora una cruciale questione pubblica, e credo che sarà inevitabile parlarne in modo radicalmente diverso una volta caduto l’attuale regime – cosa alla fine inevitabile. Credo che questo sia un risultato importante, ma credo anche che, paradossalmente, sia in parte da attribuire al governo stesso. Per dirla in parole semplici, il governo ha spinto la sua retorica punitiva troppo in là, e questo ha reso i cittadini maggiormente consapevoli, soprattutto i più sensibili al tema o comunque quelli abituati a convivere nella città con il fenomeno dei senza dimora come qualcosa di ordinario nella vita delle città. Lo stesso, del resto, sta accadendo per la dura campagna governativa contro i rifugiati: sta spingendo centinaia di volontari a provvedere ai bisogni primari di coloro che stanno arrivando in Ungheria dall’Afganistan o dalla Siria, fornendo acqua, cibo, cure mediche e rapporti umani.

 

RDG: Alla luce delle scelte politiche europee del dopo crisi, e alla predominanza di un pensiero politico che teorizza la competizione tra sviluppo e welfare, qual è la tua opinione circa la possibilità di invertire la tendenza “dallo Stato sociale allo Stato penale”? E quali sono i compiti più urgenti per reti e movimenti europei?

BM: Questa è una questione cruciale in Ungheria, alla luce delle reiterate affermazioni del primo ministro Viktor Orbán, che presenta il Welfare State in aperta contrapposizione a occupazione e competitività – minando, del resto, il pensiero dominante neoliberista dell’epoca pre-2010. Credo vi sia un nesso evidente tra caduta del welfare e rafforzamento dello Stato penale, per come è stato ben elaborato da Loïc Waquant. In Ungheria questo è evidente non solo nella criminalizzazione degli homeless o nella repressione poliziesca dei rom ungheresi più poveri, ma anche nella colonizzazione della politica sociale da parte della stessa logica punitiva, il cui più lampante esempio sono i programmi governativi di workfare. Mentre tutti gli studi empirici dicono che questi punitivi programmi di workfare sono del tutto inefficaci e non raggiungono gli scopi proclamati, cioè riportare i disoccupati nel mercato nel lavoro, essi forniscono alle autorità molte modalità di umiliazione e oppressione dei cittadini più fragili.

Credo che, a livello di movimenti europei, l’obiettivo principale sia oggi costruire alleanze per combattere l’attuale regime politico dell’Unione. Oggi “Europa sociale” è uno slogan vuoto, l’UE gioca un ruolo cruciale nel facilitare e legittimare i tagli al welfare attraverso la maniacale centralità della disciplina fiscale – che è del tutto indifendibile non solo dal punto di vista della giustizia sociale ma anche da quello dell’economia. È ironico, ma anche triste, che in Ungheria molti guardino al sostegno della UE, come se ai leader europei importasse qualcosa della povertà o dei senza dimora in Ungheria, o anche alla indipendenza della Corte costituzionale, e a una adesione dell’Ungheria ai “criteri di Maastricht”. Questa è una vergogna. Ciò di cui abbiamo bisogno è di un vasto movimento europeo in grado di cambiare questo stato di cose.

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