pensioni

Fino a 2,6 miliardi per le pensioni

Uscita anticipata. Lievitano i costi dello scivolo per « precoci», No tax area e raddoppio della platea con la quattordicesima. Nell’«anticipo pensionistico» (Ape) 600-700 milioni per lavoratori poveri e disoccupati

Mario Pierro, il manifesto • 11/8/2016 • Copertina, Lavoro, economia & finanza, Sindacato • 452 Viste

Il riconoscimento dello scivolo verso la pensione per i lavoratori precoci che hanno iniziato a lavorare prima dei 18 anni peserà di più sui costi preventivati della riforma delle pensioni: da 1,2 a 1,8 miliardi di euro a regime, cioè dopo 10 anni, sui 2-2,6 miliardi complessivi.
La cifra dovrebbe essere accantonata nella legge di Bilancio del 2017 alla voce «pacchetto pensioni» che il governo sta negoziando al tavolo di concertazione con i sindacati: l’ultimo incontro si è tenuto il 29 luglio scorso. Il prossimo è previsto a settembre. I lavoratori interessati a questa misura sarebbero tra i 60 e i 67 mila ogni anno e si vedrebbero riconosciuti un bonus di 4 mesi per ogni anno di contribuzione versata prima dei 18 anni di età (a partire dai 14). Riducendo invece il bonus a 3 mesi il totale delle risorse da accantonare varierebbe da 1,2 a 1,4 miliardi.

Tra le altre voci di spesa che compongono il «pacchetto» c’è la quattordicesima. Il governo intende raddoppiare la platea dei pensionati destinatari di questa misura. Costo: 800 milioni di euro all’anno. Si vuole in questo modo aumentare il potere di acquisto dei pensionati con gli assegni bassi, una delle questioni avanzate dai sindacati. I beneficiari di questa misura variano da 1,2 a 2,4 milioni di over 64.

L’anticipo pensionistico ribattezzato con l’acronimo esotico di «Ape» dovrebbe costare alle casse pubbliche tra i 600 e i 700 milioni di euro all’anno. Una cifra destinata a coprire le detrazioni per i lavoratori poveri che intendono andare in pensione anticipata (massimo 3 anni e sette mesi prima della scadenza fissata per legge) e per coloro che sono disoccupati. Circa 50 milioni di euro sul totale servirebbero a finanziare la gestione dell’operazione Ape, la cui regia sarebbe affidata all’Inps. La flessibilità in uscita, su base volontaria, prevede per tutte le altre categorie di lavoratori nati tra il 1951 e il 1953 la stipula di un mutuo con una banca e un’assicurazione con un indebitamento fino a 20 anni e un costo elevato sulla pensione mensile.
Secondo una simulazione della Uil un pensionato da 800 euro dovrà vivere con 641 euro per 20 anni. Chi ne ha mille dovrà ripagare un debito da 39 mila per godere di un diritto acquisito. Non è ancora chiaro chi, in caso di decesso del pensionato, pagherà le rate restanti del debito contratto. Probabilmente l’Inps. Sembra che siano esclusi gli eredi. Su questo progetto di finanziarizzazione/indebitamento dei lavoratori e pensionati il governo continua a puntare molto.

La cosiddetta ricongiunzione gratuita, cioè riunire i contributi versati per la pensione in diverse gestioni, costerebbe 500 milioni a regime (dopo i 10 anni). La cifra stimata includerebbe anche il riscatto della laurea. Senza la spesa si abbasserebbe a 440 milioni. Nel primo anno di attivazione il costo sarebbe di 87 milioni di euro. Favorire il pensionamento di chi ha svolto lavori usuranti determinerebbe una spesa di 72 milioni di euro a regime, 20 milioni il primo anno, nell’ipotesi che fa leva sull’adeguamento alla speranza di vita. Il governo sta ragionando anche sulla richiesta dell’allineamento della «no tax area» dei pensionati a quella per i dipendenti: 260 milioni di euro l’anno. Si intende alzare la soglia sopra gli 8 mila euro per tutti i pensionati.

Il governo ha aumentato le risorse investite nel «pacchetto pensioni». Lo ha detto lo stesso presidente del Consiglio Renzi in un comizio alla festa del Pd a Modena: «In passato sulle pensioni si è intervenuto con l’accetta, c’è uno scalino tropo grosso e le pensioni minime sono troppo basse. Quindi deve esser chiaro che dovremo trovare risorse in più per le pensioni». A premere in questa direzione sono i sindacati. Il coordinatore dell’area della contrattazione sociale della Cgil nazionale, Nicola Marongiu sostiene che la cifra possa salire a 3 miliardi. Il tetto è già salito da 1,5 miliardi, già annunciati dal governo, al massimale di 2,6 miliardi. «O il Governo fa uno sforzo o noi decideremo cosa fare, certamente siamo pronti alla mobilitazione», avverte il segretario generale dello Spi Cgil, Ivan Pedretti. La distanza tra le richieste dei sindacati e le risorse del governo continua ad assottigliarsi.

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