La rabbia dell’America in bianco e nero

Le proteste spontanee del 2014 sono ormai diventate un movimento vero e proprio E la politica, nella ricerca di consensi in questo anno elettorale, si getta nella caccia ai voti

VITTORIO ZUCCONI, la Repubblica • 16/8/2016 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Internazionale • 569 Viste

WASHINGTON.  PIANTATO nella mappa della infinita guerra in bianco e nero, un altro spillo trafigge il cuore dell’America, questa volta a Milwaukee, nel Grande Nord del Wisconsin, nella battaglia notturna accesa da un altro omicidio di polizia, da incendi, sommosse, paura, esasperazione, sedati soltanto dalle forze armate. Se la città della birra, della Harley-Davidson, dei formaggi oggi è tornata calma, lo deve al controllo della Guardia Nazionale del Wisconsin mobilitata dal governatore, un richiamo lancinante e chiaro alla militarizzazione dopo le sommosse razziali degli anni ’60 e ’70. È guerra e si vede.
Gli spilli delle battaglie, in questa nuova fase della antica guerra, pungono tutta la carta degli Stati Uniti, in un fronte che si estende da costa a costa e dai Grandi Laghi del Nord alle acque del Golfo, nel Sud. È una lezione di geografia, condotta seguendo il Gps del sangue partito dalla Florida, dove nel 2012 fu ammazzato Trayvon Martin. E poi, passando per quel sobborgo di St.Louis, Ferguson, dove perse la vita Michael Brown. L’itinerario dei campi di battaglia ci conduce a New York, a Los Angeles, a Cleveland, a Dallas, a Berkeley, a Bloomington nel Minnesota, a Charlotte, a Baltimora, a Oakland, a Stonewall nel Mississippi, a Minneapolis, a Salt Lake City, a Baton Rouge in Louisiana, a Palm Beach e questi sono solo i casi celebri, quelli che hanno raggiunto la notorietà dei media vecchi e nuovi. Dei piccoli paesi, delle contee sprofondate nel grande ventre della nazione continente, sappiamo poco o nulla.

Ma la notizia non è il numero di caduti in questi campi di battaglia urbani, le 532 vittime del fuoco delle varie polizie nei primi sei mesi di quest’anno, metà delle quali di colore, un numero spropozionato rispetto alla popolazione, o i 76 “cop”, gli agenti morti in servizio, come negli agguati del vendicatore nero di Dallas e di Baton Rouge, in Louisiana. La notizia è quanto ciò che è accaduto dopo la morte di Martin in Florida faccia notizia, che la normalità della guerra a bassa intensità fra civili di colore e cittadini in uniforme sia diventata insopportabile.
La rabbia si è fatta movimento politico spontaneo, coagulato attorno a un hashtag coniato su Twitter dopo l’assassinio di Treyvon Martin in Florida e l’assoluzione dell’agente che l’aveva colpito: #blacklivesmatter. Le vite dei neri contano. Ne sono nati quattordici “capitoli”, quattordici sezioni in tutta la nazione. Si è formata un’associazione delle madri dei più giovani abbattuti, che hanno partecipato e parlato alla Convention Democratica di Philadelphia in favore di Hillary Clinton, mentre l’inevitabile reazione produceva #bluelivesmatter, le vite nel blu della divisa classica dei poliziotti contano, che distribuiva bracciali e distintivi alla Convention Repubblicana di Cleveland. #alllivesmatter, tutte le vita contano, tentava un altro gruppo in un sforzo di mediazione presto stritolato dalla guerra opposta che ha coinvolto e risucchiato anche Obama: «Certamente tutte le vite contano, ma c’è un problema specifico — ha detto — che riguarda la comunità di colore. E quando vedo uno di quei ragazzi uccisi penso che sarebbe potuto accadere a me, anni or sono».
Nella furiosa, inconciliabile narrazione delle parti in guerra, si cristallizzano miti non più cancellabili, il poliziotto razzista che alla radio con la centrale dice «ci penso io a questi stronzi che la fanno sempre franca», o lo spacciatore di sigarette asmatico che a New York gorgoglia «…non respiro, non respiro…» nella presa al collo dell’agente, prima di morire per arresto cardiaco. Ogni ragazzo nero con il cappuccio della felpa sugli occhi è un criminale, un potenziale “predator” in caccia di vittime, come Bill Clinton li definì venticinque anni or sono. Ogni agente un bracconiere in caccia di innocenti afroamericani. La scorsa settimana in Florida, in una perfetta inversione del classico linciaggio da Kkk, la casa di una famiglia bianca che aveva esposto la bandiera blu pro polizia è stata incendiata da un gruppo che ha lasciato il biglietto da visita spruzzato su un muro: «Chi se la fa coi maiali, friggerà come il bacon».
Nella ricerca di consensi emotivi, la politica presidenziale di quest’anno elettorale si getta nella palude di sangue per dare la caccia ai voti. Hillary sta con la collera dell’America nera, perché dei suoi voti ha bisogno, ma senza dare tutte le colpe alle forze dell’ordine, per non alienarsi quell’elettorato bianco e femminile che, senza osare dirlo, del giovanotto nero con il cappuccio sul volto ha paura. Trump, che ha ricevuto l’investitura del KuKluxKlan e dei suprematisti neo nazi, promette il ritorno a una “Grandezza Americana” che tutti capiscono essere l’America bianca del passato, ma neppure lui osa dirlo esplicitamente.
Le trincee si scavano. Gli avversari si armano, non solo di retorica, in un’America dove ogni agente di polizia sa che chiunque, anche l’automobilista fermato per un eccesso di velocità, può nascondere una pistola nel cassetto portadocumenti. La politica, che oggi vive, anche nella centrifuga schiumante dei social network, di contrapposizioni radicali e intolleranza reciproca, alimenta ciò che non sa più mediare e risolvere. La guerra continua. Ci sono ancora molti spilli da piantare sulla mappa.
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