Rapiti 3mila sfollati, scudi umani a Mosul

Iraq. Così lo Stato Islamico si prepara alla battaglia finale. Dodici già giustiziati. Inascoltato l’appello delle Nazioni Unite: chiesti 2 miliardi in aiuti, comunità internazionale non manda nulla

Chiara Cruciati, il manifesto • 6/8/2016 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi • 855 Viste

Rapiti per andare a morire: la cattura di massa che ieri lo Stato Islamico ha compiuto nel governatorato di Kirkuk è lo specchio di una violenza disumana che si intreccia con il timore di perdere ancora territorio e potere.

Tremila sfollati iracheni, persone che avevano già perso tutto per l’avanzata del “califfato”, sono stati rapiti nel distretto di Hawiqa. La loro sorte l’hanno decisa di nuovo gli islamisti: faranno da scudi umani, a Mosul, dove l’Isis si prepara alla battaglia finale.

Un’operazione, quella governativa, che procede con estrema lentezza regalando allo Stato Islamico il tempo necessario a rafforzare le sue difese. Perché Mosul è centrale, sia dal punto di vista militare che di propaganda: è la seconda “capitale” dopo la siriana Raqqa, è stata la base di partenza delle successive scorrerie. E soprattutto è il simbolo della potenza militare dell’Isis: cadde in 24 ore.

Per difenderla Daesh tira fuori gli artigli: da tempo costruisce trincee, campi minati e tunnel tutt’intorno la città, mentre i suoi leader si mettono in salvo nella vicina Siria (eccezion fatta per il convoglio bombardato a metà giugno dall’aviazione di Baghdad). Ieri lo Stato Islamico si è ripreso quanto pensa gli appartenga di diritto: 3mila persone.

Secondo l’Unhcr almeno 12 sono già stati giustiziati. Stavano fuggendo ancora, verso la città di Kirkuk. Una zona diventata da tempo la linea del fronte: dopo la cacciata dell’Isis da Kirkuk per mano dei peshmerga, il governo del Kurdistan ha strappato la ricchissima città a Baghdad, dopo decenni di contese. I combattenti kurdi hanno spinto lo Stato Islamico indietro, verso ovest, e liberato molti altri villaggi.

Ma nessuno vi è potuto tornare: vista l’estrema ricchezza di giacimenti petroliferi nella zona, i peshmerga impediscono agli abitanti di fare ritorno alle proprie case. In mezzo restano centinaia di migliaia di iracheni sunniti che non vuole nessuno, né Erbil né Baghdad.

Per l’Isis catturarli non è stato difficile: abbandonati a se stessi, lontani da campi profughi minimamente attrezzati. L’Onu ci prova, ma con scarsi risultati: tramite l’Unhcr ha iniziato la costruzione di un campo a nord-est di Mosul per accogliere 6mila persone e uno a nord-ovest per altre 15mila. Ma, se le previsioni della Croce Rossa sono esatte, un milione di iracheni potrebbe fuggire da Mosul quando la battaglia diventerà reale.

La comunità internazionale non aiuta affatto: lo scorso mese le Nazioni Unite hanno chiesto 284 milioni di dollari per garantire assistenza durante lo scontro e 1,8 miliardi per ricostruire la città. Trenta giorni dopo non hanno ricevuto nulla.

A gennaio avevano chiesto 861 milioni per assistere 10 milioni di iracheni senza aiuti. Per rispettare gli standard minimi servirebbero 4,5 miliardi. Ma neppure abbassando la richiesta l’Onu ha ottenuto il minimo: è stato raccolto solo il 40%, costringendo le agenzie ad interrompere 99 programmi di prima assistenza.

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