I saharaui e la lotta per esercitare il diritto all’autodeterminazione

I saharaui e la lotta per esercitare il diritto all’autodeterminazione

Intervista a Embarka Hamoudi Hamdi, ricercatrice UNESCO, a cura di Orsola Casagrande (dal Rapporto sui Diritti Globali 2013)

Il 2012 è stato un anno nel quale, ancora una volta, il regno del Marocco ha violato palesemente i diritti umani del popolo Sahraui. Embarka Hamoudi Hamdi, ricercatrice della cattedra UNESCO per la pace dell’Università spagnola Jaume I di Castellon, studiosa di questioni di genere come l’empowerment e le potenzialità delle donne saharaui, sostiene che il 2013 sarà un anno in cui i saharaui avranno più visibilità a livello internazionale. Ma servono decisioni chiare da parte dell’ONU.

 

REDAZIONE DIRITTI GLOBALI: Cominciamo da una fotografia del 2012. Che anno è stato per il popolo saharaui. Quali sono gli eventi che metteresti in evidenza.

EMBARKA HAMOUDI HAMDI: Il 2012 è stato un anno nel quale, ancora una volta, il regno del Marocco ha violato palesemente i diritti umani nel Sahara Occidentale reprimendo i saharaui, che vivono sulla loro terra e che rifiutano di piegarsi facilmente. Un esempio è ciò che è accaduto durante le manifestazioni che ci sono state a El Aiún, Dajla e in altre città dove la polizia marocchina ha caricato pesantemente. Una delle persone ferite è stata Aminatu Haidar, l’attivista per i diritti umani. Purtroppo queste violazioni sono accadute sotto gli occhi della missione delle Nazioni Unite nel territorio saharaui in coincidenza con la visita dell’inviato personale del Segretario ONU Christopher Ross. Il 2012 è stato anche un anno in cui tutti i mezzi di comunicazione hanno portato alla luce i problemi dei diritti umani e molti hanno sottolineato la necessità che la MINURSO (United Nations Mission for the Referendum in Western Sahara) includa tra i suoi compiti anche quello di proteggere i diritti umani dei cittadini/e saharaui, senza dimenticare che il Polisario ha ufficialmente fatto questa richiesta al Segretario delle Nazioni Unite.

Non mi stupisco e nemmeno mi è estraneo quello che il regime marocchino compie nei territori occupati, ma essendo qualcosa reso intenzionalmente invisibile, devo dire che in qualche modo e attraverso internet e i social network i saharaui sono stati in grado di mostrare al mondo quello che sta succedendo e la realtà che in quelle zone si vive. Per questo, come Reporters Sans Frontières indica, il Marocco si trova al 138° posto quando si parla di libertà di stampa.

Secondo Human Rights Watch tutta questa repressione scredita le promesse di riforma che il regno del Marocco dice di svolgere.

Il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura ha esortato il Marocco a cessare gli atti di tortura e gli abusi compiuti contro la popolazione Saharaui. Nel 2012 il Marocco è stato colpito da uno dei Rapporti più critici delle Nazioni Unite in molti anni. Ban Ki-moon ha detto nella sua relazione al Consiglio di Sicurezza che le autorità marocchine spiano le comunicazioni della MINURSO e impediscono il libero accesso dei suoi membri alla popolazione locale dei territori occupati. Nel suo intervento, Ban Ki-moon ha sottolineato la necessità di togliere l’embargo imposto dal Marocco sul territorio saharaui che controlla, ricordando che il suo inviato personale, Christopher Ross, ha ripetutamente detto che è di vitale importanza per le Nazioni Unite avere accesso a «informazioni attendibili e indipendenti» sulla situazione nel Sahara. Allo stesso modo, il Consiglio di Sicurezza ha adottato un’importante risoluzione nella quale esorta le parti (il Fronte Polisario e il Marocco) a continuare i negoziati sotto gli auspici dell’ONU per raggiungere una pace giusta, duratura e reciprocamente accettabile che consenta l’autodeterminazione del popolo del Sahara occidentale.

È importante anche sottolineare che nel 2012 il Marocco ha revocato la fiducia al rappresentante personale del Segretario Generale dell’ONU, una delle sue manovre per ostacolare una soluzione pacifica del conflitto e che dimostra il desiderio che ha di esaurire la nostra pazienza, cosa che non riuscirà a ottenere perché siamo convinti della giustezza della nostra causa.

Da segnalare anche la visita del centro per i diritti umani Robert F. Kennedy, che ha confermato le gravi violazioni dei diritti umani nei territori occupati, nonché la presenza opprimente delle forze di sicurezza e le violazioni del diritto alla vita, alla libertà, all’integrità personale, la mancanza di libertà di espressione, di riunione e di associazione. La delegazione del centro ha visitato anche i campi profughi e si è incontrata con tutte le personalità, le organizzazioni e le realtà sociali dei saharaui.

Credo sia poi importante notare che quest’anno il Parlamento Europeo ha ratificato, nella sua relazione annuale sulla politica estera e di sicurezza dell’Unione europea, il diritto del popolo saharaui all’autodeterminazione attraverso un referendum democratico, in conformità con le risoluzioni delle Nazioni Unite.

Un fatto di grande importanza è stato poi la visita in Marocco del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura e i maltrattamenti. Ai giornalisti, dopo aver presentato la sua relazione all’Assemblea Generale dell’ONU, ha detto che il Marocco utilizza la tortura nel proprio paese e contro gli avversari nel conflitto del Sahara occidentale e ha riconosciuto che «c’è ampia evidenza di un uso eccessivo della forza».

Infine, mi pare da evidenziare l’adozione, da parte della IV Commissione delle Nazioni Unite, di una risoluzione sul Sahara occidentale che riafferma la responsabilità dell’ONU verso il diritto del popolo saharaui all’autodeterminazione e al tempo stesso ribadisce il suo pieno sostegno agli sforzi dell’inviato personale del Segretario Generale, Christopher Ross, per raggiungere una soluzione giusta e duratura, che garantisca questo diritto in conformità con i principi della Carta delle Nazioni Unite e la risoluzione 1514 dell’Assemblea Generale.

 

RDG: Come ha condizionato i saharaui la cosiddetta Primavera araba?

EHH: Le rivolte popolari nel Maghreb hanno indubbiamente provocato enormi cambiamenti per lo più legati alla caduta dei governi, un fatto che ha cambiato il panorama politico in tutta la regione del Maghreb.

Comprendo e condivido le opinioni di molti analisti, giornalisti, commentatori, i quali sostengono che l’origine delle rivolte popolari è da identificare con la rivolta nel Sahara occidentale. Infatti, il 10 ottobre 2010, quando oltre 20.000 saharaui, piantarono 8.000 jaimas (tende) a circa 12 chilometri dalla capitale del Sahara Occidentale occupato, Aiun, per protestare pacificamente per i loro diritti sociali, economici, politici e per denunciare le violazioni dei diritti umani che l’occupante marocchino commette sistematicamente contro i saharaui dall’invasione del Sahara occidentale (il 31 ottobre 1975) è stata un’esperienza nuova, perché i manifestanti e le manifestanti erano estremamente organizzati. Avevano nominato un comitato per il dialogo con le autorità marocchine, che ha negoziato per un mese con i politici marocchini guidati dall’ex ministro degli Interni e da tre governatori del ministero stesso, parlamentari e responsabili di partiti politici.

La mattina dell’8 novembre, però, forze ufficiali militari e di sicurezza, la polizia, le forze di gendarmeria hanno attaccato alle 5 del mattino gli accampamenti di Gdeim Izik, utilizzando ogni forma di violenza, sorvolando l’area con elicotteri e girando attorno al campo con i blindati, con gli idranti hanno inondato le tende, la gente. E hanno sparato contro la gente, provocando centinaia di vittime per lo più donne, anziani e bambini. Hanno arrestato più di 200 giovani che sono stati brutalmente torturati e alcuni violentati. Dopo un paio di settimane ne hanno liberato la maggior parte e ne hanno imprigionati circa 24 che erano quelli che formavano il comitato per il dialogo con le autorità marocchine e alcuni attivisti e difensori dei diritti umani. Dopo due anni e quattro mesi sono stati processati da un tribunale militare e condannati senza prove all’ergastolo, 30, 25 e 20 anni di carcere. Ciò che preoccupa è l’indifferenza che a volte rasenta l’ignoranza con la quale la comunità internazionale ha trattato i fatti di Gdeim Izik e tutto ciò che riguarda i diritti umani nel Sahara occidentale. Ricordo che pochi media riportarono la notizia. Nonostante il fatto che i manifestanti avessero inviato immagini di quello che stava succedendo fin da subito.

 

RDG: Come è organizzata la vita nella RASD (Repubblica Araba Democratica Saharaui)?

EHH: La RASD è uno Stato in esilio nato per riempire il vuoto che aveva lasciato la Spagna dopo il suo ritiro dal territorio. Dal punto di vista amministrativo è formata da zone del Sahara occidentale e da accampamenti di profughi.

La lingua ufficiale è l’arabo, l’hassaniya è il dialetto che si parla. Lo spagnolo è la seconda lingua. La religione è quella islamica.

La RASD è rappresentata da un sistema semi-presidenziale dove il presidente è anche il segretario generale del Polisario e si elegge ogni tre anni. Il presidente è anche quello che nomina il primo ministro e gli altri ministri. Il primo ministro presenta un programma di lavoro che deve essere approvato dal Consiglio Nazionale saharaui.

Quanto all’organizzazione politico-amministrativa dei campi, ci sono quattro wilayas o province che sono a loro volta formate da sei o sette darías o municipi. È intorno a essi che ruota la vita di tutti i campi e la zona liberata. In ogni campo ci sono centri sanitari, scuole, ospedali regionali e centri di attenzione per i bimbi con necessità particolari.

L’organizzazione della RASD è pensata dal locale, regionale, nazionale per poter arrivare a tutti i cittadini e le cittadine. Va sottolineata la grande presenza di donne soprattutto nel livello locale.

A livello di organizzazioni di massa attraverso delle quali si articola la società civile saharaui, c’è l’unione nazionale delle donne saharaui, l’unione dei giovani di Saguia el Hamra y Rio e l’unione dei lavoratori saharaui.

 

RDG: Il 17 febbraio 2013 il tribunale militare marocchino ha emesso una sentenza – definita illegale da molti osservatori – contro i 24 detenuti politici saharaui arrestati per i fatti di Gdeim Izik. Mohamed Abdelaziz, presidente della RASD e segretario generale del Fronte Polisario, ha detto che si tratta di una nuova violazione dello Stato marocchino contro il popolo saharaui. Perché il Marocco rifiuta o blocca ogni tipo di dialogo?

EHH: Sì, il Marocco blocca ogni tipo di dialogo. E ogni tipo di soluzione del conflitto che non arrivi comunque a riconoscere o legittimare la sua occupazione del Sahara occidentale.

Il 31 ottobre 1975, quando il Marocco ha invaso i territorio del Sahara occidentale, aveva dichiarato che farla finita con i saharaui gli sarebbe costato una settimana. Cominciò una guerra di genocidio contro la popolazione che bombardò con il napalm e con il fosforo bianco, sostanze proibite internazionalmente.

Dopo 16 anni di guerra e davanti all’impossibilità di vincere e di farla finita con i saharaui, ha iniziato una nuova manovra, cioè ostacolare in qualunque modo la celebrazione di un referendum che sarebbe la via d’uscita pacifica da questo conflitto e che lo stesso Marocco aveva firmato con il Fronte Polisario davanti all’ONU. Il referendum è una consulta nella quale il popolo saharaui dovrà scegliere tra la sua libertà e l’annessione al Marocco.

Io penso che la soluzione sia chiara e si basi sul rispetto del diritto internazionale: attuare le risoluzioni dell’ONU e rispettare il diritto all’autodeterminazione del popolo saharaui, facilitando il referendum.

 

RDG: Il Fronte Polisario ha presentato un ricorso davanti al Tribunale di Giustizia dell’Unione Europea nel quale chiede che si annulli il nuovo Protocollo Agricolo dell’Accordo di Associazione tra la UE e il Marocco, ratificato nel 2012. Come si sta comportando la UE nei confronti del popolo saharaui?

EHH: La cosa più rilevante, credo, sia il fatto che il tribunale della UE ha accettato il ricorso del Polisario. Il che significa il riconoscimento da parte di quest’importante istituzione europea del Polisario come unico e legittimo rappresentante del popolo saharaui. Un fatto che aprirà nuove porte alla nostra lotta, che potrebbe arrivare anche a denunciare la Spagna che è la potenza che amministra il territorio.

 

RDG: Quali sono i maggiori problemi per le donne?

EHH: Uno dei problemi principali è non avere un territorio proprio sul quale agire da una realtà diversa. La situazione attuale non beneficia in alcun modo la posizione delle donne, anzi ostacola le loro rivendicazioni, perché nelle società in esilio o che vivono in situazioni eccezionali, le rivendicazioni delle donne passano in secondo piano. Dico questo, ma devo ammettere che tutti i risultati conseguiti dalla società saharaui in esilio sono dovuti principalmente alla partecipazione delle donne, che sono veramente il motore di ciò che si muove a livello sociale, sono un esempio per molte società di tutto il mondo. C’è tuttavia molta strada da fare ancora per riuscire davvero ad acquistare potere.

 

RDG: Che anno sarà dunque il 2013 per il popolo saharaui? Quali sono le aspettative?

EHH: Il 2013 sarà un anno in cui la questione saharaui avrà più visibilità, ma in realtà il problema è oggi tra il Marocco e la comunità internazionale, e in particolare le Nazioni Unite. L’ONU sta chiedendo il rispetto dei diritti del popolo Saharaui e il Marocco si volta dall’altra parte. Oggi la comunità internazionale chiede il referendum e il Marocco lo rifiuta.

Amnesty International e altre organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani, parlamentari, ONG, governi, i relatori delle Nazioni Unite, chiedono che la MINURSO sia responsabile del monitoraggio dei diritti umani nel Sahara occidentale e il Marocco rifiuta tutto questo.

Oggi sono il Parlamento Europeo, la Corte di Giustizia dell’Unione europea, i Paesi europei che chiedono di non saccheggiare le ricchezze del Saharaui e di non rinnovare l’accordo sulla pesca con il Marocco.

Nel 2013 quello che ci auguriamo è che il Consiglio di Sicurezza prenda decisioni chiare sulla questione, che approvi una risoluzione chiara con date precise per i negoziati, azioni chiare per una vera soluzione del conflitto.

Spero che questo sia l’anno di un maggiore riconoscimento della RASD da parte dei Paesi europei e della richiesta di diventare membro dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.



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