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Ocse: Italia con le orecchie d’asino

Il rapporto annuale. Siamo penultimi negli investimenti per l’istruzione, ma primi per «Neet» e insegnanti anziani. Risorse -14% dal 2008, ma in altri comparti pubblici si tagliava meno. Cgil e Link: «Invertire la rotta»

Antonio Sciotto, il manifesto • 16/9/2016 • Istruzione & Saperi, Lavoro, economia & finanza, Studi, Rapporti & Statistiche • 630 Viste

Dopo i pesanti tagli partiti nel 2008 – ricordiamo la famosa «riforma» Gelmini – l’Italia è penultima tra i 34 Paesi industrializzati per spese nell’istruzione, seconda in questo record tragico soltanto all’Ungheria (di cui peraltro conosciamo le recenti performance democratiche: solo una coincidenza?). Il dato viene dal rapporto annuale Ocse «Uno sguardo sull’istruzione». Le forbici hanno tagliato via ben il 14% degli investimenti in 5 anni (dal 2008 al 2013), e non tanto perché è calata generalmente tutta la spesa pubblica, quanto piuttosto perché ci si è accaniti sull’istruzione più ancora che su altri comparti.

Per altri servizi pubblici, infatti, la contrazione della spesa è stata inferiore al 2%. Nel 2013 (ultimo anno considerato dal Rapporto), la spesa totale per l’istruzione dal livello primario a quello terziario in Italia è stata pari al 4% del Pil, rispetto alla media Ocse del 5,2%.

Ma non basta, perché se sui tagli non siamo riusciti a a guadagnare l’oro, ci sono altri due aspetti che ci vedono salire sul gradino più alto del podio: il nostro è il paese tra quelli Ocse in cui sono più aumentati i Neet (i giovani considerati nella ricerca sono quelli tra i 20 e i 24 anni che non studiano né lavorano) e quello che vanta l’età più avanzata per gli insegnanti.

In particolare, nel nostro Paese oltre un terzo dei giovani tra i 20 e i 24 anni di età non lavora e non studia e tra il 2005 e il 2015 la loro percentuale è aumentata in misura superiore rispetto agli altri paesi Ocse: +10 punti.

L’Ocse non addita come unica colpevole la crisi economica e il conseguente calo del 12% del tasso di occupazione in questa fascia d’età. Altri paesi, come Grecia e Spagna, hanno visto una diminuzione simile (o maggiore) del tasso di occupazione senza registrare un aumento così vistoso dei Neet, fanno notare i ricercatori: il fatto che molti giovani senza impiego non abbiano scelto di proseguire gli studi suggerisce che l’Università in Italia non viene ritenuta un’opzione attraente per entrare nel mercato del lavoro. Tanto è vero che la quota di giovani laureati fra i 25 e i 34 anni che riescono a trovare un lavoro è di oltre venti punti inferiore alla media dei paesi Ocse: 62% contro 83%.

Insomma sì, in Italia la mancanza di lavoro è certamente più accentuata che altrove rispetto alle fasce giovanili, ma poi se gli under 24 decidono di interrompere gli studi è perché evidentemente non credono di poterne avere giovamento. E molti anche solo perché semplicemente non possono: nel nostro Paese circa l’80% degli studenti iscritti all’università non riceve alcun aiuto finanziario. Soltanto uno studente su cinque usufruisce di una borsa di studio, nonostante le tasse d’iscrizione ai corsi di laurea ci collochino al nono livello più alto. E la percentuale di studenti che utilizzano i prestiti bancari, sebbene stia segnando un rapido aumento, è inferiore all’1%.

E gli insegnanti? Sei/sette su dieci sono over 50, e otto su dieci sono donne. Nota dolente gli stipendi: dal 2010 al 2014 le buste paga della categoria sono diminuite del 7% in termini reali, sia nella scuola primaria sia in quella secondaria, e la variazione tra l’assunzione e la pensione è più bassa rispetto agli altri paesi. Sul nodo anagrafico l’Ocse dà tuttavia atto al governo italiano di aver varato un piano di assunzioni che potrebbe «ringiovanire» il corpo insegnante del Paese.

La ministra dell’Istruzione Stefania Giannini replica al Rapporto spiegando che «con questo governo c’è già stato un cambio di rotta: 3 miliardi investiti con la Buona scuola, 90 mila docenti assunti nel 2015 e un concorso per altre 63 mila assunzioni».

Giannini però non convince la Cgil, che chiede non solo «più investimenti in scuola e borse di studio», ma anche «politiche di incentivo al mondo del lavoro perché si assumano giovani specializzati». Anche l’associazione studentesca Link chiede una «inversione di rotta» e ricorda la propria legge di iniziativa popolare e la campagna «All-In 50.000 firme per il diritto allo studio».

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