Italicum, commissione finta, minoranza scettica ma ci sta

Riforme. Gianni Cuperlo dall’annuncio di dimissioni al tavolo che la sinistra Pd non aveva votato. Bersani non ci crede, Forza Italia e 5 stelle non sono disponibili a parlarne fino a dopo il referendum

Daniela Preziosi, il manifesto • 13/10/2016 • Politica & Istituzioni • 625 Viste

E poi non dica di non essere stato avvertito. Non si stupisca, come fece nell’aprile di due anni fa dimettendosi da presidente del Pd, per essere stato sfottuto da Renzi («Gianni te lo dico con amicizia, questo tuo riferimento alle preferenze lo avrei voluto sentire quando tu e altri siete stati candidati nel listino»). Gianni Cuperlo entra a far parte della commissione esplorativa per la modifica dell’Italicum votata con la relazione del segretario alla direzione di lunedì, voto a cui – è già un paradosso – le minoranze non hanno neanche partecipato. Una commissione finta che Renzi ha proposto al solo scopo di mostrarsi collaborativo con le minoranze che hanno deciso di votare No al referendum a causa del ’combinato disposto’ fra legge elettorale e modifica costituzionale.

Sarà Cuperlo a sedere al tavolo di una commissione che dovrebbe partorire un abbozzo di modifiche all’Italicum prima del referendum per – è l’idea di Renzi – «togliere» ogni alibi alla minoranza Pd, costringerla alla resa oppure dimostrare che la scelta del No è preconcetta. Nel ’board’ ci sono anche il vicesegretario Guerini, il presidente Orfini e i capigruppo Zanda e Rosato. Lo scetticismo sul successo dell’iniziativa è già ottimistico. Bersani mette in chiaro lo spirito con cui ha detto sì: «Ho detto che era giusto starci, andare a vedere le carte. Poi sarà consentito mantenere un po’ di cautela e anche un po’ di scetticismo». Tradotto: le minoranze non ripongono alcuna fiducia. Del resto gli stessi renziani in queste ore fanno circolare ironie sull’iniziativa.

Cuperlo, che alla riunione della direzione di lunedì ha annunciato che se voterà No al referendum si dimetterà da deputato, si mette generosamente a disposizione dell’ultimo tentativo di mediazione con la maggioranza. Consapevole che nel migliore dei casi incasserà l’ultima presa in giro di un Renzi che con lui è affettuoso via sms ma davanti al partito è ruvido e a volte tagliente. Come quando, vincendo le primarie, chiarì che l’ex sfidante doveva apprezzare la generosità del vincitore: «Potevo fare ciao ciao e invece sono andato in ginocchio da Cuperlo per dirgli fai tu il presidente». «Ciao ciao» comunque glielo fece pochi mesi dopo accogliendo con indifferenza le sue dimissioni senza chiedergli di ritirarle, «una liturgia che non mi appartiene».

Cuperlo si dà un tempo breve, annuncia a Otto e mezzo (La7): «La settimana prossima si riunisce la commissione e nel giro di un paio di settimane capiremo se davvero c’è l’intenzione di arrivare in fondo al sentiero». Lui ci crede davvero, giura, «è un tentativo serio». E così per un paio di settimane la minoranza non potrà fare campagna per il No e dovrà restare appesa a questa finta ipotesi.

Anche perché già dalle premesse si capisce che il bluff si svelerà per quello che è. Maggioranza e minoranze non sono d’accordo neanche su quello che dovrebbe discutere il tavolo. Per i renziani da lì bisogna sondare gli altri partiti, per l’opposizione lì deve essere ricercato un accordo del partito.

Le conseguenze del malinteso che tutti fingono di non vedere sono lampanti. Cuperlo chiede che sia Renzi ad «abbozzare una proposta del Pd per una nuova legge elettorale». La maggioranza Pd la pensa al contrario e indica come ’mission’ quella espressa dalla relazione del segretario in direzione: tre i punti su cui fare proposte di modifiche (ballottaggio, premio alla coalizione anziché alla lista, capilista bloccati): ma la proposta non sarà un’iniziativa del governo. La commissione infatti avrà «il compito di sondare gli altri partiti, raccoglierne le indicazioni, e solo dopo formalizzare una proposta del Pd». Anzi dal Nazareno spiegano che «il modo migliore per far fallire questo tentativo è avanzare subito una proposta del Pd, che sarebbe impallinata da tutti gli altri gruppi». Quanto alle altre forze politiche, nessuna ha intenzione di sedersi intorno a un tavolo che il capogruppo forzista Renato Brunetta definisce «ridicolo» e che all’ex presidente della commissione affari costituzionali della Camera sembra «la solita, vecchia applicazione dei principi del manuale Cencelli per dare spago alle varie correnti interne».

Neanche i 5 stelle e Sinistra Italiana hanno alcuna intenzione di discutere di legge elettorale. E questo per la stessa ragione per cui Renzi temporeggia: la nuova legge dipenderà innanzitutto dal risultato referendario, e poi anche dalla sentenza della Consulta. Insomma, è il segreto di pulcinella il fatto che la modifica della legge elettorale non sia all’ordine del giorno. Persino il Nazareno fa fatica a tenere la parte della recita: «Il segretario ha preso un impegno di fronte alla direzione e in streaming, se poi non si fidano e vogliono rompere…», spiega un dirigente, «Non possiamo inseguirli per sempre, fanno più danni al Pd così che non rompendo e schierandosi apertamente per il No».

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