Egitto. Il capo del sindacato ambulanti: «Regeni ucciso da chi lo ha inviato come spia»

Egitto. Mohammed Abdallah parla di nuovo alla stampa e si dice orgoglioso di aver denunciato Giulio al Ministero degli Interni, accusandolo ancora di lavorare per servizi stranieri

Chiara Cruciati, il manifesto • 29/12/2016 • Diritti umani & Discriminazioni, Internazionale • 501 Viste

Mohammed Abdallah non sembra preoccuparsi dell’immagine di spia dei servizi segreti che si è affibbiato da solo dopo la brutale uccisione di Giulio Regeni. Entrato di prepotenza nel caso, già definito da Giulio nei suoi appunti «miseria umana», il capo del sindacato egiziano degli ambulanti continua a parlare con la stampa del suo ruolo nelle indagini sul giovane ricercatore. E si dice orgoglioso di averlo denunciato al Ministero degli Interni perché – spiegava ieri in un’intervista con l’Huffington Post arabo – «ogni buon egiziano avrebbe fatto lo stesso al mio posto».

Giulio lo aveva contattato per la ricerca che stava svolgendo sui sindacati indipendenti egiziani per conto dell’Università di Cambridge e Abdallah, figura oscura, aveva provato a spillargli dei soldi. Poco dopo, a dicembre 2015, in un’assemblea sindacale Regeni aveva notato di essere fotografato. Probabilmente era già controllato sebbene la procura egiziana abbiano riferito a quella di Roma di indagini della polizia – su indicazione di Abdallah – aperte il 5 gennaio e durate solo tre giorni. Ma il 22 gennaio, ed è lo stesso sindacalista a ricordarlo nell’intervista, Abdallah aveva registrato un’ultima telefonata con Giulio e l’aveva girata agli Interni. Tre giorni dopo Regeni è scomparso.

Il motivo? Abdallah si difende etichettando il ricercatore come spia straniera, uccisa proprio «da chi lo aveva mandato qua» perché «la sua copertura era saltata». Ad esplodere è il ruolo di collegamento – ma sarebbe meglio dire di collaborazionismo – con i servizi che il suo sindacato svolge: «Solo loro si occupano di noi, è automatica la nostra appartenenza».

Nulla di nuovo sotto il sole egiziano, dunque. La procura di Roma è ancora alle prese con la traduzione del fascicolo consegnato tre settimane fa dagli investigatori egiziani, contenente anche le dichiarazioni di Abdallah. Ma la fine del 2016 non porta novità neppure al popolo egiziano, invischiato in una seria crisi economica e un grave peggioramento delle condizioni di vita. Ieri il presidente al-Sisi ha ribadito quanto detto nel corso dell’ultimo anno: gli egiziani devono saper affrontare le conseguenze dell’austerity derivante dalle riforme economiche imposte dagli istituti finanziari internazionali che stanno appoggiando Il Cairo. Sei mesi, dice al-Sisi, e poi le cose miglioreranno.

Ma i dubbi su una simile prospettiva non scompaiono: in poco tempo i tagli ai sussidi e ai posti di lavoro pubblici, la svalutazione della sterlina e il crollo del turismo interno, l’assenza di programmi di investimento concreti sostituiti da progetti faranoici quanto inutili hanno spinto sotto la soglia di povertà un quarto della popolazione egiziana.

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