Israele cede, vince lo sciopero della fame dei detenuti palestinesi

Israele cede, vince lo sciopero della fame dei detenuti palestinesi

Israele costretto ad accettare alcune delle richieste presentate dal promotore della protesta, il leader incarcerato di Fatah Marwan Barghouti che emerge ancora più popolare e influente

RAMALLAH. Si festeggiava la “vittoria” ieri in piazza Yasser Arafat a Ramallah dove per 40 giorni, sotto la tenda del “presidio permanente”, centinaia di persone, in maggioranza giovani, hanno partecipato a dibattiti e incontri a sostegno dello sciopero della fame cominciato lo scorso 17 aprile da 1500 detenuti palestinesi nelle carceri israeliane. Il digiuno di protesta è terminato nella notte tra venerdì e sabato, all’inizio del mese di Ramadan, con un accordo tra gli scioperanti, le autorità carcerarie israeliane e la Croce Rossa. Caldo e il digiuno per il Ramadan non hanno impedito alla folla di sostenitori, attivisti e familiari dei detenuti, di celebrare, con canti politici e danze tradizionali, quello che i palestinesi descrivono come un successo sull’ostinazione del governo Netanyahu che – a differenza dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interno – si era dichiarato contro qualsiasi ipotesi di trattativa con i detenuti che chiedevano migliori condizioni di vita nei penitenziari. E invece quel negoziato escluso per oltre un mese i funzionari del “Servizio delle prigioni israeliane”, alla fine hanno dovuto avviarlo, nel carcere di Ashkelon, prima con i rappresentanti degli scioperanti – Ahmad Barghouthi, Nasser Uweis, Ammar Mardi e Nasser Abu Hmeid – e poi con l’ispiratore principale della protesta, con l’anima del digiuno andato avanti per 40 giorni, Marwan Barghouti. Il leader del partito Fatah in Cisgiordania, in carcere del 2002, con il quale sino a quel punto avevano evitato ogni forma di dialogo è stato centrale per sbloccare la trattativa. «Soltanto quando (gli israeliani) hanno coinvolto Marwan è stato possibile arrivare all’intesa che garantirà ai nostri fratelli incarcerati migliori condizioni di vita», spiegava ieri Issa Qaraqe, del Comitato nazionale di sostegno ai detenuti.
Sui miglioramenti strappati a Israele, fino a ieri sera regnava l’incertezza. I detenuti hanno ottenuto l’aumento delle visite dei familiari, da una a due volte al mese. Le autorità israeliane si sono impegnate a revocare le restrizioni che limitavano l’accesso alle prigioni ai familiari adulti dei reclusi. Invece non è chiaro se i detenuti godranno davvero dell’installazione di telefoni pubblici nelle prigioni e della possibilità di accedere alla visione di un maggior numero di canali televisivi. Niente da fare per la fine delle detenzioni amministrative, quelle senza processo.

Dallo sciopero della fame appena terminato è emerso anche un traguardo personale raggiunto da Marwan Barghouti. Superando l’ostruzionismo di non pochi palestinesi, molti dei quali ai vertici del suo partito, e la non collaborazione del movimento islamico Hamas – impegnato in un nuovo scontro con Fatah e il presidente dell’Anp Abu Mazen – il principale promotore della protesta ha confermato la sua popolarità nelle strade dei Territori occupati, anche se i suoi familiari preferiscono ridimensionare questo aspetto. «Non è la vittoria di mio padre, è la vittoria di tutti i prigionieri e di tutti i palestinesi. La battaglia portata avanti da tanti detenuti, di ogni orientamento politico, ha confermato che i palestinesi otterranno i loro diritti solo quando saranno di nuovo uniti e determinati», ripeteva ieri Qassam Barghouti, il figlio del leader di Fatah, tra militanti e amici che si abbracciavano nella sede del Comitato “Free Marwan Baghouti” a Ramallah.

L’esito dello sciopero della fame avrà un impatto anche sui rapporti di potere ai vertici di Fatah dove sono diversi i candidati a prendere il posto dell’82enne presidente dell’Anp Abu Mazen. «Marwan Barghouti era già molto popolare e adesso lo è ancora di più. Il suo prestigio è più forte nella base di Fatah – spiega l’analista Ghassan Khatib – ora è il principale candidato a succedere ad Abu Mazen, gli altri pretendenti si sono tutti indeboliti». Come Barghouti potrà diventare presidente è un interrogativo senza risposta da anni. È in carcere, sconta cinque ergastoli, ed è difficile immaginare che Israele possa scarcerarlo alla luce delle dichiarazioni nettamente contrarie a questa possibilità espresse dal premier Netanyahu e da altri leader politici. «Mai dire mai» avverte Khatib «le condizioni attuali non permettono la liberazione di Barghouti. Le cose però potrebbero cambiare e, comunque, a decidere non sarà solo Israele».

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