Deportazioni. Tra Ventimiglia e Taranto, il viaggio bloccato dei «dublinanti»

Quattrocento, forse cinquecento, migranti sono accampati in attesa di raggiungere il confine con la Francia

Enrico Masi e Stefano Migliore * • 29/6/2017 • Diritti umani & Discriminazioni, Europa, Immigrati & Rifugiati • 625 Viste

Missione quasi impossibile, anche perché ogni due o tre settimane la polizia ne acciuffa qualcuno per portarlo in Puglia

VENTIMIGLIA. Sulla strada tra Ventimiglia e la Francia camminano a ogni ora del giorno decine di africani. Si muovono in entrambe le direzioni; chi è determinato ad attraversare la barriera imposta, chi è di ritorno dopo essere stato rifiutato. Al margine della strada restano vestiti, scarpe, zaini, lacerti del passaggio di viandanti senza sicurezza di poter procedere. Abbandonano il poco peso che portano con sé. Accanto a questo scenario, gli abitanti e i visitatori si muovono come un formicaio affannato per la stagione turistica: non gradiscono le riprese per un documentario che mostra una realtà degradata. Per lo stesso motivo la notizia dei 17 migranti morti (tra 2015 e 2017) nel tentativo di attraversare la frontiera, non è un dato considerato mediaticamente rilevante.

ATTRAVERSO PASSI di montagna, sul mare, nelle gallerie, sui treni in corsa, non c’è limite alla determinazione di queste persone bloccate dal trattato di Dublino, che obbliga chi è arrivato, o meglio, naufragato in un preciso paese a restarci, di fatto bloccando il destino di una generazione alla ricerca di migliori condizioni per il futuro. Questo processo ha fornito loro un nome ambiguo, i «dublinanti». La dignità essenziale del diritto internazionale cede alla pressione della Fortezza Europea.

QUATTROCENTO, forse cinquecento, persone dormono sotto la sopraelevata che collega il centro abitato con la giunzione delle autostrade. Il fiume è il loro riparo, fornisce sussistenza, acqua, ombra e un luogo appartato dove ritirarsi. Il Roya proviene dalle alpi marittime francesi. All’inizio dell’estate è ancora un fiume potente, ma non durerà per tutta la stagione. Gli abitanti di Via Tenda, il quartiere che si affaccia sulle rive, sono quasi tutti immigrati che provengono dal meridione d’Italia, in maggioranza calabresi, arrivati a Ventimiglia a partire degli anni ’60 per cercare lavoro. Molti di loro hanno lavorato in Francia, caratterizzando fortemente la città come luogo transfrontaliero.

LA MAGGIORANZA delle persone che vivono nel fiume è di religione musulmana. Il Ramadan è iniziato alla fine di maggio e finito domenica scorsa. Trovarsi in questa situazione equivale a un momento di transizione, ormai abituati a spostarsi di campo in campo: prima in Africa, verosimilmente in Libia, poi attraverso il Sud Italia, a Lampedusa, Mineo, Taranto, per poi spingersi fino al confine più facile da raggiungere, Ventimiglia, porta occidentale d’Italia, in direzione della Francia e del resto d’Europa.

ALSYR VIENE DAL SUD SUDAN. Parla inglese. Scambiamo poche parole sulla condizione dei rifugiati, sulla precisa volontà di continuare il cammino. È un ragazzo giovane, attende il proprio turno per mangiare, con le ultime luci del tramonto, in un parcheggio vuoto vicino al ponte. L’associazione umanitaria internazionale Un geste pour tous è arrivata ogni sera da Nizza, durante il periodo del Ramadan, per fornire un pasto alle persone che per tutto il giorno hanno digiunato.

Nadia è di origine tunisina. Abita a Nizza con due figli. Lavora da anni insieme all’associazione come volontaria. Parla di un concetto della cultura araba, la Baraka; una benedizione speciale, una sorte.

Brahim è il giovane presidente dell’associazione Un geste pour tous, appena tornato dal confine tra Siria e Libano, dove era impegnato in altri progetti umanitari. Coordina le operazioni della cena. Di fronte a lui, una fila ordinata di uomini che attendono in silenzio di ricevere un piatto di carta ricolmo di cibo. I pompieri e la polizia italiana osservano la scena: un parcheggio con centinaia di africani che vengono serviti da un’associazione internazionale, mangiano per terra, interrompendo il pasto con i momenti della preghiera.

CRISTIAN È RESPONSABILE dei servizi Caritas di Ventimiglia. Parla di crisi strutturale e della necessità di istituire maggiori servizi di accoglienza. Ricorda che prima di questa crisi, ve ne sono state altre, come quella degli albanesi e dei curdi. Dopo le ore di lavoro sotto la pressione costante di centinaia di persone che attendono un aiuto primario, Cristian ritorna dalla propria famiglia, dai suoi figli, oppure si rifugia, a sua volta, nella musica.

Nathalie lavora con Amnesty International nella complessa situazione del confine italo-francese. Parla italiano, inglese, francese. Arriva alla Caritas insieme a una ragazza di origine Eritrea. La ragazza ha una benda sulla fronte. Dice di avere 14 anni e di essere stata respinta violentemente al confine. Alla stazione ferroviaria di Menton-Garavan la polizia francese fa scendere dal treno i migranti, per accompagnarli in un apposito recinto al confine di Grimaldi, frazione di Ventimiglia, in attesa di lasciarli liberi in Italia. La giovane parla soltanto arabo. Ha tra le mani un foglio che recita «refus d’entrée». Nathalie cerca di rassicurarla, mentre una responsabile della parrocchia di Sant’Antonio cerca di ottenere il permesso per accogliere un corpo in più.

SEDUTA SUL MURETTO che separa la strada dalla chiesa, Nathalie parla di un fatto strano, un racconto dai tratti oscuri. Di notte, ogni due o tre settimane, arrivano dei pullman della polizia pronti a trasferire da Ventimiglia a Taranto almeno un centinaio dei ragazzi che vivono sul fiume; oltre 1000 chilometri indietro rispetto al viaggio disperato che queste persone stanno affrontando. Rispetto a questa «pratica informale» non ci sono dati certi; il prelevamento forzato delle persone avviene al buio e non si conoscono i numeri esatti, non si capiscono i criteri di scelta di chi viene forzato a ritornare a Sud, ne l’identità di questi esseri umani ridotti a corpi in circolazione per un paese europeo che diventa per loro una gabbia.

*Enrico Masi, regista di documentari, Stefano Migliore produttore, entrambi alla Caucaso Factory

FONTE: Enrico Masi e Stefano Migliore, IL MANIFESTO

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