Contrasto all’indigenza. Chi definiamo povero?

Manca un criterio per misurare l’indigenza. Tra distanza dal reddito medio e beni essenziali ecco perché va trovato uno standard chiaro

Dario Di Vico, Corriere della Sera • 12/6/2017 • Diritti Sociali, Povertà & Esclusione sociale • 543 Viste

Con l’approvazione della prima misura anti-povertà mai presa in Italia — il reddito di inclusione (Reis) — finalmente anche da noi le politiche di contrasto all’indigenza sono passate dal dibattito scientifico-sociologico direttamente nell’agenda di un governo. Nei prossimi mesi l’attenzione non sembra destinata a scemare, anzi la campagna elettorale dovrebbe ruotare, almeno in parte, proprio sui temi della disuguaglianza.

Ma come la misuriamo? Come possiamo evitare che comizi e talk show divengano altrettante occasioni per creare confusione piuttosto che per chiarire le idee ai cittadini/elettori? La soluzione non è facile e il primo passo sta nel mappare gli strumenti di cui disponiamo per fotografare la povertà. Qualche tempo fa il blog LaVoce.info aveva parlato di «tre povertà», proprio per sottolineare come ci fossero più metodologie di monitoraggio del fenomeno e nessuna da sola recasse le stigmate della perfezione.

Cominciamo dalla «povertà relativa», una misura adottata come standard di riferimento dall’Unione europea, che definisce povere tutte le famiglie il cui reddito è inferiore al 60% del reddito mediano. È stato detto in proposito che quest’indice misura più la disuguaglianza — relativa per definizione — che la povertà ma è lo standard dell’Eurostat e quindi non è derogabile anche perché consente i raffronti tra i singoli Paesi. Per tradizione l’Istat usa anche un altro parametro: la povertà assoluta. Che prende come riferimento i consumi, identificati in un paniere di beni e servizi ritenuti essenziali, e misura gli scostamenti. Il vantaggio di quest’indagine, che viene pubblicata ogni anno in luglio, è anche la sua velocità. La confezione dell’indicatore di povertà relativa ha invece un iter più lungo perché i dati vanno incrociati con i riscontri dell’Agenzia delle Entrate. Purtroppo povertà relativa e povertà assoluta non vengono comunicate simultaneamente e qualche problema quest’asincronia lo crea.

Non è tutto. Esiste poi l’indice di «grave deprivazione materiale», frutto di un’indagine europea che in Italia si materializza su un campione di 70 mila individui. È stato proprio quest’indice a generare polemiche nelle settimane scorse ed ad aprire la riflessione sulle «troppe povertà». I parametri in base ai quali si attesta la grave deprivazione, secondo quanto scritto dal professor Marco Fortis sul Foglio , sono quantomeno opinabili. Le domande a cui gli intervistati devono rispondere svariano da «può permettersi una lavatrice?» a «è in arretrato con il pagamento delle bollette?», passando per «può permettersi una vacanza di una settimana all’anno lontano da casa» e «può permettersi un’automobile?».

Si tratta indubbiamente di una rilevazione che fornisce agli addetti ai lavori ulteriori dati di conoscenza ma sicuramente non aiuta a identificare la platea di chi ha veramente bisogno e si presta ad alimentare critiche e strumentalizzazioni. Se ai poveri relativi e a quelli assoluti aggiungiamo i quasi-poveri cresce solo la confusione.

Dario Di Vico

SEGUI SUL CORRIERE DELLA SERA

Articoli correlati

5 per mille

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

« »

Pin It on Pinterest

Share This