L’ex generale dei croati di Bosnia Praljak, condannato all’Aja, si avvelena in aula

L’ex generale dei croati di Bosnia Praljak, condannato all’Aja, si avvelena in aula

ZAGABRIA. Davvero una chiusura simbolica quella di ieri del Tribunale per l’ex-Jugoslavia, con il suicidio in diretta, alla lettura della sentenza, del generale Slobodan Praljak. L’uomo che fu comandante dello stato maggiore delle forze armate della Repubblica Croata dell’Herzeg-Bosna e rappresentate del ministero della difesa della Repubblica Croata presso tale Stato autoproclamato. Praljak è responsabile dell’abbattimento del vecchio, storico, ponte di Mostar, che non sopravvisse alle follie nazionaliste e alla guerra di rapina con cui è morta la
Federazione jugoslava. Dopo aver pronunciando le parole «Slobodan Praljak non è criminale di guerra e col disprezzo rigetto la vostra condanna», ha bevuto del veleno in diretta, cercando forse in extremis di dare un senso alla vicenda della sua vita che la storia stessa ha smentito.

COSÌ IL 29 NOVEMBRE, è tornata a essere simbolica per tutta l’ex Jugoslavia socialista: un tempo era giorno della Repubblica; oggi il Tpi per l’ex-Jugoslavia ha terminato il suo ultimo processo, concludendo di fatto il suo lavoro, dopo 24 anni. L’onore di celebrarne la fine è toccato a sei generali croati della Bosnia Erzegovina alla sbarra: Jadranko Prlic, Bruno Stojic, Slobodan Praljak, Milivoj Petkovic, Valentin Coric e Berislav Pušic, tutti condannati in via definitiva. Le pene variano dai 10 ai 20 anni di reclusione di Prlic, all’epoca premier dell’autoproclamata Repubblica Croata dell’Herzeg-Bosna, 1991-1994. Dopo la recentissima condanna all’ergastolo del generale serbo-bosniaco Ratko Mladic per i crimini commessi contro i musulmani di Bosnia, quelle dei sei generali responsabili dei crimini croati nella stessa regione, erano attese. Era chiaro che il Tribunale dell’Aja non poteva tacere su quelli dei croati. Apparentemente, l’unico rimasto sorpreso è stato l’establishment croato, cioè l’Hdz, il partito nazionalista al potere oggi e negli anni Novanta, quando i sei condannati eseguivano le direttive di Franjo Tudjman, il fondatore del partito che il Tribunale dell’Aja ha salvato e risparmiato. Con tanto di rammarico di Carla Del Ponte che, a conclusione del suo mandato di procuratore generale, dichiarò che avrebbe voluto processarlo.

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IL TRIBUNALE infatti, non solo ha condannato i sei generali ma anche la politica croata verso la Bosnia-Erzegovina dei primi anni Novanta, qualificandola come Joint Criminal Enterprise (atto criminale associato). Fino a ieri sera, i media statali e gli intellettuali di regime in Croazia, cercavano di rassicurare che almeno quest’ultima parte dell’accusa sarebbe decaduta. Apparentemente, la condanna per l’élite politica croata è stata di tale sorpresa che quando la notizia è giunta in Parlamento, per poco l’opposizione e i rappresentanti del governo non sono venuti alle mani. Ora la condanna rende anche palese l’ipocrisia del partito al governo. Infatti, se la politica nazionalista di Hdz e del suo governo verso la Bosnia è stata condannata come criminale, è lo stesso Hdz ad aver consegnato i sei generali al Tribunale, anche se i suoi gerarchi avevano giurato «sull’onore della patria», che avrebbero «protetto i suoi eroi»; gli stessi gerarchi che siedono ancora in Parlamento.

È IL MACABRO epilogo di quella politica che Tudjman annunciò in campagna elettorale nel 1990, quando diceva di essere felice «di non avere una moglie né serba né ebrea». Una politica che poi è proseguita con il cambio della Costituzione, per cui i serbi da popolo co-costitutivo della Croazia divennero minoranza. La stessa ideologia venne poi implementata con i licenziamenti di comunisti e serbi. In quelli anni, dichiararsi jugoslavo era un delitto punibile anche con la morte. Ecco cosa furono i primi anni Novanta in Croazia, gli anni del nuovo regime «democratico» sostenuto dall’Europa, il cui logico proseguimento fu l’espansione e l’aggressione della Bosnia. I nazionalismi, sia croato che serbo, si specchiarono l’uno con l’altro, e la Bosnia fu la terra contesa da smembrare, come era accaduto con la Jugoslavia. Dopo 24 anni, con le sue condanne troppo lente, a volte cieche, con incredibili assoluzioni, oi gravi incidenti di percorso come le morti poco chiare di eccellenti imputati come Milosevic, il Tribunale dell’Aja ha forse più contribuito a mantenere vivo il fuoco nazionalista nella regione piuttosto che a spegnerlo. Con il rischio di una tragicommedia annunciata. Va in scena nei Balcani ma riguarda l’Europa.

FONTE: Luka Bogdanic, IL MANIFESTO



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