Cambridge Analytics, Facebook e il lato oscuro del capitalismo digitale

Crollo del titolo a Wall Street per Facebook dopo la scandalo dell’uso illegale dei dati di 50 milioni di americani da parte dell’azienda londinese Cambridge Analytics

Roberto Ciccarelli • 20/3/2018 • Lavoro, economia & finanza nel mondo, Libertà & Nuovi diritti • 422 Viste

Le informazioni sarebbero state usate per portare Trump alla Casa Bianca da parte di circoli economici dell’estrema destra Usa. Questa storia dimostra l’uso della forza lavoro degli utenti nel capitalismo digitale, a loro insaputa. Il racconto

Il caso Cambridge Analytica, la società londinese di «data mining» [estrazione dati] accusata di avere usato illegalmente le informazioni di 50 milioni di utenti americani di Facebook nell’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, è un caso eccezionale per comprendere la rivoluzione digitale, l’uso del lavoro digitale che tutti noi eroghiamo sui social network e la sua valorizzazione capitalistica sul mercato della politica.

LA STORIA INIZIA nel 2014 quando un docente di psicologia all’università di Cambridge, Aleksandr Kogan crea l’app «This is your digital life» dopo avere reclutato 270 mila utenti con le modalità note su mercati digitali come «Amazon Mechanical Turk»: in cambio di pochi centesimi queste persone hanno risposto a un quiz sulla personalità. L’azienda di Kogan, la Global Science Research, ha acquisito i dati dai loro profili, e da quelli dei loro amici, per usarli in maniera imprevedibile. Li avrebbe venduti a «Cambridge Analytica» che fa analisi di «big data» a scopi politici perché opera in paesi come gli Stati Uniti, il Kenya, la Colombia e l’India.

SABATO SCORSO un’inchiesta del Guardian e del New York Times ha rivelato che queste informazioni sono state usate per identificare gli elettori e i temi per loro più sensibili al fine di orientarli verso la scelta di Trump attraverso lo strumento del «micro-targeting» e della pubblicità occulta. Questo sarebbe avvenuto in 17 stati americani attraverso un gigantesco apparato propagandistico a tempo pieno – così l’ha definita il canadese Christopher Wyliem che ha contribuito all’impresa per poi pentirsene e diventare un «whistleblower» nella tradizione americana alla Snowden. Qualcosa di simile sarebbe accaduto anche nel caso del referendum inglese sulla Brexit. La propaganda occulta [dark propaganda] online è stata messa al lavoro per il «leave». Questo sistema è stato concepito per assorbire gli immensi capitali immessi per finanziare la politica digitale (1,4 miliardi di dollari solo nel 2016 negli Usa), ma è stato messo al servizio anche dell’egemonia populista dell’ultra-destra americana. è emerso infatti che Robert Mercer, miliardario conservatore made in Silicon Valley e sostenitore di Trump, ha finanziato Cambridge Analytica con 15 milioni di dollari. Mercer ha finanziato il sito dell’«alt-right» Breibart, snodo dell’attività ideologica in rete dell’ineffabile Steve Bannon, a capo della campagna di Trump, poi cacciato dalla Casa Bianca, oggi accreditato in Italia come plenipotenziario dell’asse «populista» tra gli avversari Lega e Movimento 5 Stelle.

FACEBOOK sarebbe stato usato come cavallo di troia per trafugare i dati e consegnarli alla macchina che ha fatto vincere Trump. Un’accusa devastante per la piattaforma dal valore di 525 miliardi di dollari dopo avere ammesso di essere usata da agenti stranieri (russi) che hanno cercato di influenzare l’elezione di Trump (il caso «fake news»). Un nuovo colpo alla scarsamente credibile strategia per la «trasparenza» promossa dal fondatore Mark Zuckerberg. Il 2018 è, decisamente, l’anno del contraccolpo tecnologico, il rovescio del tecno-entusiasmo cavalcato anche da Facebook per scalare i cieli dei fatturati. L’azienda ha negato che la vendita di dati di 50 milioni di persone abbia violato le sue regole: «Non c’è stato alcun data breach», ovvero «violazione di dati».

IL PROBLEMA di Facebook è che era a conoscenza dell’attività di Kogan sin dal 2015. Allora la permise per «uso accademico». Kogan e Cambridge Analytica di Alexander Nix avrebbero operato nel lato oscuro del mercato della politica dove gli affari procedono di pari passo con il consenso alle idee populiste, razziste e fasciste. Maura Healey, procuratrice generale del Massachussets, chiede chiarezza. La senatrice democratica del Minnesota Amy Klobuchar ha chiesto la convocazione di Zuckerberg davanti al Senato Usa. Mentre in Inghilterra i conservatori non vogliono farsi rovinare la vittoria del «Brexit» e chiedono a Zuckerberg di presentarsi a Londra. Un disastro per la società degli algoritmi immaginata da Zuckerberg, il cui primo comandamento è un’ingenua trasparenza impotente contro la potenza delle macchine elettorali e dei conflitti sociali e geopolitici.

TUTTO QUESTO SI BASA sullo sfruttamento industriale del profiling, la profilazione dei nostri gusti, orientamenti politici e sessuali, propensioni al consumo. Lo si fa con i criminali e con i lavoratori-consumatori. L’uso dei dati può essere «predittivo» in grado di fornire materiali per fare previsioni o anticipare il comportamento di un utente quando deve votare. Questa attività è basata sull’analisi del «sentimento» in rete ed è prodotto dall’elaborazione del linguaggio naturale, dall’analisi testuale e dall’uso della linguistica computazionale. Si usano le previsioni istantanee del «nowcasting», tecnica che monitora l’economia in tempo reale adattata alla propaganda politica online. Infine la classificazione delle opinioni espresse in rete con l’«opinion mining».

QUESTA NON È una storia di hacker. È la storia di un uso industriale e politico del lavoro digitale dei consumatori (i prosumer) nel capitalismo digitale. Uno scenario dove non mancano le tentazioni dello spionaggio, come ha rivelato un’inchiesta di Channel 4. Ieri il titolo Facebook è crollato a Wall Street.

FONTE: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

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One Response to Cambridge Analytics, Facebook e il lato oscuro del capitalismo digitale

  1. Roberto ha detto:

    Cavalchiamo l’onda dello scandalo registrando thisisyourdigitallife.com, hai visto mai che qualche imbecille di americano non se lo compri…

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