In Nicaragua si arriva intesa sull’orlo del baratro

In Nicaragua si arriva intesa sull’orlo del baratro

Managua. Il 7 giugno in una riunione a porte chiuse, la Commissione di mediazione presieduta dalla Conferenza episcopale nicaraguense ha consegnato una proposta di uscita dalla crisi al presidente Daniel Ortega. La sua risposta è arrivata il 12 giugno ma solo ieri è stata resa pubblica durante la quinta sessione dei lavori del Tavolo di dialogo nazionale tra governo e Alleanza civica per la Democrazia e giustizia (costituita da società civile, impresa privata, produttori agricoli. studenti e associazioni).

I vescovi nella loro proposta hanno chiesto l’anticipo delle elezioni presidenziali al 2019, forse già il 29 marzo dell’anno prossimo (l’attuale mandato terminerebbe nel 2021), garanzia di separazione e indipendenza dei poteri pubblici dai partiti, garanzia di elezioni periodiche libere con osservatori locali e internazionali, destituzione e sostituzione dei magistrati del Consiglio supremo elettorale, riforma della Costituzione e proibizione della rielezione ad libitum.

Ortega ha risposto che il governo conferma la piena disponibilità ad ascoltare tutte le proposte inserite in un quadro istituzionale e chiede in cambio che si ripristini la libera circolazione delle persone e delle merci, resa impossibile a causa della presenza di oltre 400 barricate sull’intero territorio nazionale. Reitera inoltre «l’assoluto impegno per la democrazia e la giustizia per tutte le famiglie nicaraguensi».

Nella sessione di ieri si è riusciti a trovare un accordo sull’ingresso nel Paese caraibico della Commissione interamericana dei diritti umani, dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani e dell’Organizzazione degli Stati americani (Oea). I lavori del tavolo dovrebbero proseguire nelle prossime ore e nei prossimi giorni per definire più precisamente gli accordi sulla democratizzazione del Paese. Insomma, sulla carta pare che ci siano le intenzioni di pacificare il conflitto ma in strada la storia è diversa: i morti sono oramai più di 200, tra cui diversi bambini.

La polizia e gli agenti antisommossa tengono varie città sotto assedio confermando un atteggiamento bipolare da parte del governo: durante la prima giornata di dialogo (16 maggio), l’unica in cui Ortega e sua moglie si sono mostrati in pubblico, «il Comandante» aveva assicurato che le forze di polizia avevano l’ordine di non intervenire sui manifestanti e sulla popolazione civile, ma da quel momento la repressione e la violenza di Stato sono cresciute smisuratamente lasciando poca credibilità alle parole del presidente.

Mentre alle ore 21.00 del 15 giugno i vescovi leggevano in diretta nazionale le concilianti parole di Ortega, nelle città di Managua e León iniziava una notte di terrore: al momento non è stato ancora stabilito il numero degli assassinati – fonti non ufficiali citate dall’agenzia vaticana Sir parlano di 146 vittime – ma la brutalità delle immagini diffuse dai social parla da sola ed è inevitabile pensare al cinismo ipocrita delle dichiarazioni rese, che a questo punto rasentano la follia.

Le voci sulla disponibilità ad accettare elezioni anticipate erano nell’aria già da qualche giorno, dopo una riunione tra Ortega e Murillo con Caleb McCarry, delegato della comissione Affari esteri del Senato Usa. Come paese membro dell’Oea, gli Usa hanno iniziato a fare pressione diretta sul presidente Ortega e recentemente hanno cancellato il visto per gli Stati Uniti a molti funzionari del governo. In questi stessi giorni un gruppo di nicarguensi espatriati negli Stati Uniti ha chiesto al dipartimento del Tesoro che vengano sanzionate 32 persone vincolate al regime attraverso il Magnitsky Act che si applica in caso di corruzione e violazione dei diritti umani. Sette dei nove figli di Daniel Ortega e Rosario Murillo compaiono nella lista.

Molti sono gli interrogativi sul perché di una riunione a porte chiuse con McCarry, esperto in transizioni democratiche (è lo stesso che sotto l’Amministrazione di George Bush lavorò con Condoleezza Rice per la Transizione democratica a Cuba). E soprattutto ci si interroga su quale sia la moneta di scambio che sta usando Ortega con gli Stati Uniti.

Resta l’impressione che, mentre in strada il numero dei morti continua a crescere, a porte chiuse Ortega cerchi di salvarsi.

FONTE: Giovanna Neve, IL MANIFESTO



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