Marco Revelli: “Sui social insulti disgustosi verso Marchionne, giusto il silenzio della Cgil”

«Marchionne si è imbattuto nella metamorfosi terminale della sinistra proprio mentre abbandonava i diritti sociali per quelli civili. Salvo poi accorgersi che gli operai di Torino non votavano il Pd e i minatori del Michigan sceglievano Trump»

CONCETTO VECCHIO * • 24/7/2018 • Lavoro, economia & finanza • 591 Viste

Marco Revelli, come valuta i duri giudizi della sinistra all’indirizzo di Marchionne mentre lotta contro la morte?
«Penso che abbiano fatto bene Maurizio Landini e tutta la Cgil a mantenere in questo momento un profilo basso, un rispetto dignitoso».
Ha letto gli insulti sui social?
«Sono disgustosi. Però fanno parte di un fondo di rancore accumulatosi per anni, in qualche modo lo stesso che ha fatto la fortuna di Salvini».
Bertinotti dice che un tempo la sinistra non attaccava le persone, pur conducendo battaglie durissime contro i padroni.
«Ha detto una cosa sacrosanta: non si augurava la morte dell’avversario pur nelle lotte senza quartiere sui diritti, sui salari».
Cosa ci dicono questi insulti?
«Intanto che non c’è più la politica, come luogo di formazione ed educazione delle coscienze. Ma anche che queste offese sono il frutto di una grande sofferenza sociale, che la sinistra ha vieppiù dimenticato e che trova il suo sfogo nel web, dove tutto è gratuito e dove si può sparare nel buio senza vedere la persona che si colpisce».
Il manifesto è stato criticato per il titolo di domenica, apparso accanto al suo editoriale. Lei condivide quel “E così Fiat”?
«È un titolo liturgico, non irridente. Sottolinea la gravità del momento.
Ho visto che Libero, dal pulpito della sua disumanità, lo ha criticato».
Condivide anche l’uscita del governatore Rossi?
«Rossi ha ricordato un fatto.
Personalmente non lo avrei detto in questo momento. Ma non mi piacciono nemmeno le beatificazioni».
Marchionne viene criticato, dalla sinistra radicale, per avere rilanciato la Fiat sulle spalle dei lavoratori.
«Anche questo è un fatto. E sa perché è successo? Perché ha trovato la maggioranza del sindacato arrendevole, con la sola Fiom a opporsi. Si aggiunga l’arrendevolezza della sinistra di governo. Ricordo che Fassino disse che avrebbe votato sì al referendum di Mirafori e Pomigliano, come il padrone. Lì la sinistra ha cominciato a perdere il suo popolo, che ora si è rifugiato nel populismo».
Facendo così Marchionne non ha però salvato la Fiat?
«Marchionne ha fatto il proprio miracolo, stretto da tre vincoli: i soldi che la famiglia metteva a disposizione per il rilancio erano pochi (la Ford aveva investito in confronto molti più capitali); non c’era una politica industriale nazionale su cui contare, né negli anni del centrodestra né in quelli del centrosinistra; si veniva da catastrofiche alleanze. In quelle condizioni ha scaricato i costi sui lavoratori d’Italia».
Ma quando la globalizzazione esplode Marchionne non si trova dinanzi a un dilemma morale?
«L’alternativa era chiedere più soldi alla famiglia, o battere i pugni sul tavolo con i governi per imporre politiche adeguate: scelse invece la strada dell’internalizzazione nella convinzione che l’Italia fosse una zavorra».
In definitiva, che rapporto è stato tra Marchionne e la sinistra?
«Marchionne si è imbattuto nella metamorfosi terminale della sinistra proprio mentre abbandonava i diritti sociali per quelli civili. Salvo poi accorgersi che gli operai di Torino non votavano il Pd e i minatori del Michigan sceglievano Trump».

* Fonte: CONCETTO VECCHIO, LA REPUBBLICA

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