Diciotti, Salvini “Fermò lo sbarco dei migranti con un ordine per telefono”

Nelle carte che la Procura di Agrigento trasmetterà a Roma la testimonianza del prefetto Corda in servizio al Viminale. Fu il capo di gabinetto Piantedosi a trasmettere il diktat

Salvo Palazzolo * • 27/8/2018 • Immigrati & Rifugiati, Politica & Istituzioni • 367 Viste

Palermo. Il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio prepara l’atto d’accusa contro il ministro dell’Interno Matteo Salvini, una ” relazione di sintesi” sull’inchiesta fin qui svolta, che già mercoledì potrebbe arrivare al tribunale dei ministri di Palermo, assieme a tutto il fascicolo sui migranti rimasti bloccati dieci giorni a bordo della nave Diciotti. Per il magistrato, ci sono già elementi a sufficienza in quella cartella blu su cui sabato pomeriggio sono stati scritti i nomi di Salvini e del suo capo di gabinetto Matteo Piantedosi. Elementi di contestazione, ovvero prove dei reati commessi: sequestro di persona, arresto illegale e abuso d’ufficio.

Determinante viene ritenuta la testimonianza di uno due prefetti ascoltati a Roma: il vice capo del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione, Bruno Corda (il responsabile dell’ufficio, Gerarda Pantalone, era in ferie nei giorni della decisione). È stato Corda a spiegare al procuratore Luigi Patronaggio e al sostituto Salvatore Vella che l’ordine « Non si sbarca » arrivò direttamente con una telefonata di Piantedosi. Che a sua volta aveva ricevuto una chiamata del ministro Salvini. Insomma, è bastata una telefonata per tenere in ostaggio 150 persone su una nave militare attraccata al porto di Catania. Non ci fu alcun atto scritto in quei giorni convulsi al Viminale. Non ci fu alcun provvedimento motivato dell’amministrazione. Solo un giro vorticoso di telefonate. Corda si è giustificato dicendo di essersi limitato ad eseguire le disposizioni di un superiore. Una testimonianza che adesso è accusa nella ricostruzione offerta dai pm al tribunale dei ministri. Ma il prefetto Piantedosi si dice « sereno, tranquillo, determinato e per nulla turbato per l’indagine». L’agenzia Ansa cita “fonti vicine al capo di gabinetto del ministro”, che riferiscono: « Il suo rapporto con Salvini, professionale e umano, non è in discussione, si è addirittura rinforzato. Piantedosi è convinto che sull’affaire Diciotti non sia stata violata alcuna norma».
Non la pensa così la procura, che negli ultimi giorni ha aggiunto ai reati di sequestro di persona e di arresto illegale anche quello di abuso d’ufficio: per il mancato rispetto degli articoli 10 ter e 40 del Testo unico sull’immigrazione. Il primo prevede che dopo le operazioni di prima assistenza debba essere «assicurata» al migrante «l’informazione sulla procedura di protezione internazionale » , nel caso in cui arrivi da un paese in guerra. Il secondo articolo prevede il trasferimento nei centri di accoglienza. Questi adempimenti, sono stati svolti con dieci giorni di ritardo. Troppi.
Un altro pezzo dell’atto d’accusa contenuto nel fascicolo blu con i nomi di Salvini e Piantedosi in copertina è in una quarantina di fotografie allegate al « verbale di ispezione » stilato da Patronaggio durante il sopralluogo a sorpresa sulla Diciotti. Era mercoledì pomeriggio. Si vedono ragazzini che dormono per terra, donne sofferenti. La descrizione della nave degli ostaggi fatta dal magistrato è un’elencazione asciutta, nessun aggettivo, nessun giudizio. Parlano i fatti. Due bagni chimici, coperte termiche sparse per terra, due aree per docce portatili suddivise in zone uomini e donne. Due pagine che delineano quella che Patronaggio definirà scendendo dalla nave una « situazione critica » . Una situazione determinata da quell’ordine telefonico del ministro che ha bloccato 150 persone in un luogo non attrezzato per una lunga permanenza.
Adesso, il punto è: basteranno questi elementi al tribunale dei ministri per decidere a breve? Il collegio potrebbe archiviare, e a nessuno è consentito appello. Oppure, sollecitare la procura di Palermo a chiedere l’autorizzazione a procedere al Senato per Salvini, che però difficilmente verrebbe concessa considerati i numeri della maggioranza. I giudici hanno comunque 90 giorni per fare eventualmente altre audizioni, per acquisire nuovi documenti. Ove ritengano che ci sia ancora qualcosa da capire.

* Fonte: Salvo Palazzolo, LA REPUBBLICA

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