Nella Tijuana «trumpista» pietre sui migranti

Nella Tijuana «trumpista» pietre sui migranti

Centramerica.  Dall’altro lato del confine, li attendono valichi fortificati con filo spinato e agenti antisommossa

Attaccati su due fronti: dalla barriera Usa sempre più fortificata e le pietre dei residenti di Tijuana. Sale la tensione sulla linea di confine fra Messico e Stati uniti ora che i primi migranti delle carovane centroamericane sono giunti a ridosso della loro destinazione. Nella notte di giovedì si sono sfiorate colluttazioni a Playas de Tijuana dove la barriera di metallo che separa i due paesi attraversa gli ultimi metri di spiaggia a si getta nel Pacifico.

Qui si erano radunati in bivacco un centinaio di honduregni che si apprestavano a passare la notte all’addiaccio con coperte e lenzuola stese in terra. Attorno alla mezzanotte gruppi di cittadini hanno improvvisato un corteo scandendo slogan contro gli immigrati, reclamando il rimpatrio sommario e chiedendo che venisse ripristinata la sicurezza del loro quartiere con la rimozione degli stranieri.

Una mostra di sovranismo da parte dei residenti del quartiere litoraneo punteggiato di condomini e case vacanze (fra i più benestanti di Tijuana) che ha colto di sorpresa i migranti nonché i numerosi messicani presenti ad assisterli con donazioni di coperte e generi alimentari. Alcuni di questi hanno formato una catena umana per proteggere i migranti dai nazionalisti. Ci sono stati spintoni e si è sfiorata la rissa, si sono verificati anche lanci di pietre verso i bivacchi dei migranti dove erano presenti molti bambini. Una sparuta presenza di polizia municipale ha stentato a tenere separati i due schieramenti che si sono affrontati nella zona per alcune ore.

Esponenti delle ong e volontari che nella città settentrionale, come in molte altre località lungo il percorso, hanno assistito i componenti della carovana hanno espresso vergogna per le espressioni «xenofobe e razziste» dei concittadini. Secondo Hugo Castro, attivista della Embajada del Migrante che da anni assiste emigranti di passaggio proprio a Playas, si tratta di incresciosi «trumpisti messicani». Lo ha effettivamente confermato il contestatore che a una telecamera ha dichiarato: «Le leggi sull’immigrazione di Trump funzionano. Faremmo bene a imitarlo!».

Adottando un repertorio noto ai nazionalismi globali, molti hanno lamentato «il disordine e la delinquenza» portati dai migranti «entrati in Messico con la violenza», benché l’avanguardia della carovana sia giunta da un paio di giorni appena. Alcuni si sono spinti fino a scandire un improbabile «rendiamo nuovamente grande il Messico!». Il sentimento xenofobo è stato probabilmente stimolato anche dalle misure intraprese dalle autorità sul lato nord della barriera.

Mentre la retorica sull’«invasione dal sud» è prevedibilmente in gran parte evaporata e Trump non l’ha praticamente più menzionata una volta esaurito lo scopo elettorale di esasperare la psicosi fra i sostenitori, rimangono stanziati circa 5mila soldati a titolo «precauzionale». Le truppe – che in settimana hanno ricevuto l’ispezione del segretario alla difesa Mattis – oziano però in Texas, un migliaio di chilometri più a est.

Sul lato americano del confine di Tijuana ferve l’attività. Le pattuglie del border patrol sfoggiano assetto antisommossa e armi da fuoco vistosamente imbracciate mentre sulla barriera vengono apposte bobine di filo spinato. Sono stati «fortificati» anche i valichi: al principale varco automobilistico dove passano ogni giorno 50mila veicoli e 25mila pedoni, le autorità americane hanno installato barriere in cemento e chiuso un terzo delle corsie provocando attese di molte ore al valico già normalmente intasato di traffico di turisti e lavoratori frontalieri.

Molti di questi ultimi temono che la presenza dei richiedenti asilo diventi pretesto per una stretta di vite americana che minaccia direttamente il loro lavoro. Per ora a Tijuana sono arrivati alla spicciolata attorno a 500 migranti (compresa un ottantina di profughi lgbtq) via pullman. Alcune migliaia di centroamericani si trovano ancora in marcia a molte centinaia di chilometri dal confine: alcuni hanno lasciato solo in questi giorni Città del Messico. Altre carovane (ce ne sarebbero quattro principali per un totale di circa 5mila persone) si trovano negli Stati centrali di Oaxaca, Vera Cruz, Jalisco, Nayarit e Guanajuato.

Man mano che arrivano al confine i rifugiati devono decidere se iniziare il processo di richiesta di asilo che comporta un’attesa potenzialmente di diversi mesi. Ai varchi di Tijuana sono già oltre 2mila i richiedenti in lista di attesa e le autorità americane non accettano più di alcune decine di domande al giorno.

* Fonte: Luca Celada, IL MANIFESTO



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“Come fa a non capire?”, chiede Alaa, grattandosi la testa calva, mentre discute con l’impiegata della compagnia aerea a Malpensa, che impone il sovrapprezzo sul peso del bagaglio. “Abbiamo bisogno di portare cibo alle nostre famiglie in Egitto. Vivo da quattordici anni in Italia, appalti nelle ristrutturazioni. Me la cavo bene, anche con la crisi. La mia famiglia non l’ho mai portata con me. Ho due bimbe, piccole. Volevo tenere duro per un po’ e poi tornare a casa. Loro devono crescere a casa loro, ma adesso tutto è confuso. Le vorrei portare al sicuro”.

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