Manovra fantasma. Passa nella notte al Senato una fiducia bendata

Errori e cifre non tornano, il maxiemendamento «corretto» passa in Commissione grazie solo alla maggioranza. Il voto nella notte. «Dateci un testo», le opposizioni escono dall’aula. Pd sul piede di guerra: «Ricorriamo alla Consulta»

Daniela Preziosi * • 23/12/2018 • Lavoro, economia & finanza, Politica & Istituzioni • 252 Viste

ROMA.«Diteci cosa state nascondendo agli italiani, fateci vedere le carte. Fate votare la manovra di notte, quando nelle strade gira solo chi entra nelle case degli italiani». La capogruppo di Forza italia Anna Maria Bernini si scatena, l’opposizione applaude, i 5 Stelle cercano di dissimulare l’imbarazzo, i leghisti se ne fregano. Alle otto di sera il senato comincia a discutere di una manovra ‘fantasma’. L’ultima versione della legge finanziaria è arrivata da poco: un arlecchino di provvedimenti che Lega e 5 Stelle si sono spartiti con trattativa da mercato fino all’ultima marchetta, e una ben più inquietante promessa di lacrime e sangue. Lo spiega l’Ufficio parlamentare di bilancio: la nuova manovra, quella arrivata da Bruxelles, non ha messo in sicurezza il paese, le clausole Iva aumentano fino a a 23,1 miliardi nel 2020 e 28,8 nel 2021 e, senza gli aumenti dell’aliquota, il rischio della sostenibilità futura della finanza pubblica è già scritto. È la vittoria sfacciata della commissione europea sul governo italiano, sedicente del popolo e ormai anche sedicente sovranista.

A parte le mani che l’hanno scritta, nessuno ha letto la manovra, né i parlamentari dell’opposizione né quelli della maggioranza. Il parlamento non tocca palla. «La maggioranza impone di votare a scatola chiusa una manovra recessiva modificata contro ogni regola, dopo la bollinatura» attacca Loredana De Petris (Leu). Il capogruppo del Pd Andrea Marcucci annuncia il ricorso diretto alla Consulta «viste le gravissime violazioni dell’articolo 72» perché «si pronunci sulla enormità compiute da parte di questo governo violento che se ne frega dei diritti del Parlamento». Il governo e la maggioranza hanno anche manovrato per far saltare la diretta tv delle dichiarazioni di voto dal primetime alla mezzanotte. Quando la seduta si apre, scoppia il parapiglia. La senatrice dem Malpezzi denuncia che la questora Bottici (M5S) l’ha strattonata; dall’altra parte dell’emiciclo la forzista Ronzulli rischia la rissa con due leghisti. La presidente Casellati perde il controllo dei senatori, dopo il primo match si deve far sostituire dal leghista di lunga esperienza Calderoli: la situazione è delicata, siamo sul filo del tempo, ogni errore è un passo avanti verso l’esercizio provvisorio, cioè il baratro per il paese. La legge va approvata entro il 31 dicembre, arriverà alla camera il 27 in commissione, il 28 in aula. La maratona del senato dura fino a notte fonda, le opposizioni intervengono per tutto il tempo concesso. Anche l’ex premier Renzi prende la parola e si rivolge ai parlamentari della maggioranza: «Vi trattano come il pubblico di un talk show, ma il tempo del governo populista è finito». Muta la maggioranza: leoni su Twitter nel lodare ciascuno il proprio provvedimento, in aula non parla nessuno. Nei banchina del governo c’è un triste e solitario il ministro Tria, appena meno solitario per la presenza dei colleghi Fraccaro e Centinaio.

Nel pomeriggio in Senato succede di tutto. Una versione del maxiemendamento comincia a circolare intorno alle due del pomeriggio ma è pieno di errori. In commissione il governo si prende un’ora e mezzo per riscriverla. Alle quattro e mezza la sottosegretaria all’economia – senza deleghe – Laura Castelli attraversa in diagonale la sala correndo trafelata, un pacco di fogli scompaginati in mano. Davanti alla commissione le opposizioni fanno un sit in: «Dateci un testo, buffoni». La commissione inizia con più di un’ora di ritardo ma la lettura del maxi emendamento rivela sviste grossolane, il presidente Daniele Pesco le corregge a voce, le opposizioni esplodono, Marcucci sbraita, Pesco sottolinea: «Solo errori materiali» poi perde la testa: «Fuori!». La commissione è sospesa per mezz’ora. «Decine di milioni di euro che vanno e vengono. Il testo del maxiemendamento è stato presentato e bollinato, poi il sottosegretario, come se nulla fosse, ha iniziato a leggere e dire ‘questo comma non va bene perché ricompreso nell’altro. Qui non sono 130 milioni ma sono 20. Qui ci sono 3 commi con la stessa numerazione’ e così via. Incapaci fino all’ultimo. Incapaci e pericolosi», attacca Marcucci.

La commissione riprende e il presidente ricomincia la lettura. Ma gli errori ci sono ancora. Il testo finirà votato dalla sola maggioranza. Il governo ritira l’emendamento sugli Ncc: è il numero 160, ridimensionava la possibilità di lavoro delle auto da noleggio con conducente: non ci sono le coperture. Gli Ncc avevano bruciato in piazza Montecitorio la bandiera di M5S. Il dem Misiani attacca: «Non è vero, è una scelta politica, legittima, ma politica, abbiate il coraggio di dirlo». Dalle strade di Roma arriva già l’eco dell’ira dei tassisti, non sarà facile per i pentastellati tornare a casa stanotte. Da Palazzo Chigi fanno sapere che proprio in nottata il governo varerà un decreto ad hoc. Toninelli scolpisce su Facebook: «Noi non ci rimangiamo la parola».

* Fonte: Daniela Preziosi, IL MANIFESTO

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