Un carcere strapieno e costretto al silenzio

Il Partito Radicale Nonviolento invia al Consiglio d’Europa un rapporto sul sovraffollamento, che torna a torturare. Il Dap ordina: stop alle notizie

Eleonora Martini * • 21/12/2018 • Carcere & Giustizia, Studi, Rapporti & Statistiche • 274 Viste

«Alla Corte europea dei diritti umani l’Italia ha fatto il pacco», riassume con un’espressione che rende bene l’idea l’avv. Riccardo Polidoro, dell’Unione delle camere penali italiane, intervenendo alla presentazione del Rapporto sulle carceri messo a punto dal Partito Radicale nonviolento (Prntt) e inviato al Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, alla Cedu, appunto, e al Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt).

NEL RAPPORTO che porta la firma soprattutto di un’esperta come Rita Bernardini, i dati testimoniano la «truffa istituzionale» ai danni dei giudici di Strasburgo che con la sentenza pilota Torreggiani del 2013 imponevano all’Italia riforme strutturali per sanare il sovraffollamento carcerario e garantire un trattamento umano e dignitoso ai detenuti.

Procedura poi archiviata nel 2016 in seguito alla presentazione delle riforme volute dall’allora ministro di Giustizia Andrea Orlando, in parte adottate e in parte allora ancora in itinere, studiate da 200 esperti messi a lavorare per un anno su 18 tavoli tematici. Le riforme, come si ricorderà, furono invece affossate dal governo Gentiloni e definitivamente cancellate dall’attuale esecutivo giallobruno (il quale, afferma Polidoro, «ha letteralmente fatto a pezzi la giustizia»).

E COSÌ, SE NEL 2012 con 66.271 detenuti e 45.568 posti disponibili, c’erano 145 carcerati per ogni 100 posti, alla fine del 2015 si registrava il minimo delle presenze con 52.164 detenuti, ma già nei mesi successivi la popolazione dietro le sbarre ricominciava a crescere. Mentre i posti regolamentari, che secondo il «Piano carceri» avrebbero dovuto aumentare di 12.024 unità, si sono fermati a 7.129. E oggi ci sono anche, secondo il rapporto dei Radicali, 4.600 posti inagibili. Risultato: la media del sovraffollamento nei 190 istituti penitenziari italiani al 30 novembre 2018, che secondo il Dap è del 118,6%, nella realtà arriva al 130,4%. Non solo: «94 istituti penitenziari registrano un sovraffollamento che va dal 120,7% al 204,2%».

IL DETTAGLIATO DOCUMENTO, che il Prntt ha inviato alle istituzioni europee, spiega quali provvedimenti hanno inciso di più sul calo della popolazione detenuta (per es. la sentenza della Consulta che ha annullato la legge Fini-Giovanardi) e contiene un’accurata disamina del sovraffollamento regione per regione, della popolazione carceraria e delle condizioni di vita (e di morte) nelle celle.

In particolare viene sottolineato il problema dei cosiddetti «liberi sospesi», ossia «decine di migliaia di persone condannate a pene detentive inferiori ai 4 anni, o 6 se tossicodipendenti, e che hanno ottenuto dalla Procura la “sospensione” dell’esecuzione della pena». Un problema che potrebbe diventare esplosivo se si dovesse dar seguito fino in fondo al raggiro «populista e giustizialista» imperante, come ha fatto notare il presidente dell’Ucpi, Gian Domenico Caiazza: «Se si vuole sostenere una visione ipercarceraria, allora tutti i “liberi sospesi” dovrebbero tornare in cella, e si arriverebbe a 150 mila detenuti».

Rita Bernardini e la presidenza del Prntt hanno infine ricordato al Consiglio d’Europa che esiste ancora una procedura aperta sempre nel 2013 contro l’Italia, il caso Cirillo, riguardante un detenuto che non ricevette cure adeguate a causa del sovraffollamento. In questo caso, il monitoraggio da parte del Comitato dei ministri non si è ancora concluso, e potrebbe essere il cavallo di Troia per poter ottenere una nuova condanna dell’Italia. Nella speranza di far immergere nella realtà il governo giallobruno.

L’IMPRESA PERÒ non appare semplice, se si pensa a come è cambiato perfino il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, nell’era M5S/Lega. Mai prima d’ora infatti una circolare che indica le linee programmatiche del capo del Dap, Francesco Basentini, aveva previsto l’accentramento di ogni decisione, e «un modello organizzativo uniforme e centralizzato che annulla qualunque iniziativa innovatrice», come hanno spiegato i penalisti che da oggi apriranno una vertenza contro questo documento.

TRA LE TANTE “CHICCHE” contenute nel testo (udienze di convalida dell’arresto in videoconferenza; unificazione delle carriere dei direttori di carceri e dei funzionari di Polizia penitenziaria, etc.) ce n’è una particolare: la designazione «presso ogni Provveditorato Regionale, di un “referente per la comunicazione”, che funga da organo di raccolta e selezione delle informazioni e delle notizie utili da portare all’attenzione dell’Ufficio stampa del Ministero della Giustizia per la eventuale divulgazione all’esterno».

Una ciliegina sulla torta di panna montata del governo della trasparenza.

* Fonte: Eleonora Martini, IL MANIFESTO

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