Pensioni. La Fornero resta, tre anni prima ma per pochi

 Il contratto del «governo del cambiamento» diceva: «stop Fornero». In realtà Quota 100 è una finestra che favorisce solo statali e grandi aziende. Colpendo donne, precari e giovani

Massimo Franchi * • 3/4/2019 • Lavoro, economia & finanza • 320 Viste

Un decreto per consentire a chi ha 62 anni di età e 38 di contributi di poter andare in pensione. Una possibilità che però dura solo tre anni «in via sperimentale per il triennio 2019-2021», come da incipit della parte relativa alle pensioni del decretone Reddito di cittadinanza-Quota 100 emanato il 28 gennaio e pubblicato in Gazzetta ufficiale il 28 marzo, giusto alla scadenza dei canonici 60 giorni per la conversione in legge.
Per valutarne l’efficacia e le conseguenze Quota 100 va confrontata con le promesse contenute nel «contratto del governo del cambiamento» M5s-Lega. Il capitolo 17 a pagina 33 recitava roboante: «Stop legge Fornero» mentre la riforma più odiata dai lavoratori rimane quasi tutta, specie per giovani e precari. In esplicito nel testo si prometteva «fin da subito la possibilità di uscire dal lavoro quando la somma dell’età e degli anni di contributi è almeno pari a 100», senza altre condizioni. La soluzione dei 38 anni di contributi invece penalizza fortemente le donne, sfavorite da un tetto così alto a causa dei buchi dovuti ai periodi di cura dei familiari, figli o genitori anziani.

I DATI SULLE DOMANDE PRESENTATE e le prime pensioni erogate dal primo aprile lo confermano: Quota 100 permetterà ad un po’ di lavoratori pubblici – i meno colpiti dalla crisi anche se va considerato il decennale blocco contrattuale – e un po’ di lavoratori di grandi aziende del Nord – scampati agli ammortizzatori sociali – di andare in pensione fino a 5 anni prima. Quanta parte dei 355mila potenziali interessati nel 2019 (di cui 130mila statali) sceglierà di lasciare il lavoro è difficile prevederlo: solo le categorie in vera difficoltà per carichi di lavoro (medici di pronto soccorso, infermieri, professori, maestre di asilo) coglieranno la possibilità al volo, altri (dirigenti in primis bloccati dal sacrosanto tetto di 5mila euro l’anno di cumulo con altri redditi da lavoro) valuteranno molto attentamente il taglio implicito per gli anni di mancati contributi (fino al 16 per cento).
Su tutti i numeri forniti con solerte e sospetta quotidiana frequenza – a lunedì le domande presentate erano 109.579 – aleggia beffardo il precedente dell’Ape social. Una cosa sono le domande presentate dai pensionandi, un’altra i veri numeri di chi la vedrà accolta e avrà l’assegno: nel caso dell’anticipo pensionistico del governo Renzi-Gentiloni circa il 70 per cento delle domande non furono accettate a causa della mancanza dei requisiti. Nel caso di Quota 100 il principale è quello dei 38 anni di contributi difficili da controllare soprattutto per i dipendenti pubblici ex Inpdap – la partita di giro fra apparati pubblici portava quasi regolarmente a non registrare i contributi versato dallo stesso stato, datore di lavoro – o il rispetto della norma che richiede ai pensionandi un cumulo con un reddito fino a 5mila euro lordi annui ma solo da prestazione occasionale, anche se vale fino all’età della pensione di vecchiaia – oggi 67 anni.

CON UN’ULTERIORE BEFFA ELETTORALE in agguato, come denunciato per primo dal manifesto il 18 marzo: sotto impulso del governo l’Inps sta accettando tutte le domande senza richiedere il modello Unilav. Una circolare della Direttrice generale Gabriella Di Michele a tutte le «strutture territoriali» prevede di liquidare le pensioni di Quota 100 anche «in mancanza di un dato certificato dal datore di lavoro attraverso le comunicazioni obbligatorie Unilav attestante l’avvenuta cessazione del rapporto di lavoro dipendente». Ebbene, Di Michele dispone «in via straordinaria di procedere alla liquidazione provvisoria» per coloro che fanno domanda entro la prima finestra prevista dal primo aprile senza la certificazione: in pratica si può fare domanda per Quota 100 senza essersi realmente dimessi. Nella stessa circolare si precisa che «il recupero di degli eventuali ratei indebiti (per chi non si è effettivamente dimesso, ndr) dopo il controllo del modello Unilav» avverrà a giugno: non a caso dopo le elezioni Europee. Il tutto con evidente disparità di trattamento rispetto a chi fa domanda per pensioni anticipate e soprattutto di reversibilità che devono attendere tempi per la risposta molto superiori.

Comunque i dati degli assegni in pagamento dal primo aprile confermano le previsioni. Su 26.831 pensioni solo il 10,7 per cento riguardano donne (2.865). Solo un terzo sono al Sud mentre il dato dei dipendenti pubblici non c’è ancora a causa della finestra più lunga di sei mesi.
TUTTO IL PROCESSO È GESTITO da un Inps a cui Quota 100 sottrarrà moltissimi lavoratori – 4mila possibili pensionamenti su un personale di 26mila – mentre l’istituto è sotto pressione con richieste continue di straordinario ai dipendenti e con una lotta di potere in corso – anche questa raccontata per prima dal manifesto il 15 marzo – in cui il commissario Pasquale Tridico (M5s) rischia di non diventare mai presidente perché la Lega dopo le Europee vuole rivendicare la pesante poltrona.

Nel passaggio parlamentare di uno dei pochi decreti della storia in materia pensionistica – non a caso l’ultimo fu il SalvaItalia che impose la Fornero, gli opposti si attraggono in politica – le modifiche sono state poche e nessuna per i 6mila esodati ancora senza stipendio e pensione dal 2011 in cui entrò in vigore la Fornero. Consci che Quota 100 non contenga niente per giovani e precari, governo e maggioranza hanno cercato di correre ai ripari allargando il riscatto della laurea anche sotto i 45 anni previsti inizialmente. Se è vero che il riscatto è stato rateizzato e reso meno oneroso – 5 mila euro all’anno – lo è altrettanto che rimane un provvedimento regressivo perché favorisce le famiglie ricche (i figli di papà) e sfavorisce gli studenti lavoratori incidendo assai poco sul livello dell’assegno finale.

NIENTE INVECE È STATO AGGIUNTO per la categoria che godrà meno di Quota 100. Per le donne la soglia di 38 anni di contributi – per 12 mesi e 52 settimane – è un miraggio a causa dei buchi contributivi. I sindacati – Cgil, Cisl e Uil – nella loro piattaforma richiedevano di riconoscere alle donne un anno di contributo per figlio, ma pur con l’appoggio della maggioranza l’emendamento è stato ritirato perché sarebbe costato troppo: alla faccia della sbandierata lotta del governo del cambiamento all’austerità.

Quanto ai dipendenti pubblici che smaniano di andarsene da un lavoro sottopagato e poco riconosciuto – 37.333 domande su 109.579 pari al 34 per cento – vedremo se e come saranno sostituiti – il blocco del turn over è fino a novembre, tranne nella scuola dove a settembre si rischia il caos cattedre.

L’Ocse ieri ha bocciato totalmente la riforma chiedendo addirittura di abolirla: «Si libererebbero 40 miliardi», ha detto il segretario generale Gurria. Lo ha fatto però basandosi su un assunto forzoso: sì la riforma è triennale ma spinge ad essere allargata sennò – e questo è l’unico punto condivisibile – produrrà una differenza di trattamento tra chi ha usufruito di Quota 100 andando in pensione a 62 anni e chi – alla sua scadenza nel 2022 – dovrà aspettare i 67 anni e molti mesi – come detto l’adeguamento all’aumento dell’aspettativa di vita totale (unico caso al mondo) va avanti e dopo aver già rubato almeno sei mesi a tutti noi continua i suoi nefasti effetti.

MA L’OCSE SI È DIMENTICATA DI DIRE che la riforma Fornero è rimasta quasi intatta. Della riforma Fornero rimane il grande mantra: l’adeguamento all’innalzamento dell’aspettativa di vita che viene bloccato (temporaneamente) solo per la pensione anticipata e per i precoci. Dunque per precari e giovani non cambia niente: la prospettiva è ancora andare in pensione a 70 anni con assegno da fame, senza quella pensione di garanzia che oggi non costerebbe niente al governo. La proposta fatta da Michele Raitano, che riconoscerebbe un assegno dignitoso – 980 euro con 40 anni di attività coprendo i buchi contributivi a fine carriera – è rimasta ancora nel cassetto. Fino a quando – fra pochi anni – il tema delle pensioni da fine dei precari non diventerà una vera emergenza sociale.

* Fonte: Massimo Franchi, IL MANIFESTO

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