Dietro la falla di Whatsapp lo spyware della Nso Group israeliana

Web e privacy. I centri per i diritti umani insistono: fermare il Nso Group che, su incarico dei servizi segreti di vari paesi, si concentra sulla sorveglianza di attivisti, dissidenti, giornalisti

Michele Giorgio * • 21/5/2019 • Diritti umani & Discriminazioni, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 167 Viste

La compagnia israeliana risponde: il software Pegasus contribuisce alla lotta al terrorismo e al crimine organizzato

GERUSALEMME. Whatsapp «bucato» grazie a un punto debole nelle chiamate vocale. La scorsa settimana abbiamo appreso che il sistema di crittografia “end to end” di questo gigante del web compagno quotidiano delle nostre esistenze, è stato violato da uno software malevolo, uno spyware noto con il nome di Pegasus.

La notizia per 24 ore ha fatto il giro del mondo assieme alla rassicurazione che la falla è stata subito chiusa e che agli utenti sarebbe bastato aggiornare app e sistema operativo per non correre rischi. Ed è finita così. Molto clamore e nessun provvedimento nei confronti della compagnia israeliana Nso Group, indicata da più parti come responsabile della violazione. E qualcuno, con ogni probabilità, si sarà pure lasciato andare a qualche commento del tipo «che volpi questi israeliani, ci sanno fare con lo spionaggio».

Eppure l’accaduto è molto preoccupante. I centri per i diritti umani insistono affinché alcune delle attività della Nso Group siano fermate visto che, su incarico dei servizi segreti di vari paesi, anche arabi, si concentrano sulla sorveglianza di attivisti dei diritti umani, dissidenti, giornalisti e oppositori politici.

La compagnia israeliana, forte dell’immunità di cui gode, si limita a far notare che il software Pegasus è venduto ad agenzie governative e forze dell’ordine che sono responsabili del suo utilizzo. E sostiene di contribuire alla lotta al terrorismo e al crimine organizzato. «Terroristi, narcotrafficanti, pedofili e altri criminali hanno accesso a tecnologie avanzate e sono i più difficili da monitorare e catturare», si legge sul sito web della Nso Group. Le cose però sono molto meno lineari e parecchio più preoccupanti.

Lo dimostra il caso del reporter saudita Jamal Khashoggi ucciso lo scorso ottobre in Turchia dai servizi segreti del suo paese. Grazie a Pegasus i suoi assassini per mesi hanno ascoltato le sue conversazioni telefoniche, letto i suoi messaggi e saputo in anticipo dei suoi spostamenti. All’attivista dei diritti umani emiratino Ahmad Mansour nel 2016 arrivò un sms sospetto con l’invito a cliccare su un link. Non lo fece per un provvidenziale eccesso di cautela.

Gli esperti del Citizen Lab (Università di Toronto) gli spiegarono che se avesse cliccato quel link il suo iPhone, grazie a Pegasus, sarebbe stato sorvegliato in tutto perché una volta installato lo spyware accede a qualsiasi informazione contenuta nel dispositivo mobile e prende il controllo di telecamera e microfono. Quell’avvertimento non ha evitato il carcere a Mansour. L’anno scorso è stato condannato a dieci anni di detenzione per aver «criticato e diffamato» i regnanti emiratini.

Della Nso Group si sa che è stata fondata nel 2010, ha sede ad Herzliya a nord di Tel Aviv e ha circa 500 dipendenti. Qualche anno fa è stata comprata dalla società statunitense Francisco Partners Management. I suoi fondatori – Niv Carmi, Omri Lavie, and Shalev Hulio – sono ex membri dell’Unità 8200, il reparto informatico delle forze armate israeliane incaricato di sorvegliare elettronicamente «ogni aspetto della vita palestinese».

Qualche anno fa 43 riservisti dell’Unità 8200 con una lettera inviata al premier Netanyahu si proclamarono refusenik e rivelarono, scatenando l’ira dell’allora ministro della difesa Moshe Yaalon, che sotto controllo finiscono soprattutto persone qualsiasi, allo scopo di scoprire «particolari imbarazzanti» – preferenze sessuali, problemi finanziari, malattie e relazioni extraconiugali – e servirsene, a tempo debito, «per ricattarle e costringerle a diventare spie».

Tra le telefonate intercettate con più regolarità ci sarebbero proprio quelle a sfondo sessuale. «Nell’intelligence i palestinesi non hanno alcun diritto – spiegò Nadav, un sergente intervistato dal quotidiano britannico Guardian – Non è come per i cittadini israeliani che, se si vogliono raccogliere informazioni su di loro, è necessario andare in tribunale».

Il giornalista israeliano Gideon Levy scrisse in quei giorni che all’Unità 8200 si chiede di scoprire se «c’è un nipote di qualcuno che si trova sulla lista dei ricercati o un cugino a cui si vogliono fare delle domande che può essere ricattato. (Le persone sorvegliate) forse accetteranno di parlare di un vicino di casa in cambio di una cura chemioterapica; una rivelazione in cambio di un’operazione chirurgica; una spiata in cambio di soldi; qualche informazione in cambio di una notte a Tel Aviv».

Queste «competenze» degli ex membri dell’Unità 8200, la Nso Group le impiega in campo commerciale, realizzando enormi profitti. E, in misura minore, farebbero lo stesso altre 26 società di sorveglianza elettronica con sede in Israele, secondo un rapporto della Ong britannica Privacy International. In Israele la percentuale di tali imprese è dello 0.33 ogni 100.000 persone (negli Stati Uniti è dello 0.04.). E le proteste dei centri per i diritti umani cadono nel vuoto.

* Fonte: Michele Giorgio, IL MANIFESTO

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