Caso Palamara. I rischi per autonomia e indipendenza

L’ultimo degli errori che potremo vedere nel marasma seguito all’inchiesta di Perugia è l’ennesima rappresentazione di uno scontro tra giustizialisti e garantisti

Massimo Villone * • 15/6/2019 • Carcere & Giustizia, Politica & Istituzioni • 153 Viste

L’ultimo degli errori che potremo vedere nel marasma seguito all’inchiesta di Perugia è l’ennesima rappresentazione di uno scontro tra giustizialisti e garantisti. In questo, come in tutti gli altri casi, sarebbe una falsa rappresentazione. Le esigenze sono chiare: osservare e applicare le leggi; esercitare le funzioni pubbliche ricoperte con «disciplina e onore», come richiede la Costituzione; assumersi la responsabilità politica se si ricopre un ruolo che la comporta.
È possibile, o persino probabile, che Lotti non abbia fatto nulla di penalmente rilevante. Ma che i suoi comportamenti in un modo o nell’altro ricadano nelle categorie sopra indicate sembra sicuro. Ci informa che ha appreso dai giornali di aver causato imbarazzo ai vertici del suo partito. Non gli era venuto il sospetto che potesse accadere?

Probabilmente, il segretario Zingaretti che ha camminato sulle uova per giorni, gli aveva dato una impressione diversa. Ma questo è un problema tutto interno al Pd e alle sue dinamiche correntizie, che il partito dovrà in un modo o nell’altro affrontare. Certo la vicenda non si chiude con l’autosospensione di Lotti. Ma alla fine interessa solo il Pd, i suoi militanti, i suoi elettori.

C’è invece una vicenda che interessa il paese tutto, ed è il grave danno arrecato all’immagine delle magistratura. All’inaccettabile groviglio di relazioni improprie che ha inquinato l’organo di autogoverno, si sono aggiunti i maldestri tentativi di auto-assoluzione di alcuni consiglieri coinvolti, e la resistenza alle dimissioni, richieste con forza da più parti. Mentre va sottolineato con apprezzamento che è stata la stessa magistratura a fare luce, senza sconti a nessuno e senza timori delle conseguenze. Opportuno anche il ricorso all’azione disciplinare.

Ma questo non impedirà che riparta il treno della riforma della giustizia, con in testa il vagone della subordinazione dei magistrati alla politica. In campo varie ipotesi, tra cui si segnala anzitutto la cancellazione dell’obbligatorietà dell’azione penale. In fondo basta poco: aggiungere alla formula dell’articolo 112 della Costituzione «Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale» le parole «nei casi e modi stabiliti dalla legge». Un’aggiunta solo apparentemente innocua, perché può avere un unico significato: che in alcuni «casi e modi» l’obbligo viene meno. Il punto è che quei casi e modi sono stabiliti dal legislatore, e quindi dalla maggioranza pro tempore.

Da tempo i costituzionalisti hanno colto che la riserva di legge ha visto indebolirsi la funzione di garanzia che ad essa era stata riconosciuta. L’ossequio prestato al totem della governabilità, le conseguenti alterazioni della rappresentatività attraverso sistemi elettorali volti a favorirla con incentivi maggioritari di vario tipo, hanno accentuato il carattere delle legge come espressione della maggioranza detentrice del potere politico. E dunque oggi il rinvio ai «casi e modi» stabiliti dalla legge non è di per sé garanzia dell’indipendenza del magistrato. Può essere l’esatto contrario.

Non è questo il solo tema in discussione. Si punta alla riforma del Csm, che verrebbe sdoppiato, con una composizione paritaria laici-togati (oggi un terzo e due terzi). È del tutto evidente che si potrebbe giungere facilmente a una subordinazione dell’organo alla politica attraverso l’aggiunta ai laici di una piccola minoranza di togati. Sarebbe più o meno probabile in un siffatto organo collegiale il ripetersi di distorsioni come quelle che oggi si lamentano? Se si aggiunge a tutto questo la separazione delle carriere, di cui anche si discute, e l’intimidazione da ultimo platealmente praticata dal ministro dell’interno, il quadro è completo.
La magistratura è la più forte difesa che la Costituzione appresta alle libertà e ai diritti. Di questo dobbiamo essere in ogni momento consapevoli. I problemi che si manifestano vanno affrontati con decisione. Ma non con l’obiettivo surrettizio di scardinare il disegno che vide in Assemblea Costituente un dibattito tra i più approfonditi. Non per aprire alla bassa cucina di un ceto politico privo di qualità. Per questo dobbiamo mobilitarci per la difesa e la piena attuazione della Costituzione repubblicana.

* Fonte: Massimo Villone, IL MANIFESTO

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