Il ponte Morandi un anno dopo

Un anno dopo. Inaugurazione prevista nella primavera 2020, ma c’è l’incognita delle macerie

Giulia Mietta * • 14/8/2019 • Ambiente, Territorio e Beni comuni • 173 Viste

GENOVA. Un anno dopo Genova, o almeno una parte di essa, si trova a fare i conti con l’assenza. Quel profilo che come un elettrocardiogramma di città, con picchi e punti bassi, si stagliava tra un versante e l’altro della Valpolcevera, non c’è più. Attraversandola, in coda lungo l’unica strada che collega la vallata al centro, atterrando al Cristoforo Colombo, avvicinandosi in traghetto, il ponte Morandi non c’è più. Se non fosse per i cronici problemi di viabilità, tornati con prepotenza in questo mese di spostamenti vacanzieri, sarebbe un sollievo. Eppure, a distanza di un anno, guardandola meglio, la madre di tutti i cantieri è un organismo che non si ferma mai: da una parte le macerie del vecchio ponte, dall’altra i germogli di quello nuovo. Tondini in ferro, ruspe, abbozzi di cemento armato, la costruzione avviata di 11 piloni su 18 di quello che sarà il viadotto a forma di nave ideato da Renzo Piano, le lamiere di acciaio pronte per essere assemblate. È davanti a questo scenario che oggi si svolgerà la cerimonia di commemorazione delle 43 vittime, una cerimonia che i familiari temono si trasformi in palcoscenico per i molti politici presenti del governo che non c’è più. Un rischio più che concreto, in effetti.

TRA QUALCHE GIORNO gli operai dell’Ati dei demolitori lasceranno il campo a quelli del consorzio PerGenova, formato da Salini Impregilo e Fincantieri. I lavori sono iniziati il 15 dicembre 2018. Qualche transenna spostata a favore di telecamere dai commissari straordinari Bucci e Toti, per lo più opere propedeutiche. La demolizione vera e propria è partita il 9 febbraio, dalla trave 7, tagliata a fette con un filo diamantato e smontata pezzo per pezzo con la forza di alcuni pistoni idraulici chiamati strand jack, uno dei tanti termini tecnici con i quali i genovesi hanno familiarizzato.

LO STALLO della scorsa primavera, dovuto al ritrovamento nel calcestruzzo del Morandi di alcune tracce di amianto è sembrato infinito. La struttura commissariale e le aziende hanno cercato per settimane una soluzione che rispondesse alle istanze di ambientalisti e comitati. Ci sono state assemblee pubbliche tesissime, incontri aggiornati senza che sembrasse possibile venirne a capo. Fino a quando, il 28 giugno, si è messa in atto l’operazione di abbattimento delle pile strallate, a forma di “A”, con 680 chili di esplosivo, 3.000 persone evacuate ed ettolitri di acqua per contenere le polveri. «Un intervento da storia dell’ingegneria – dice il sindaco e commissario per la ricostruzione Marco Bucci – e che è stato possibile anche grazie agli input che ci sono arrivati dai cittadini, segno che non ci sono difficoltà che non si possono superare ma sfide aggiuntive per fare sempre meglio».

Questo e altri refrain al limite della retorica sono stati declinati in maniera piuttosto concreta, nei mesi che sono succeduti all’agosto 2018. Il sindaco-commissario, con la sponda del presidente della Regione Toti e l’intercessione dell’ormai ex sottosegretario leghista Rixi, ha trattato e ottenuto dal governo lo stanziamento di oltre 1 miliardo di aiuti tra decreto Genova e altri provvedimenti, dagli indennizzi ai commercianti e agli sfollati, a quelli per porto e autotrasporto, per la costruzione di strade alternative, per le scuole o il trasporto pubblico. Ha imposto scadenze apparentemente impossibili da rispettare a demolitori e costruttori – più alzando la voce che non sventolando le penali sui ritardi – ha messo sotto stress perpetuo la squadra della struttura commissariale, i dirigenti delle partecipate, Autostrade, Anas, prefettura.

TUTTAVIA, se oggi il percorso verso la costruzione del nuovo ponte sembra ben avviato – Bucci parla di due settimane di ritardo accumulate, tra gli addetti ai lavori di circa un mese ma l’inaugurazione nella primavera 2020 è un obbiettivo raggiungibile – ci sono alcuni nodi irrisolti. Uno è il fatto che sia decaduto il protocollo d’intesa che la struttura commissariale aveva firmato con l’Anac per controllare gli appalti legati al cantiere sul ponte. Un altro accordo, con la prefettura e le forze dell’ordine, ha portato comunque all’interdizione di un’impresa (su oltre 100 coinvolte nei lavori) per legami con la criminalità organizzata, ma forse l’accordo con Anac sarebbe stata una certezza in più.

L’ALTRA INCOGNITA è quella sul riutilizzo delle macerie del Morandi. La struttura commissariale attende che il ministero dell’Ambiente dia un parere positivo allo sfruttamento dei detriti non solo per rimodellare il terreno nel parco urbano che sorgerà sotto il ponte, ma anche per i riempimenti portuali nell’ambito del progetto di ampliamento dello stabilimento genovese di Fincantieri. Per Bucci questa soluzione significa un risparmio economico, logistico e temporale. Ma quelle minime quantità di amianto rinvenute nel ponte rendono il materiale «rifiuto speciale pericoloso» non utilizzabile, per legge, in opere subacquee. Nelle scorse settimane pareva che da Roma sarebbe arrivata un’apertura ma la crisi di governo rischia di rallentare la pratica. Genova deve chiudere la partita entro fine mese, altrimenti le macerie accumulate rallenteranno la ricostruzione.

A UN ANNO dal crollo, l’altro capitolo ancora tutto da scrivere è quello dell’inchiesta: terminato il secondo incidente probatorio, il gip potrebbe far scattare i rinvii a giudizio. Non prima dell’inizio del prossimo anno, sempre che i periti di parte non chiedano ulteriori proroghe. Nel frattempo gli indagati sono 76 tra persone e società.

* Fonte: Giulia Mietta, IL MANIFESTO

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