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Il tribunale boccia il Jobs Act renziano. Una spina per un nuovo governo M5S-Pd-LeU

Il tribunale di Milano rinvia alla corte di giustizia dell’Unione Europea la norma sui licenziamenti collettivi. I Cinque Stelle volevano abolirla, ma la legge è rimasta intatta

Roberto Ciccarelli * • 20/8/2019 • Lavoro, economia & finanza • 173 Viste

Nuovo colpo alla riforma renziana. E i Dem camminano sulle uova. I loro esploratori in terra grillina l’hanno esclusa in dalla lista per il nuovo “contratto” in vista di un nuovo governo giallo tricolore: M5S+Pd+LeU

Il cinque agosto scorso il tribunale di Milano ha rinviato alla corte di giustizia dell’Unione Europea la norma sui licenziamenti collettivi stabilita dal Jobs Act. È una nuova spallata alla contestatissima riforma di Renzi e del Pd, ottenuta grazie a un ricorso di una lavoratrice licenziata sostenuta dalla Filcams Cgil e affiancata dalla Cgil nazionale, la seconda dopo una sentenza della Corte Costituzionale che nel settembre dell’anno scorso ha dichiarato illegittimo l’articolo 3 che definisce in maniera rigida l’indennità risarcitoria spettante al lavoratore licenziato ingiustamente. Colpendo stavolta l’articolo 10 della legge, quello che si occupa dell’esclusione dalla reintegra in caso di licenziamento collettivo, i giudici milanesi hanno evidenziato la disparità dei diritti in caso di licenziamento tra i lavoratori assunti prima dell’entrata in vigore del Jobs Act e quelli assunti dopo il 7 marzo 2015. La riforma ha creato molteplici discriminazioni che puniscono doppiamente i lavoratori assunti con il Jobs Act licenziati e in più penalizzati in caso di reintegrazione al lavoro. Una norma che viola la Costituzione, la direttiva europea 99/70 e, infine, dieci articoli della carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Secondo la Filcams e la Cgil la sentenza dei giudici mette in dubbio la legittimità del pilastro del Jobs Act, il cosiddetto «contratto a tutele crescenti», perché viola i principi fondamentali dell’Ue che impongono una sanzione effettiva e di carattere deterrente.

Il cazzotto a questo scempio giuridico-politico ha messo di nuovo in discussione una riforma controversa che ha abolito l’articolo 18 e ha liberalizzato i contratti a termine. Eredità mai messa in discussione seriamente dal nuovo Pd, sebbene il nuovo responsabile lavoro del partito Giuseppe Provenzano abbia espresso opinioni critiche a proposito. Zingaretti ha detto di volerla ridiscutere. Bisogna vedere come. È una delle incertezze di un partito stretto tra il bisogno di rilanciarsi sulla giustizia sociale, ribaltando l’impostazione neoliberale che lo ha affossato, e la rinnovata influenza politica esercitata da Renzi e dalle sue truppe nelle ore della crisi verticale del governo nazional-populista Lega-Cinque Stelle.

La sentenza milanese ha riportato a galla un tema decisivo mentre si moltiplicano le voci e i retroscena su un possibile esecutivo giallo-«tricolore» anche con LeU. «Rosso», il Pd, lo è per un terzo: lo spazio riservato a questo colore della bandiera nazionale stilizzata all’interno del pallido simbolo. Sempre che sia possibile la nuova quadricromia di governo in questa legislatura, non è scontato che i Cinque Stelle optino per una riforma radicale dell’intero impianto della legislazione che ha strutturato il precariato di massa. Prima che andasse al governo con la Lega, questo partito-ameba aveva promesso l’abolizione del Jobs Act. Con il decreto dignità dell’agosto 2018 si è limitato a una manutenzione dei contratti a termine. La loro durata è stata ridotta a 24 mesi, è stato ristretto il numero dei rinnovi a quattro e reintrodotta la causale dopo 12 mesi.

L’impianto della riforma renziana non è stato intaccato, mentre la sentenza della Corte costituzionale ha bocciato clamorosamente la parte del Jobs Act riprodotta anche nel decreto dignità, un esempio plastico del messaggio politico pentastellato: cambiare tutto per non cambiare nulla. Volevano cambiare il Jobs Act, è rimasto intatto e pienamente operante. In queste condizioni non è difficile immaginare che, nel caso di un governo «di legislatura», i Cinque Stelle recuperino gli ardori anti-renziani per mettere in difficoltà il Pd di Zingaretti. I Dem oggi camminano sulle uova. Il capogruppo alla Camera Graziano Delrio,esploratore in terra grillina, ha escluso la riforma del Jobs Act dai punti su cui trattare. Ha invece parlato di abbassare il cuneo fiscale per i lavoratori, di salario minimo, legge sulla rappresentanza e svolta ambientale. Ma se così fosse, e non è detto, non è certo che i Cinque Stelle supereranno l’ideologia che associa i diritti dei lavoratori agli interessi del capitale. Una credenza non molto diversa da quella manifestata nel tempo dai nuovi, ipotetici, partner di governo.

Questo gioco illusionistico, tipico del populismo aziendale e interclassista grillino, lo abbiamo visto all’opera l’anno scorso quando sono stati reintrodotti i vituperati voucher in agricoltura e nel turismo. Allora fu giustificato perché la Lega sventolava i voucher dalla sua trincea. I compari di contratto trovarono un accordo per compensare la svolta alla camomilla sui contratti a termine. M5S pensò di avere lottato contro la precarietà. E invece guardava il dito, non la luna. Un governo giallo-tricolore potrebbe affrontare il problema della regolazione del lavoro occasionale, ma in quel caso il Pd dovrebbe superare le incertezze che, con Gentiloni, lo portarono ad abolire i voucher per evitare il referendum indetto dalla Cgil. Il sindacato guidato da Maurizio Landini potrebbe invece chiedere ai nuovi soci di esprimersi sulla «carta dei diritti universali del lavoro» da tempo depositata in parlamento. Fino ad oggi mai discussa perché prevede un generale cambiamento delle norme e dei principi. Non è detto che questo accadrà in un futuro prossimo. E nemmeno remoto.

* Fonte: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

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