Viaggio in Brasile. Bolsonaro taglia, le università resistono

Viaggio a Campinas, terza città del Brasile. Tra gli studenti ancora scioccati per la vittoria di Bolsonaro e che vogliono misurare il suo tasso di fascismo. Ma preparano la rivincita

Angelo d'Orsi * • 21/9/2019 • Internazionale • 175 Viste

Campinas è la terza città in ordine di importanza dello Stato di San Paolo. L’area metropolitana si avvicina ai tre milioni di abitanti. Si tratta in verità di una piccola San Paolo, senza il fascino tremendo della megalopoli brasiliana.

Il campus di Unicamp a Campinas

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anche Campinas ha però grattacieli, una economia postindustriale abbastanza fiorente, e una rinomata università «estadual», ossia dello Stato di San Paolo, mentre altre università sono «federais», cioè nazionali, essendo il Brasile una Repubblica Federale. Poi naturalmente vi sono le università private, che si dividono in quelle religiose (cattoliche e evangeliche, nelle diverse sette) e quelle legate a industrie, banche e centri finanziari. Infine, le università straniere, sostanzialmente statunintensi. UniCamp ha un’ottima reputazione, e resiste all’azione violenta di Bozo, volta a cancellare i fondi, a ridurre l’autonomia, a sottoporre a pressione politica tutti gli atenei pubblici, sia quelli federali (di solito i meno ricchi finanziariamente), sia quelli statali (che godono sovente di finanziamenti anche privati in aggiunta a quelli pubblici).

ENTRANDO NEL CAMPUS – in Brasile tutte le università sono collocate in campus, di regole esterni alla cinta cittadina – la prima cosa che si nota sono i manifesti che ricordano Marielle Franco, la sociologa e attivista uccisa nel marzo 2018, ormai divenuta una icona della resistenza antibozonarista.

Capannelli di studenti chiacchierano dei programmi di studio, ma anche di politica. Mi raccontano che l’elezione del capitano dell’esercito alla presidenza della Repubblica, ha rappresentato un fattore di divisione nella società, e persino all’interno delle famiglie. Una studentessa scherzosamente ma non troppo parla di divorzi provocati dalla contrapposizione tra coniugi, di rotture di relazioni tra genitori e figli, tra fratelli e sorelle. Alcuni, sento, hanno sostenuto Bolsonaro accogliendo, più o meno in buona fede, il messaggio anticorruzione e di modernizzazione che gli spin doctors americani prepararono per la campagna elettorale vincente del truce Bozo.

A questi studenti e ai loro professori, e professoresse, numerosissime, vado a parlare di fascismo, in chiave storica e politologica: un confronto, che mi viene quasi imposto a viva forza, tra il fascismo classico e le forme odierne che ad esso possano essere avvicinate…

LA DOMANDA CHE PERCORRE docenti e discenti, è se il Brasile di Bozo sia paragonabile al paese che diede i natali ai Fasci di Combattimento, e se la linea politica bolsonarista sia simile o addirittura uguale nella sostanza a quella fascista. Ma quando, dopo la conferenza, mi ritrovo con un gruppo ristretto, a mangiare una pizza, e bere una birra, provo a chiedere a ciascuno dei presenti le ragioni della vittoria di Bozo, immediatamente le opinioni si dividono, entrano in contrasto, anche assai vivace.

LE FAKE NEWS DIFFUSE dallo staff di Bolsonaro sono considerate da tutti la sua arma vincente, ma v’è chi insiste sulla debolezza e la divisione del campo avverso, quello «progressista». E alla fine, emerge una delle spiegazioni più interessanti, che mi riportano con la mente in Italia: Bolsonaro ha vinto perché il PT, il Partido dos Trabalhadores, il partito di Lula, era ormai da tempo afflitto dalla corruzione, e Bolsonaro ha insistito su questo elemento, aiutato dalla campagna «Lava Jato» (letteralmente «Autolavaggio») di cui fu animatore il giudice Sérgio Moro, poi finito nei guai, a sua volta.

COME DIRE, LA SINISTRA viene sconfitta quando diventa «come gli altri», o se si vuole, quando rinuncia a fare la sua parte, sulla base di discriminanti verso la destra, e si trasforma in una costola della destra…
C’è voglia di discutere, bisogno di capire, e mi rendo conto che questa fetta di popolazione che è la futura classe dirigente o una sua parte importante, è smarrita, quasi incredula: coloro a cui pongo la domanda: come è potuto accadere ciò che è accaduto negli ultimi anni in Brasile? L’inchiesta giudiziaria, il fango su Dilma Rousseff, e il golpe (qui dicono proprio così: «Il golpe del 2016»), che detronizzò Dilma e mandò in prigione Lula come due malfattori, hanno rappresentato un vero tsunami sulla società brasiliana, e la borghesia progressista, il «ceto medio riflessivo», non solo non si sono ripresi, ma ancor cercano vie per capire e per reagire.

LO STESSO ADDAD, il competitor sfortunato di Bozo, su cui sento solo giudizi positivi, ha tuttavia la colpa di essere del PT, e di venir percepito come parte del «sistema», contro cui si è scagliato Bolsonaro, presentandosi, al solito, come quello che è fuori della casta, ma che ne fa parte pienamente da sempre.
Un messaggio che evidentemente paga. Noi italiani ne sappiamo qualcosa. Un senso di smarrimento mi colpisce a mia volta, quando vuotati i bicchieri, ci alziamo dai tavoli dove studenti e colleghi si sono assiepati bisognosi non soltanto di ascoltare lo studioso straniero, ma anche e soprattutto di esternargli la propria angoscia, quasi a cercare rifugio nell’analisi teorica davanti al fallimento dell’azione politica.

* Fonte: Angelo d’Orsi, il manifesto

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