Fusione FCA-PSA, «si punti su innovazione ed elettrico per riaprire gli stabilimenti italiani»

Intervista a Michele De Palma (Fiom). «Confermate tutte le nostre previsioni su Agnelli, ammortizzatori sociali e necessità di un’alleanza. Ma ora guardiamo avanti: serve un accordo anche col governo per l’occupazione»

Massimo Franchi * • 19/12/2019 • Lavoro, economia & finanza, Lavoro, economia & finanza nel mondo, Sindacato • 273 Viste

Michele De Palma, segretario nazionale Fiom, con la fusione Psa-Fca varata ieri per la prima volta Italia, Francia e Germania – col marchio Opel – sono interessate da un cambiamento accompagnato da una discussione sindacale già avviata – voi con la Cgt – su come le economie di scala» impatteranno sugli stabilimenti nazionali.
Abbiamo già chiesto al sindacato metalmeccanico europeo IndustriAll Europe di convocare per l’inizio di gennaio una riunione con tutti i sindacati anche perché la fusione avverrà nel 2021 ma per quest’anno i due gruppi sono tenuti dall’Antitrust europeo a mantenere la concorrenza.

Il segretario nazionale della Fiom Michele De Palma

L’organigramma della nuova società e il fatto che Tavares farà il capo conferma che – come ha sostenuto dall’inizio Giuseppe Berta – sia Psa a comprarsi Fca e non una fusione. Con la fusione Fca sarà ancora meno italiana e c’è il rischio che i lavoratori paghino la situazione.
Noi che Fca non fosse più italiana l’abbiamo detto subito. Il problema è per chi non se n’era accorto. Da anni poi in Fca le assunzioni si fanno negli Stati Uniti mentre in Italia si usano gli ammortizzatori sociali. In questi anni abbiamo ricevuto attacchi e isolamento come Fiom. Ma la nostra visione ha trovato conferma in tutti gli elementi che si sono determinati. Riassumo i tre più importanti. Che il Ccsl (il contratto aziendale di primo livello, creato uscendo da Confindustria, ndr) non ha portato lavoro: siamo nel 2019, anno peggiore per produzione con tutti gli stabilimenti con ammortizzatori sociali. La diversificazione portata avanti dalla proprietà Exor della famiglia Agnelli non ha avuto carattere industriale ma finanziario. Che se la proprietà non avesse investito, sarebbe stata necessaria un’alleanza con un altro gruppo globale. Ma noi ora non vogliamo guardare avanti, non indietro. E allora dico: se ha un senso questa fusione per i lavoratori è quella di riaprire gli stabilimenti: si usi l’innovazione tecnologica per produzioni ecosostenibili. Facciamo un accordo, anche col governo, per garantire produzione e occupazione in Italia.

Ma le sovrapposizioni con Peugeot ci sono, soprattutto sulla gamma media.
In realtà Fca dal 2012 ha puntato sul premium e sul lusso. Ora con l’orizzonte dell’innovazione del selfdrive e dell’innovazione ecologica, possiamo tornare a pensare che per saturare gli stabilimenti servono auto utilitarie, dei segmenti A e B. Solo col premium e col lusso non si dà lavoro: Pomigliano quest’anno si salva solo perché produce 200 mila Panda. Ora con la fusione le economie di scala possono permettere di tornare a produrre auto utilitarie. Noi chiediamo che si faccia.

La fusione dovrebbe far recuperare a Fca il gap tecnologico sull’elettrico. Ma le piattaforme Psa saranno portare in Italia o c’è il rischio che rimangano in Francia e gli stabilimenti italiani chiudano?
Il ritardo tecnologico principale che scontava l’Italia è quello sulle batterie elettriche. Francia-Germania hanno costruito un’asse con investimenti statali massicci che ci hanno tagliato fuori dal mercato più importante oggi giorno. Fca ha annunciato per Mirafiori un polo elettrico. Il tema è che noi non abbiamo bisogno solo di assemblare le batterie, abbiamo bisogno di investire sulla tecnologia. Diversamente saremmo veramente in ritardo e in pericolo. Finora Fca progetta l’elettrico negli Stati Uniti, dobbiamo invece sviluppare il settore Ricerca e Sviluppo sull’elettrico in Italia.

È un problema più di governi che di società, quindi?
Credo sia stato irresponsabile in questi anni non farsi carico della situazione dell’automotive mentre i governi degli altri stati entravano nel capitale delle multinazionali. Mi auguro che ora il nostro governo senta questa responsabilità e si attivi.

La sede del nuovo gruppo sarà in Olanda come era già per Fca. Ora anche il governo francese è connivente con una scelta che favorisce l’elusione fiscale.
Noi la denunciammo all’epoca. Ora la domanda va fatta al governo francese. Il problema è che non dovremmo avere una concorrenza fra i paesi dell’Unione europea a livello di fiscalità per le multinazionali.

La strategia del gruppo Exor – confermata dall’inaspettato ritorno nel giornalismo con la ricompera di Gedi – è chiara: progressivo abbandono dell’auto.
Il dato oggettivo è che chi ci guadagna immediatamente è la proprietà Exor e gli azionisti. A noi però interessa evidenzare che per il 2020 la proprietà sarà ancora Fca e Exor e quindi noi chiederemo fin dall’incontro previsto venerdì che siano confermati gli investimenti previsti: la 500 elettrica a Mirafiori, il Suv Alfa Tonale a Pomigliano, le ibridizzazioni dei modelli a Melfi.

La presenza di due lavoratori – uno per Psa, uno per Fca – nel consiglio d’amministrazione è uno specchietto per le allodole?
Perché non lo sia i rappresentanti che saranno nel Cda devono essere eletti da tutti i lavoratori.

* Fonte: Massimo Franchi, il manifesto

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