Dopo Quota 100. Per evitare lo «scalone» solo proposte simil Fornero

Gli “esperti” ora si accorgono che nel 2022 tornerebbero i 67 anni. Per evitarli richiesti comunque 38 anni di contributi e ricalcolo contributivo

Massimo Franchi * • 11/1/2020 • Lavoro, economia & finanza • 409 Viste

Ora che perfino Alberto Brambilla, sottosegretario di Sacconi e poi consulente della Lega, ammette che adeguare l’aspettativa di vita all’età pensionabile è sbagliato e che alla fine di Quota 100 tornerà la Fornero con uno scalone di 5 anni, tutti vogliono rimettere mano alla riforma delle pensioni.

L’esperto previdenziale Alberto Brambilla

È tutto un turbinio di proposte, di annunci di commissioni, di saggi e caminetti di esperti. Il tempo per operare c’è. Se i tre anni di sperimentazione di Quota 100 verranno confermati come affermano M5s, Pd e Leu – solo i renziani di Italia Viva chiedono di abolirla alla faccia di chi potrebbe andare in pensione quest’anno e il prossimo con 62 anni di età e 38 di contributi – ci sono quasi due anni per trovare una soluzione condivisa.
I problemi da risolvere sono condivisi. Per prima cosa evitare lo «scalone» per chi non riesce ad entrare in Quota 100 e dal primo gennaio 2022 riandrebbe in pensione con 67 anni di età – pensione di vecchiaia – o 42 anni e 10 mesi per gli uomini (un anno in meno per le donne) – pensione anticipata. Poi aiutare chi – i precari e i giovani – rischiano di non andarci mai in pensione: il diabolico agganciamento dell’età pensionabile all’aspettativa di vita inserito da Sacconi e accelerato dalla Fornero porterà inevitabilmente l’età pensionabile verso i 70 anni, con gli effetti della riforma totalmente contributiva che taglieranno gli assegni a livelli da fame. La terza stortura condivisa è come riuscire ad aiutare le categorie più svantaggiate: le donne che non si vedono riconoscere il lavoro di cura che su di loro pesa quasi sempre a livello familiare e i lavori gravosi che fanno rimanere su un’impalcatura o in fonderia distrutti nel fisico fino a 67 anni e oltre.
Se le storture da correggere sono state individuate, sul come operare le posizioni sono ancora divergenti. L’ineffabile Alberto Brambilla, grazie alla sua carica di fondatore di “Itinerari Previdenziali” – un think tank lautamente foraggiato dai gestori pensionistici privati – è riuscito a dare in pasto ai maggiori quotidiani la sua proposta, ribattezzata Quota 102. Alla fine della sperimentazione di Quota 100, si potrebbe andare in pensione con 64 anni di età e 38 di contributi. Ma il calcolo dell’assegno sarebbe per tutti già completamente contributivo, tagliando gli assegni della parte retributiva goduta da chi lavorava già prima del 1996 e della riforma Dini.
La proposta avrebbe il pregio, utilizzando i 31 miliardi risparmiati per il flop di Quota – denunciato per primo dal manifesto – di costare «solo 2,5 miliardi l’anno fino al 2028».
Per i precari? Niente più che un fondo annuale per tornare alla vecchia «integrazione degli assegni al minimo». Una miseria. Tutto l’opposto della pensione di garanzia che riconoscerebbe ai precari gli anni di attività con buchi contributivi e consentirebbe un assegno dignitoso sui 1.000 euro al mese.
Molto critica con la proposta di Brambilla e degli altri saggi che dovrebbero comporre il «pensatoio» del Cnel guidato da Treu – con il renziano Leonardi in prima fila – o la commissione di esperti annunciata dalla ministra Nunzia Catalfo con Gianni Geroldi e Stefano Giubboni, parallela alle due che devono dare pareri scientifici sui lavoro gravosi e sulla separazione fra previdenza e assistenza – è la Cgil. «La proposta di Brambilla come le altre che girano prevedono tutte un livello di anni contributivi molto alto e un ricalcolo dell’assegno totalmente contributivo – attacca il segretario confederale Roberto Ghiselli – . Interventi simili non consentirebbero l’accesso alla pensione anticipata alla maggior parte delle persone, in particolare quelle più deboli sul mercato del lavoro, a partire da giovani e donne. Qualunque ipotesi di uscita anticipata, che per noi deve essere possibile dai 62 anni – sottolinea Ghiselli – deve vedere un requisito contributivo che non superi i 20 anni e deve valorizzare i periodi di lavoro discontinuo, povero, gravoso o di cura», conclude Ghiselli.

* Fonte: Massimo Franchi, il manifesto

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