Ilario Ammendolia: «Basta eroi, alla Calabria serve una vera alternativa»

Intervista a Ilario Ammendolia. Venerdì a Cosenza le piazze elettorali erano semivuote. La destra aveva raccolto un centinaio di persone ad ascoltare Jole Santelli, la metà per il grillino Francesco Aiello. Il Pd non pervenuto

Claudio Dionesalvi, Silvio Messinetti * • 26/1/2020 • Politica & Istituzioni • 260 Viste

CATANZARO. Venerdì a Cosenza le piazze elettorali erano semivuote. La destra aveva raccolto un centinaio di persone ad ascoltare Jole Santelli, la metà per il grillino Francesco Aiello. Il Pd non pervenuto. Lungo il corso, una folla straboccante in libreria e nella viuzza attigua, invece, ascoltava Ilario Ammendolia e Mimmo Lucano parlare di ’ndrangheta, di storia e prospettive della Calabria. Ammendolia è un intellettuale della Locride. Direttore di Riviera, il più noto periodico dello Jonio reggino, autore di saggi, tra cui l’ultimo «La ‘ndrangheta come alibi. La Calabria dal 1945 ad oggi», edito da Città del sole. Dopo sessant’anni di politica attiva, oggi si definisce un militante «irregolare» della sinistra. Ammendolia è stato più volte sindaco di Caulonia e consigliere provinciale del Pci. Con lui, alla vigilia del voto abbiamo scambiato qualche riflessione sulle elezioni e non solo.

Matteo Salvini è andato nei giorni scorsi a trovare il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri. Ha detto che è come un fratello per lui, vittima di minacce come lui. E si è portato con sé un libro del giudice. E’ solo messinscena o c’è dell’altro?
Sono due poteri che si intrecciano, quello politico e quello giudiziario, che si impongono dall’esterno, in una strategia autoreferenziale che parla solo a loro stessi chiusi nei palazzi. Non è un caso che l’incontro sia avvenuto a porte chiuse. Quando Salvini mostra a Porta a Porta il libro del procuratore lancia il segnale che un blocco d’ordine è pronto. E questi segnali mi preoccupano non poco. Peraltro dei problemi dei calabresi nessun politico parla. Degli ospedali e della sanità infettata da decenni di malagestione nessuno parla. Tutto il palcoscenico è per i politici alla Salvini, con le sue grida manzoniane, e dei giudici che si beano del loro protagonismo. Sono due poteri vecchi e nuovi che si incontrano mentre la questione sociale viene accantonata. Anzi, trovo che ci sia una strategia volta a ridurla a mera questione criminale. E quando il popolo non è protagonista e se il popolo è immobile, ecco che lì prospera il potere mafioso. Più è latitante la politica partecipata dal basso, più si afferma il potere mafioso.

La sinistra è scomparsa a queste elezioni. Nessun candidato a presidente ha una biografia di sinistra. Non era mai accaduto in 50 anni. Come mai?
Perché la sinistra non combatte più le sue battaglie in nome dei valori storici come libertà e uguaglianza. Occupa spazi politici ma non ha un ruolo sociale. In questo film elettorale ha il ruolo di perdente annunciato, come 5 anni fa lo aveva da vincitore predestinato Mario Oliverio. Insomma, la sinistra galleggia nella continuità con la destra, con le stesse facce, una transumanza stucchevole da un campo all’altro. Pippo Callipo sarà anche una brava persona ma quando ammette che se fosse eletto non farebbe politica ma solo gestione ordinaria lo trovo disarmante. Sono frasi che sentivo dire dai notabili dei piccoli paesi, non certo da un aspirante presidente. La politica non può abdicare al suo ruolo. In Calabria poi ci sono sacche di resistenza come quella incarnata da Mimmo Lucano che, come sapete, è stato escluso anche politicamente dal gioco elettorale. Delle tematiche portate avanti da Lucano non si parla affatto in questa campagna. Si preferisce parlare dei serbatoi di voti e delle clientele. Hanno messo la mordacchia ai ceti subalterni. Per questo temo che ci sarà un astensionismo record.

Ha scritto che «la Calabria non solo non si ribella ma esterna un’anima reazionaria, si adagia sul pensiero dominante e aspetta ‘il salvatore’ a toglierla dalle fiamme». Questo salvatore sarà il politico Salvini o il magistrato Gratteri?
Assistere alle ovazioni di giubilo per Salvini a San Luca, a Lamezia, a Crotone, ci fa capire come questa regione ha sempre avuto bisogno di un demiurgo, di un liberatore a parole. Questa impotenza popolare è marcata laddove non c’è più un partito, non c’è più un’organizzazione democratica sui territori. Era successo con Berlusconi, il ricco che con i suoi soldi avrebbe alleviato le sofferenze della Calabria, è successo con Renzi. Ora lo stesso ritornello con Salvini e Gratteri. Così facendo i calabresi si spogliano della propria dignità e della loro parte di sovranità popolare e si affidano a questi nuovi “eroi”. Ma questa regione non ha bisogno di eroi ma di un’alternativa reale e non fittizia all’ordine di cose esistenti.

Il potere repressivo e il protagonismo delle toghe hanno investito anche Mimmo Lucano, un altro dei “fuorilegge” che tratteggia nel libro. La sua odissea giudiziaria è funzionale al disegno di chi vuol rappresentare la Calabria solo come terra di criminalità?
Certamente sì. E’ una legalità formale quella contro Lucano, del tutto priva di sostanza. Lucano non si è arricchito, basti guardare le sue condizioni di vita per rendersene conto. E anche nelle carte non c’è una riga che parli di questo. La verità e che Lucano fa paura perché con le sue idee e le sue pratiche è riuscito ad aver successo dove hanno fallito gli eroi dell’antimafia e la più alta concentrazione di forze dell’ordine in Italia. E’ quel che è già successo in Calabria con le lotte bracciantili del secondo dopoguerra, annichilite dal potere repressivo dello Stato.

* Fonte: Claudio Dionesalvi, Silvio Messinetti, il manifesto

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